II sudiciume come dato razziale.

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La sporcizia e il sudiciume, certo presenti al Sud e a Napoli, diventano, però, un argomento retorico per segnalare un’alterità e per creare una distinzione, che non trovava molte ragioni nella realtà. L’immagine dei «sudici» già esistente viene ripresa nelle distinzioni tra italiani del Nord e italiani del Sud e per ricondurre a fattori razziali la causa dell’arretratezza economica del Meridione.

La sporcizia e la categoria dei sudici assumono non più una connotazione sociale, ma etnica e razziale e diventano l’emblema di un’inferiorità di tipo morale. Assistiamo a una sorta di etnicizzazione della sporcizia che si trasforma in marchio e segno di inferiorità e alterità.

Fin dall’antichità e poi nel Medioevo essere sporchi e vivere nella sporcizia indicavano un degrado morale degli individui e delle comunità. Nel Decameron la sporcizia, l’immondizia accumulata, il disordine e i malsani effluvi che sconvolgono Firenze e dintorni all’epoca della peste, vengono visti come un riflesso del disordine morale che caratterizzava la città. Boccaccio propugna l’ordine, le buone usanze, le regole, l’igiene e la cura della propria persona. La brigata dei dieci giovani, infatti, quando si ritira in campagna deve rispettare regole precise, sia di carattere morale che fisico, in primo luogo la pulizia del proprio corpo ogni sabato e il bagno, descritto da Boccaccio nella quarta giornata presso la Valle delle Donne. I giovani dovranno rientrare in città purificati nel corpo e nello spirito: spetterà loro ristabilire l’ordine morale nella città degradata.

Nell’antichità classica era stato sottolineato il «cattivo odore del melanconico» e, infatti, Saturno era definito «stercutius» o «sterculus», dio del letame. Esiste anche un’antica tradizione che mette l’acedia, peccato mortale, in connessione con la sporcizia. La puzza, la lordura e il «sudiciume» erano ricondotti da una consolidata tradizione medica all’«afflizione melanconica». Campanella, nella sua «utopia antimelanconica», disegna una città ordinata, pulita, linda e solare, abitata da persone che si dedicano alla cura e all’igiene del corpo. L’utopia del filosofo calabrese può essere intesa come fuga da una società melanconica, di cui l’ozio, il «colore nero», la sporcizia, il cattivo odore erano espressione.

Una tradizione filosofica e medica del mondo magnogreco e dell’epoca rinascimentale, la religione e il culto dell’acqua che si erano affermati nell’antichità nelle contrade meridionali  (per non dire dell’uso di fontane, bagni, acque, acquedotti) potevano suggerire ai positivisti che la sporcizia dipendesse da fattori che non avevano nulla di razziale. Il «bolide», però, era stato scagliato. E sulla «sporcizia» a Napoli, Niceforo (1898) basa la teoria della barbarie contemporanea presente in tutto il Sud e anche in quella che era stata la capitale del Regno. Egli cita Ferruccio Macola che sostiene (L’Europa alla conquista dell’America Latina, r894) che i popoli del Sud Italia sono infinitamente più sudici dei popoli del Nord Italia. Secondo Macola «questi degenerati che aborrono l’acqua in terra ed in mare, che non possono giustificare la loro immensa sporcizia colla immensa miseria in cui il destino li ha fatti nascere, che quando sbarcano all’estero danno il contingente più numeroso ai mestieri ignobili, che devono avere un senso appena embrionale di morale, di pudore, di patria, perché mancano di quello della proprietà personale, appartengono quasi tutti al sud dell’Italia. Ricordo anzi come qualcuno della commissione di visita, nel far avanzare gli emigranti, gridasse come per abitudine acquisita: “avanti i nordici”, e poco dopo, squadrando gli altri che si ammassavano al cancello, aggiunse: “ed ora avanti i sudici”».

I meridionalisti mettevano in difficoltà gli antropologi positivisti, quando chiedevano come mai quelle stesse razze che avevano edificato le civiltà greche e romane adesso fossero diventate inferiori e barbare. I positivisti ribattevano con la teoria della decadenza, della degenerazione, della senilità e non coglievano il carattere storico-sociale della sporcizia, che ormai diventava uno stigma, una cicatrice del Sud. La sporcizia, come mostravano studiosi e scrittori, era legata a condizioni di vita sempre più indigenti, al disboscamento, alla malaria, alla miseria. Napoleone Colajanni (Settentrionali e meridionali, 1898) segnala il carattere ingiurioso del termine «sudici», rigetta la corrispondenza tra sporcizia e carattere immorale della popolazione, assume e ribalta lo stereotipo razzista. Il fatto che in molte zone del Settentrione, a causa della corruzione, «le varie gradazioni della democrazia non hanno speranza di dare battaglia con probabilità di vittoria […] prova all’evidenza che gli elettori del mezzogiorno sono meno sudici, al confronto di altri, di quello che si vorrebbe farli comparire; dimostra ancora che la decadenza politica dello stesso mezzogiorno è di data recente, non è un prodotto della razza o del clima». Mario La Cava nel 1952 avrebbe scritto che è la povertà a respingere «tanta gente nel limbo degli usi grossolani, della sporcizia e della sciatteria.

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Da MALEDETTO SUD, di Vito Teti – Einaudi

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Foto: RETE

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