Gli ideali del Realismo In Italia: I MACCHIAIOLI

“Ritorno dalla messa”, di C. Banti

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La Toscana, ed in particolare Firenze, rivestirono un ruolo decisivo per l’affermazione delle tendenze realistiche. Grazie anche al clima tollerante instaurato dal governo granducale, a partire dalla metà del secolo giunsero qui artisti da varie regioni italiane, trovando innumerevoli occasioni di incontro e di dibattito.

A Firenze il Caffè Michelangelo fu il preferito dagli artisti, che ne fecero la sede delle loro interminabili discussioni, in un’atmosfera insieme patriottica e antiaccademica. Lì convenivano Vito d’Ancona, Odoardo Borrani, Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Vincenzo Cabianca, Stefano Ussi e numerosi altri, stimolati spesso da un giovanissimo scrittore e critico, Diego Martelli, che avrebbe assunto un ruolo importante nella storia del movimento e che continuamente riportava quanto andava accadendo, sul piano delle arti, a Parigi.

“Barrocci romani”, G. Fattori

Alcuni dì questi pittori accorsero nella capitale francese nel 1855, per ammirarvi Corot e i paesisti della Scuola di Barbizon, e del resto nella stessa Firenze era possibile un aggiornamento in questa prospettiva grazie alla ricca collezione (oggi totalmente dispersa) del principe Anatolio Demidoff, aperta al pubblico nel 1856 e comprendente appunto, oltre ad opere di Ingres e di Delacroix, quelle dei Barbizonniers.[…]

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Una spinta in direzione realistica doveva venire anche dallo sviluppo della fotografia, visto che già nel 1854 Leopoldo Alinari aveva fondato a Firenze un laboratorio destinato a grande notorietà. Le ricerche sul vero furono favorite inoltre da un soggiorno in città di Nino Costa, un artista romano che già dai primi anni Cinquanta, a volte in compagnia di pittori stranieri, si era dedicato alla pittura all’aria aperta nella campagna romana.

Tanti stimoli non tardarono a dare i loro frutti e un quadro di Cabianca del 1855, Maiale nero su fondo bianco (già dal titolo si coglie la distanza abissale dalla pittura romantica), può essere considerato, per la determinazione con cui traduce in immagine i programmi tante volte discussi dagli artisti, il manifesto del gruppo.

“Il pergolato”, S. Lega

La sperimentazione linguistica

II linguaggio macchiaiolo si affermò poi con una certa lentezza, come è dimostrato dal fatto che i due pittori più noti in questo ambito, Fattori e Lega, aderirono alla ‘poetica della macchia’ alquanto tardi, lasciandosi alle spalle carriere già consolidate in senso tradizionale. Comunque, sin dalla metà degli anni Cinquanta numerosi pittori, da Signorini a Cabianca, da Banti a Borrani a Sernesi, avevano sperimentato la pittura di macchia. Quando poi, nel 1861, a Firenze si aprì la prima Esposizione Nazionale d’Arte della nuova Italia, il Realismo ebbe la sua consacrazione. È vero che la maggior parte delle opere esposte era ancora di soggetto storico, con prevalente ispirazione dal Medioevo, ma si registrava un aumento dei temi contemporanei, tratti soprattutto dalle vicende risorgimentali. Accanto alle opere di orientamento storico, all’esposizione fiorentina erano però presenti quadri indirizzati verso il vero antiaccademico: IlMattino (1853) di Cabianca, Donne sulla spiaggia di Anzio (1852) di Costa, In avanscoperta (1861) di Fattori, Quiete (1861) di Fontanesi.

“Contadine del Gabbro”, S. Lega

All’inizio degli anni Sessanta, dunque, il rinnovamento del linguaggio poteva dirsi avvenuto, e nacque allora il termine corrispondente: in occasione della presentazione di alcuni dipinti realisti alla Promotrice fiorentina del 1862, un critico della Gazzetta del Popolo propose per gli autori l’epiteto ironico e sprezzante di “Macchiaioli”, spavaldamente accolto e divulgato poi dal battagliero Signorini.

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I gruppi di Castiglioncello e Piagentina

La fase di espansione del movimento si svolse negli anni Sessanta del secolo, a Firenze e in altre località della Toscana. I Macchiaioli non vivevano isolati, ma diedero vita a piccoli gruppi, formatisi spontaneamente per affinità di temperamento e di ricerche, che si riunivano soprattutto a Castiglioncello e a Piagentina. A Castiglioncello, località sulla costa tirrenica, c’era la villa di Diego Martelli, e lì soggiornarono più o meno lungamente artisti come Fattori, Borrani, Abbati e Sernesi, sperimentando il vero luminoso del paesaggio.

“Alzaia” – T. Signorini

A Piagentina, sobborgo della periferia meridionale di Firenze, si formò il sodalizio di Lega, Signorini, Borrani, Abbati e Sernesi, dando vita alla cosiddetta Scuola di Piagentina. Forse anche per le suggestioni di un paesaggio più raccolto, impossibilitato, diversamente da Castiglioncello, a ricevere gli effetti della luce marina, in questo caso i pittori elaborarono un linguaggio più assorto e mentale, sensibile agli interni e portato alla rievocazione di un mondo di affetti gentili, di borghese tranquillità.

Giuliano Matteucci fa notare, a questo proposito, il caso illuminante di Borrani che, quasi sdoppiando la propria personalità, “adeguerà il proprio linguaggio a seconda del luogo che alimenterà la sua fantasia creativa: solare, vivido nel colore e nel tono locale, di una serenità quasi idilliaca a Castiglioncello, raccolto, analitico, stilisticamente influenzato dal soggetto di genere quando lavora a Piagentina”.

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Fonte: “Storia della’arte” 3, di G. Dorfles, F. Laurocci, A. Vettese – ATLAS

Foto: Rete

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