Lo strano triangolo tra Marzia, Catone e Ortensio.

ARES E AFRODITE – Museo archeologico di Napoli (Particolare)

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Brano preso da “Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia”, di Eva Cantarella. Un bel libro che parla della condizione femminile a Roma.

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L’eterno triangolo, lo ha definito una studiosa americana: nella fattispecie, il triangolo sarebbe stato composto da Marzia (la moglie), Catone Uticense (il marito) e Quinto Ortensio Ortalo (il terzo uomo). Un triangolo strano, va detto, ammesso che fosse tale; certamente un triangolo molto diverso da quello che siamo oggi abituati a definire tale. Di comune, rispetto a molti triangoli moderni, c’era solo il fatto che marito e terzo uomo si conoscevano e si frequentavano. Catone e Ortensio infatti erano amici. Ortensio, in particolare, ammirava a tal punto Catone da desiderare di avere con lui rapporti più stretti di una semplice amicizia: con Catone, Ortensio voleva imparentarsi. E a questo scopo, in un primo momento, aveva chiesto di dargli in moglie sua figlia Porzia.

Il fatto che, al momento, Porzia fosse già sposata con Bibulo, console nel 59 a.C. (dal quale tra l’altro aveva già avuto due figli) era un problema del tutto secondario.

[…] A Roma, all’epoca (e senza contrasti quantomeno sino al II secolo d.C.), i padri potevano interrompere il matrimonio dei figli, femmine o maschi che fossero.

Le fonti sono molte, ma una, tra di esse, merita particolare attenzione: alcuni versi tratti da una commedia di Ennio, e riportati, sul finire della Repubblica, dall’Auctor ad Herennium:

“Tu mi fai un grave torto, padre mio” dice una figlia al padre, che vuole sottrarla al marito. “Se pensavi che Cresifonte fosse indegno, perché mi hai dato in moglie a lui? E se invece era degno, perché ora vuoi costringermi a lasciarlo, contro la mia e la sua volontà?” (iniurìa abs te adficior indigna, poter. / Nam si improbum esse Chresiphontem existimas, / cur me huic locabas nuptiis? Si est probus / cur talem invitarti invitum cogis linquere?).

Ma il padre non accetta il rimprovero: “In nessun caso ti faccio un torto, figlia mia. Se Cresifonte è un uomo degno, ti ho data a lui in moglie. Se invece è indegno, col divorzio ti libererò dal fastidio” (nulla te indigna, nata, affidoiniurìa. / Si probus est, te locavi; si est improbus divortio te liberabo incommodis).

Quel che merita particolare interesse, in questo testo, è l’uso – atecnico ma estremamente significativo – del verbo locare: dare in locazione (vulgo, dare in “affitto”) per indicare l’atto di dare una donna in moglie. Un verbo che segnala, in modo inequivocabile, come fosse considerato il matrimonio: come la cessione di “qualcosa” a termine, con possibilità di recupero da parte del concedente. Una percezione, ovviamente, che non corrisponde alla realtà giuridica: il matrimonio, infatti, non era certamente un contratto di locazione. Ma ciononostante l’idea che una donna potesse essere concessa temporaneamente in moglie era diffusa e, in particolar modo, largamente condivisa dagli esponenti della classe dirigente. Come del resto emerge, senza possibilità di equivoci, da quel che Ortensio promette a Catone, nel momento in cui gli chiede Porzia in moglie: tutto quel che voglio da Porzia, disse Ortensio, è che questa mi dia un figlio. Una volta raggiunto lo scopo, la restituirò al marito.

