I cimiteri, polo dialettico della città dei vivi

ORSOMARSO – Cimitero

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I cimiteri dei paesi meridionali nel loro assetto urbanistico tradizionale sono situati in genere al di fuori del paese. Su tale collocazione ha indubbiamente influito in maniera decisiva la legislazione sanitaria, anche se spesso, dietro le motivazioni tecniche, sono operanti esigenze e preoccupazioni legate all’ideologia della morte.

La collocazione del cimitero nel territorio del paese lo costituisce come polo dialettico, limite ideale, parte della città dei vivi, ma essenzialmente città dei morti, zona delimitata, nella quale il morto con la sua carica sconvolgente, viene rinchiuso, divenendo oggetto di pacificata pietà.

«Il cimitero è il luogo di residenza dei morti, separato dall’ambiente dei viventi. Come una città speciale, l’ambito sacrale è separato dall’esterno da quello profano per mezzo di mura, siepi e recinti. Con un particolare procedimento di attribuzione, il territorio del cimitero è staccato espressamente dal suolo profano, e consacrato e dedicato al suo fine sacrale […]. Il cimitero è reso luogo separato ancora da speciali prescrizioni valide solo al suo interno: particolari modi di comportamento, dello stile di vita quotidiano, qui non sono consentiti, altri invece sono prescritti. La casistica particolareggiata dell’ordinamento cimiteriale, le prescrizioni e le norme ricche di dettagli anche in casi come la costruzione di un monumento funebre e simili, prescrizioni che, tutte, pretendono di voler proteggere il “raccoglimento” dei visitatori, testimoniano col loro carattere coercitivo dei tabù che investono il cimitero. […] L’esistenza di questo ambito sacrale, separato e tuttavia integrato all’interno della società profana, rappresenta la continuità della presenza dei morti nella società dei viventi, pur se ristretta e limitata. […]

Il cimitero nei paesi meridionali, come abbiamo già notato, è posto, generalmente, fuori dell’abitato e designa il limite culturale dell’espansione urbanistica del paese, anche se l’attuale stravolgimento dello spazio paesano tradizionale, dovuto alla penetrazione dell’ideologia turistico-urbana, ha inglobato a volte la stessa separatezza del cimitero, svuotandolo, così, del suo significato di limite e di polo dialettico della dinamica vivi-morti. Così, ad esempio, a Tropea immediatamente oltre il cimitero è stato costruito un grande albergo, in cui con adeguati accorgimenti è stata mitigata per lo sguardo turistico la sconcertante realtà cimiteriale. Anche a Scalea lo spazio di isolamento del cimitero è stato progressivamente invaso da modelli abitativi piccolo-borghesi, residenziali e turistici.

Nello spazio tradizionale tra il cimitero e l’abitato è situato il Calvario [vedi Orsomarso] che, rappresentando attraverso l’iconografia popolare la Passione e la Morte di Cristo, svolge una funzione di ricapitolazione dialettica della morte e della vita, inserendosi come centrale episodio architettonico nella strategia folklorica di rifondazione e di recupero protetto dello spazio.

L’ambito del cimitero è delimitato da una cinta muraria secondo l’analogo schema difensivo in uso per gli spazi privati e, in precedenti epoche storiche, per gli abitati. Questo dato rinvia a un’analogia più articolata e testimonia la percezione collettiva del cimitero come spazio particolare, la cui fruizione pubblica è rigorosamente circoscritta e disciplinata nei tempi, nelle modalità e nei comportamenti. Esso è decisivamente segnato dall’essere dimora dei morti, dimora che, non differentemente da quella dei viventi, va difesa dall’eventuale irruzione di presenze estranee profanatrici. Va però notato che la delimitazione e la chiusura del cimitero testimoniano specularmente dell’esigenza di difesa dall’irruzione minacciosa dei morti nello spazio superstite. Si tratta quindi di due blocchi spaziali — paese e cimitero — accuratamente delimitati e fissati nella loro separatezza e che sollecitano una strategia delle relazioni che preveda forme e tempi di comunicazione.

L’interno del cimitero è suddiviso tra spazi individuali, familiari e collettivi e si pone, in qualche modo, come prosecuzione del rapporto storico famiglia-comunità, costituendo una sorta di ripetizione speculare, contratta ed essenzializzata, dell’articolazione urbanistica del paese. Il centro delle traiettorie spaziali realistiche e simboliche è costituito, qui come nel paese, dalla chiesa, che offre orizzonte alla crisi della morte e all’indeterminatezza e alla polivalenza spaziale. Posta di fronte al cancello d’ingresso, la chiesa costituisce il centro di orientamento per la posizione delle tombe. In moltissimi cimiteri, infatti, le tombe sono rivolte verso la chiesa, pegno e speranza di resurrezione, ma anche tecnica di fissazione del morto nello spazio cimiteriale; e quando le tombe non sono rivolte verso la chiesa, non sono comunque mai rivolte verso l’uscita, per lo stesso ordine di ragioni per cui la salma in chiesa viene posta con i piedi rivolti verso l’altare e in casa con i piedi rivolti verso la porta, come abbiamo avuto modo di notare. Tutto ciò che può facilitare, infatti, l’uscita incontrollata del morto dal cimitero minaccia l’equilibrio e l’ordine dei viventi: su di esso quindi grava un preciso sistema di interdizioni. Anche la suddivisione degli spazi in individuali, familiari e collettivi riflette la suddivisione del paese e la stratificazione sociale interna a esso. Tombe singole, semplici tumuli di terra, tombe e cappelle di famiglia, ossari e fosse comuni segnano lo spazio cimiteriale ed esplicitano ideologie, status sociali e legami affettivi.

Molto importante per gli anziani — secondo quanto rilevato da una recente indagine — «è l’acquisto del terreno per la sepoltura, alla cui scelta dedicano particolare cura. Se ne occupano i figli, secondo i suggerimenti dei genitori. Marito e moglie acquistano la tomba in comune, possibilmente vicino alla sepoltura di figli, parenti o amici. Un contadino gioiosano di 85 anni, dieci anni fa ha incaricato il figlio di acquistargli un terreno nel cimitero con la visuale sulla strada, in vicinanza di congiunti e amici, per intrattenersi con loro e vedere i passanti”.

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Da “IL PONTE DI SAN GIACOMO”, di L.M. Lombardi Satriani e M. Meligrana – Rizzoli

Foto: Silvia Farace

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