MEDIOEVO – Arnaldo da Brescia, la Chiesa, il Vangelo e la forca

Arnaldo da Brescia al Pincio

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La lotta per la libertas ecclesiae contro il potere regio e signorile aveva coagulato attorno al papato le forze religiosamente più vive e impegnate. Tale coordinazione non venne meno nel corso sec. XII, anche se via via si fecero più consistenti le contestazioni alle gerarchie ecclesiastiche. Si propose insomma una “nuova eresia” in relazione al fatto che vi furono gruppi e individui che non vollero il raccordo con la Chiesa di Roma, o che non riuscirono a realizzarlo. A essi furono opposte affrettate chiusure e decisive incomprensioni.

La cultura chiericale non giunse a cogliere la specificità delle nuove eresie, incapace di uscire dagli schemi concettuali forniti dalla patristica e in particolare dai testi agostiniani. Non mancarono episodi e tentativi di confronto, destinati a rimanere tali sia per i limiti della strumentazione intellettuale, sia soprattutto in dipendenza dai peculiari sviluppi in senso unitario e monarchico della cattolicità. Quando in un dictatus papae – in cui la ecclesia è identificata in modo netto e totale con la Chiesa di Roma, e questa con il papa – contenuto nel registro delle lettere di Gregorio VII, si legge che «non debba essere considerato cattolico colui che non concorda con la Chiesa romana», già si pongono le basi affinché il papato assurga a «criterio di ortodossia»: criterio dottrinale e nel medesimo tempo giuridico. L’ereticità potè allora connotarsi come disobbedienza. Disobbedienza dapprima al vertice della cattolicità, quale criterio di verità unico e verace detentore del messaggio cristiano. Una disobbedienza che, in conformità agli sviluppi istituzionali in senso pubblicistico del papato, secondo il modello dell’antico ordinamento romano, sul finire del sec. XII fu definita come delitto di diritto pubblico, quando con la bolla Vergentis in senium del 1199 Innocenzo III equiparò l’eresia al crimine di lesa maestà. L’eretico divenne il criminale. La diversità di una scelta religiosa e dei modi di intendere e di vivere la vocazione cristiana fu costretta in una dimensione politica: contro essa saranno utilizzati strumenti coercitivi assai violenti. La tradizione di tolleranza – che trovava ispirazione in taluni versetti della prima lettera di san Paolo ai Corinti e della lettera a Tito – pur presente nella cultura ecclesiastica, fu del tutto cancellata.

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Aspetti politici delle eresie: il caso di Arnaldo da Brescia

Le decisioni prese da Innocenzo III fin dagli inizi del suo pontificato chiarivano e sancivano scelte già in precedenza seguite sia pur in modo frammentario e meno consapevole. D’altronde, che l’eresia possedesse valenze politiche alquanto pericolose era apparso in alcune occasioni persino clamorosamente. Si consideri il salto di qualità compiuto dalle idee di riforma di Arnaldo da Brescia nel contatto con i divites et potentes della diocesi di Costanza e soprattutto con i fermenti operanti in Roma all’indomani della renovatio senatus, della costituzione cioè di un Comune autonomo poco prima della metà del sec. XII. La volontà di rinnovamento religioso del canonico lombardo nell’incontro con la volontà di rinnovamento politico dei vivaci gruppi di cives romani acquisì concretezza e dilatò la sua portata. Gli antichi temi della più radicale predicazione patarinico-evangelica furono riproposti da Arnaldo e dai suoi seguaci in dura polemica contro la potenza del clero e della Chiesa, i quali, anziché operare alla cristianizzazione del mondo, lo soggiogavano, imprigionando e vanificando il messaggio del Cristo. Condizione del cambiamento era dunque la rinuncia ai beni terreni e al potere temporale per una vita di povertà e di umiltà evangelica, per una missione soltanto spirituale del clero. Tali linee ideali furono favorevolmente accolte negli ambienti romani attraversati da accese tensioni anticuriali e antipapali e suscitarono interesse anche presso sostenitori di Federico Barbarossa. Un favore destinato a esaurirsi presto all’evidenziarsi del profondo carattere eversivo delle posizioni religiose di Arnaldo. La simbiosi tra papa e Roma – tra fortune del papato e prosperità della società romana – aveva così profonde radici da imporre ben presto ai gruppi dirigenti del Comune decisioni quasi obbligate. Quando Adriano IV, all’avvicinarsi della Pasqua del 1155, lanciò l’interdetto sulla città – la quale perciò rischiava di non beneficiare delle ingenti entrate derivanti dai pellegrinaggi per quelle solenni celebrazioni liturgiche – secondo la richiesta papale, la scelta fu di espellere Arnaldo. Esule da Roma, l’eretico entrò in un nuovo patteggiamento: questa volta tra pontefice e imperatore. Federico I lo fece consegnare ai cardinali inviati da Adriano IV. Arnaldo fu impiccato e successivamente bruciato: le sue ceneri disperse nelle acque del Tevere, per evitare che intorno al suo corpo nascesse un culto popolare.

Il tentativo arnaldista aveva coinvolto la cristianità in senso verticale, rivelando le implicazioni e le incompatibilità a livello di Chiesa e di «sistema» di un’iniziativa o, forse è meglio dire, delle iniziative di radicale riforma religiosa ed ecclesiastica. Un «sistema» invero instabile e aperto, in cui le forze costruttrici erano aduse a ricorrere alla violenza come strumento immediato ed efficace di risoluzione dei maggiori conflitti. Un «sistema» alla ricerca di più definite identità si opponeva con tutti i mezzi in suo possesso ai portatori di identità antagonistiche, nel convulso giucco delle egemonie sociali e delle preponderanze politiche. Le proposte religiose di Arnaldo trovarono accoglienza e favore finché fornirono elementi di coesione ai nuovi gruppi dirigenti del Comune romano e allargarono i loro consensi. Furono respinte nel momento in cui divennero una minaccia per le posizioni conseguite da quegli stessi gruppi, in quanto dilatavano l’ampiezza e il significato dello scontro politico con il papato e dello scontro sociale con i ceti subalterni della società romana: quella rusticana turba, quella furens plebs che prosegue nella lotta contro i ceti dei nobiles et maiores e che rimane fin all’ultimo con Arnaldo, tanto da far temere ai prudenti ecclesiastici una spontanea santificazione del ribelle martirizzato.

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Da “LA STORIA” 5 – La Biblioteca di Repubblica

Foto: Rete

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