Ed eccoci a un punto cruciale della storia. Per convincere Catone ad accogliere la sua richiesta, racconta Plutarco, Ortensio usò il seguente argomento: “se Porzia gli avessedato un erede, egli (Ortensio) sarebbe stato legato più strettamente a Catone e Bibulo da questa comunità di figli”.  Parole strane, per noi (al di là della stranezza della richiesta): ma nient’affatto strane per i romani. La “comunità di figli” tra due o più uomini è infatti uno dei punti chiave della vicenda, è l’idea – per noi stravagante – che spiega sia la richiesta di Ortensio di sposare Porzia, sia, più avanti nella storia, l’entrata in scena di Marzia. Non come protagonista, beninteso, ma, al pari di Porzia, come oggetto della trattativa.

Ma procediamo con ordine: Catone, pur desiderando a sua volta “una comunità di relazioni familiari” con Ortensio (koinónon oikeiotètos) non ritenne di concedergli la mano di Porzia. Forse era un padre affettuoso, rispettoso dei sentimenti della figlia: nonostante l’estensione dei loro poteri, esistevano anche a Roma padri che amavano i figli (e forse, in modo speciale, le figlie femmine, come una studiosa americana ha ipotizzato alcuni anni or sono). Forse Catone era uno di questi. O forse aveva validi motivi per mantenere buoni rapporti con il genero. Chissà. Quel che è certo è che respinse la richiesta di Ortensio.

Ma il retore non si dette per vinto, e fece all’amico una seconda, diversa richiesta: che Catone gli cedesse sua moglie, Marzia, “abbastanza giovane – disse Ortensio – per dargli dei figli”. E che, per di più, a Catone aveva già dato un sufficiente numero di eredi (al momento della richiesta, in effetti, Marzia aveva già dato al marito due figli). Argomento quest’ultimo, che a quanto pare Ortensio riteneva convincente al punto che quando aveva chiesto che gli venisse data Porzia aveva detto: “Se ci si pone dal punto di vista della natura è onorevole e bello che una giovane donna, nella sua stagione feconda, non resti inattiva, non lasci spegnersi la sua facoltà generatrice; ma non è bello neppure che ella metta in difficoltà un marito, dandogli più figli di quanti questi desideri”.

E veniamo alla reazione di Catone. Di fronte alla nuova richiesta, esitò. Se di fronte alla prima non aveva avuto dubbi, di fronte alla seconda ritenne (e dichiarò) di aver bisogno di riflettere. Anche se il matrimonio con Marzia era felice, l’idea di cedere la moglie, evidentemente, gli poneva meno problemi di quella di interrompere il matrimonio della figlia. E quindi, pur non dando subito risposta positiva, prese tempo per chiedere il parere di Lucio Marzio Filippo, il padre di Marzia. E Filippo si dichiarò d’accordo.

Quel che pensasse di tutta la vicenda Marzia non è detto da nessuno. Amata da Catone, dice Dante, al punto che questi non seppe resistere al suo benché minimo desiderio, Marzia, su questa faccenda, non risulta sia mai stata interpellata. Ma obbedì, e dopo aver lasciato Catone (al quale era andata sposa attorno al 62 a.C.), nel 56 sposò Ortensio, allora sessantenne, e gli diede due figli. E quando Ortensio morì, nel 50, lasciandola ancor giovane e ricca vedova, risposò Catone. Nel riportare la notizia Appiano commenta: alla morte di Ortensio, Catone riprese la moglie, come se l’avesse prestata.

Storia singolare, in verità. Storia singolare al di là dei problemi tecnico giuridici (in realtà, come vedremo, inesistenti), sui quali i moderni interpreti si sono peraltro sbizzarriti, arrivando a sostenere, ancora di recente, che Catone non avrebbe mai divorziato da Marzia, la quale per un certo periodo della sua vita avrebbe avuto due mariti. In altre parole, il diritto romano avrebbe ammesso la bigamia: anche se, sembra di capire, solamente nella specie della diandria. Ipotesi, questa, lo abbiamo già detto, assolutamente insostenibile, non solo e non tanto perché non suffragata da alcuna fonte, quanto perché in assoluto e insanabile contrasto con tutte le fonti in materia di matrimonio.

