STESICORO – Quale vita, che dolcezza senza Afrodite d’oro?

“Nascita di Venere”, di Botticelli

Quale vita, che dolcezza senza Afrodite d’oro?
Meglio morire quando non avrò più cari
gli amori segreti e il letto e le dolcissime offerte,
che di giovinezza sono i fiori effimeri
per gli uomini e le donne.
Quando viene la dolorosa vecchiaia
che rende l’uomo bello simile al brutto,
sempre nella mente lo consumano malvagi pensieri;
né più s’allieta guardando la luce del sole;
ma è odioso ai fanciulli e sprezzato dalle donne:
tanto grave Zeus volle la vecchiaia.

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STESICORO (Στησίχορος, Stesichŏrus)

 

Poeta lirico greco del sec. VI a. C.; è il primo poeta della Magna Grecia. Figlio di Euclide, uno dei fondatori di Imera, passò la maggior parte della sua lunga vita (circa 640-555 a. C.; un’eclisse era ricordata nei suoi versi, quella, sembra, del 28 maggio 585 a. C.) nella nuova colonia di Imera. Imera era stata fondata dalla calcidese Zancle, con partecipazione di elementi dorici, nel 648 a. C., come posto avanzato dell’ellenismo siceliota contro i Fenici della Sicilia occidentale. Anch’egli ebbe parte nella vita politica della nuova patria.

Gli si attribuiva di avere ammonito i concittadini, dinnanzi al pericolo di Falaride, raccontando la favola del cavallo che per vendicarsi del cervo si rese schiavo dell’uomo. Sembra che per ragioni politiche (forse il prevalere anche in Imera di Falaride, tiranno di Agrigento?) abbia negli ultimi anni abbandonato Imera per Catania, dove vigevano gli ordinamenti di Caronda. Dall’attività professionale sarebbe venuto al poeta, chiamato in origine Tisia, anche il nome di Stesicoro “ordinatore di cori”.

È poco più che un nome, ma un grande nome, per noi. Tra Alcmane e Ibico, tra la fine del sec. VII e il principio del sec. VI, si muove anch’egli sul terreno di quella lirica corale, posta a servizio della cerimonia religiosa, di cui Alcmane ha già con successo aperto la via, e porta a perfezione la forma lirica di cui già il germe ricorreva all’interno della strofe di Alcmane e che si fa ora lo schema fisso della lirica corale, cioè la triade strofica. Stesicoro è insieme anche il creatore della lingua poetica, a fondo omerico, con colorazione dorica, di cui si sono serviti i posteriori poeti corali. La triade stesicorea è lo strumento più perfetto posto nelle mani dei lirici posteriori. Ma mentre in Alcmane l’ispirazione soggettiva prevaleva sulle ispirazioni fondamentali e religiose dei cori, la celebrazione del mito sta alla base di tutta la lirica stesicorea. La sua lirica è tutta una elaborazione epico-lirica delle vecchie leggende greche, e delle leggende eroiche più che delle leggende divine. A questa elaborazione l’occasione sembra talvolta esser data dalle feste primaverili di Apollo.

Come St. sia riuscito nel compito di elaborare liricamente la materia epica non possiamo dire, ché non permettono un giudizio i troppo scarsi e brevi frammenti; ma l’antichità fu concorde nel riconoscere che egli non era stato inferiore all’impresa. Egli fu una specie di Omero lirico.

Ma del procedimento artistico con cui la materia epica venisse da lui elaborata liricamente non possiamo oggi più farci un’idea, se non forse leggendo la IV Pitica di Pindaro sulla spedizione degli Argonauti. Certo è che egli attinse a piene mani nel patrimonio di leggende dell’epica ciclica ed esiodea, e anche per la materia mitica la sua influenza fu grande sull’arte plastica e sulla letteratura posteriore, specialmente sulla tragedia ateniese.

La sua poesia occupava 26 libri nell’edizione alessandrina. I titoli delle composizioni, in genere estese sino a occupare un intero libro, e talvolta due, come, certamente, l’Oresteia (‘Ορεστεία), possono dare qualche idea del contenuto, meglio che gli scarsi frammenti. I Giuochi funebri in onore di Pelia (῏Αϑλα ἐπὶ Πελία) facevano forse parte della leggenda argonautica, la Gerioneide (Γηρυονηίς), il Cerbero (Κέρβερος), il Cycnos (Κύκνος) rientravano nel ciclo delle imprese di Eracle, l’eroe dorico popolare nella Sicilia e nell’Italia meridionale; alla leggenda tebana si riferivano la Europeia (Εὐρωπεία) e la Erifile (‘Εριϕύλα), alla leggenda calidonia la Caccia del Cinghiale (Συοϑῆραι) ma le più delle composizioni elaboravano soggetti del ciclo troiano, la Caduta di Troia (‘Ιλίου Πέρσις), i Ritorni (Νόστοι), la Oresteia (‘Ορεστεία), e infine la Elena (‛Ελένη), e la Palinodia (Παλινῳδία). Quest’ultima, come indica il nome, non era se non una ritrattazione del soggetto precedente. Dopo aver cantato la leggenda comune del ratto, che considerava Elena come cagione della guerra troiana e principio di mali infiniti, egli fu preso da scrupolo religioso e, forse seguendo una tradizione più antica (esiodea? frag. 266 Rz.), si propose di purgare il mito, raccontando come non Elena, ma un fantasma di lei fosse stato rapito da Paride e fosse stato oggetto di contesa e cagione di guerra; versione nota a Erodoto e introdotta da Euripide nel dramma. Si raccontò in seguito che per l’ira dell’offesa Elena il poeta avesse perduto la vista e non l’avesse riacquistata, se non quando ebbe composto la Palinodia.

Ma accanto all’elemento mitico tradizionale si affacciano nella poesia di St. elementi nuovi, destinati a trovare fortuna in avvenire. Oltre alla leggenda del pastore siciliano Dafni, una figura mitica del ciclo apollineo, che, amato da una ninfa e venuto meno involontariamente al giuramento di fedeltà, aveva perduto la vista, sono da menzionare la Calica, una fanciulla che per l’amore non corrisposto di Evatlo si gettava dalla rupe di Leucade in mare, e la Radina, la storia dei due amanti di Samo nell’Elide, Radina e Leontico, uccisi dal tiranno di Corinto.

Per la Calica e la Radina, l’attribuzione a Stesicoro non è a dir vero sicura. Ma per Dafni, si può senz’altro affermare che il pastore siciliano è introdotto per la prima volta nell’arte da Stesicoro.

St. inizia una tradizione che mette foce nella bucolica teocritea.

Bruno Lavagnini

FONTE: https://www.treccani.it/enciclopedia/stesicoro_(Enciclopedia-Italiana)/

Foto: RETE

 

 

 

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