La forma giuridica alla quale fu affidata la realizzazione del piano di Catone e Ortensio, in  realtà […] fu semplicissima: come le fonti dimostrano senza possibilità di equivoci, fu la sequenza di un divorzio e di un nuovo matrimonio (nel caso di Catone seguito da un terzo matrimonio).

La singolarità della storia, dunque, non sta nei suoi risvolti tecnico giuridici: sta piuttosto nella prassi sociale, e soprattutto nella mentalità che questa rivela, che, peraltro, ha sconcertato assai più gli interpreti moderni che non i contemporanei di Catone, e più in generale i romani.

Il tono con cui le fonti riferiscono la vicenda, infatti, è assolutamente normale: non scandalizzato, non sorpreso, senza riprovazione e senza meraviglia. La sola reazione negativa, registrata da Plutarco, fu a quanto pare quella di Cesare, che attaccò pesantemente Catone: ma attenzione, non per aver ceduto la moglie. Quel che Cesare rimproverava a Catone era di averla ripresa dopo la morte di Ortensie, dimostrando, con questo, di aver agito per avidità di danaro: “se Catone aveva bisogno della moglie – disse infatti Cesare – perché cederla (parachórein)? Se non ne aveva bisogno, perché riprenderla? In realtà, sin dall’inizio, egli aveva concesso (hupheithe) la moglie a Ortensie usandola come esca, prestandogliela (echrèsen) quando era giovane, per riprenderla quando era ricca”. Ma Plutarco commenta: una simile accusa è infame. Essendo scoppiata la guerra civile (si era nell’anno 49 a.C.), Catone, che si accingeva a raggiungere Pompeo, si preoccupava che qualcuno si occupasse dei suoi figli (che erano anche figli di Marzia). L’accusa di Cesare, insomma, era dettata da inimicizia politica. E proprio questo, direi, la rende doppiamente interessante: neppure i suoi nemici politici condannarono Catone per il fatto in sé di aver ceduto la moglie. Evidentemente, la pratica, anche se non frequentissima, era socialmente accettabile. E autori come Strabone e Lucano la considerano perfettamente normale, giungendo a dire, come fa Strabone, che Catone diede Marzia in moglie a Ortensio secondo un antico costume romano.

La storia del nostro triangolo, insomma, non sconcertò più di tanto i romani. Ma ha sconcertato, e non poco, i moderni interpreti, che, come spesso accade, non riuscendo a concepire l’esistenza di un’ideologia e di costumi familiari diversi dai nostri, l’hanno per lo più liquidata come una storia eccezionale, fuori dell’ordinario. E per spiegarla non hanno trovato di meglio che attribuirla al carattere dei suoi protagonisti: persone ormai tutt’e tre mature, come ha scritto qualcuno, che avendo superato il romanticismo giovanile avevano una visione pacata del matrimonio, inteso come istituzione per la perpetuazione dello Stato. Ma come è evidente, questa spiegazione non spiega assolutamente nulla. Prescindiamo pure dalla considerazione che a Roma l’amore coniugale era sempre affetto pacato, reciproco rispetto e solidarietà, e che mai un romano si sarebbe sognato di amare altrimenti la propria moglie (“è male – diceva Seneca – amare la propria moglie come se fosse un’amante”). Se il nostro “triangolo” fosse stato del tutto eccezionale, come spiegare l’assenza, nelle fonti, di una qualunque eco di questa eccezionalità?

Né convince, a ben vedere, la spiegazione secondo la quale Catone, essendo uno stoico, avrebbe messo in pratica i precetti stoici sulla comunanza delle donne. A prescindere dal fatto che se fosse stata questa la motivazione di Catone, Plutarco vi avrebbe presumibilmente fatto riferimento (mentre non si preoccupa minimamente di dare né questa, né altra giustificazione del fatto), le fonti mostrano chiaramente che a Roma non erano solo gli stoici a “cedersi” le mogli.

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Da “PASSATO PROSSIMO”, di Eva Cantarella – Feltrinelli

Foto: Rete

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