I baroni in Calabria? Sanguisughe

II 26 aprile 1758, l’abate Genovesi scriveva al marchese Grimaldi che per descrivere gli errori che si facevano in Calabria nelle varie attività agricole ci voleva un «lungo libro» ma, riassumendo, si poteva dire che per vecchi pregiudizi «tutto si faceva a rovescio delle buone regole». Grimaldi, invitava i baroni a scuotersi dal «letargo» in cui vivevano e adoperarsi per migliorare l’agricoltura nelle loro terre. La vera nobiltà non consisteva nel darsi «arie ridicole», nel vedersi incensati dai sudditi o nell’opprimere qualche misero colono, ma essere virtuosi, avere amore per gli studi e adoperarsi per il bene della propria gente.

Gli aristocratici che avevano vaste proprietà campavano di rendita e, atteggiandosi a grandi sovrani, spremevano più che potevano i contadini. Vivevano a Napoli, dove scialacquavano il patrimonio, tornavano nelle loro terre per rastrellare denaro e rientravano tronfi nella capitale. Secondo Bartels il comportamento di questi signori non si smentì neanche in occasione del tragico terremoto del 1783. Appena giunse a Napoli la notizia del terribile sisma, il re invitò i nobili a recarsi nei loro feudi per dare conforto agli abitanti, ma esercitarono così tante vessazioni sulla popolazione da indurre il sovrano a richiamarli a corte. Saint-Non scriveva che l’unica differenza tra la Calabria e la Francia nell’XI secolo consisteva nel fatto che i baroni non avevano fortezze con ponti levatoi: i merli delle loro dimore cadevano a pezzi giorno dopo giorno, mentre loro dilapidavano i patrimoni a Napoli. Nel 1805, Tocci annotava che la maggior parte delle terre in Calabria erano incolte e i mezzi per migliorarle interamente sconosciuti: l’aratro non era quello alla normanna, montato sopra due ruote, ma quello degli antichi romani, tirato da due buoi. I nobili, dimorando lontano dalle loro proprietà, osservava Lombroso, non perfezionavano l’industria agricola e lasciavano che i sudditi fossero angariati dagli odiosi agenti. L’obiettivo era quello di ricavare dai loro possedimenti una rendita sufficiente per mantenere il proprio tenore di vita ed escogitavano vari sotterfugi per imporre nuovi obblighi ai contadini.

Le imposte e le decime che baroni e sovrano imponevano ai sudditi rappresentavano un’onta contro l’umanità. Swinburne sottolineava che era tassato perfino il possesso di animali e i coloni, non potendo allevare le bestie che avrebbero fornito carne, latte e formaggio, si nutrivano di legumi e verdure. Stolberg osservava che i contadini pagavano ai re tasse per tutto ciò che possedevano e producevano ma, essendo anche sudditi dei nobili, dovevano a questi ultimi tributi in natura ricavati dalla coltivazione dei terreni e dall’allevamento degli animali. Galanti denunciava che in alcuni feudi i baroni esercitavano diritto di precedenza nella vendita delle derrate, cosicché quelle degli altri si deterioravano o venivano vendute successivamente a prezzi irrisori. Lombroso ricordava che anche la spigolatura, concessa dovunque ai poveri e alle vedove, nella regione spettava al proprietario e non era raro vedere squadre di mietitori seguite dai maiali che pascolavano sul campo appena mietuto». Galanti e altri viaggiatori segnalavano che i baroni e il re chiedevano un compenso persino sulla neve e si era accusati di contrabbando se, senza permesso, se ne dava una manciata a un povero infermo. Stolberg segnalava che i grandi proprietari terrieri con le loro imposizioni affamavano i coloni al punto che non riuscivano a mettere su famiglia e raccontava di un nobile che gli aveva confessato di non sentirsi obbligato a dare da mangiare alla popolazione durante le carestie.

Tocci scriveva che per intimorire i sudditi i baroni assoldavano dei banditi e, per avere nella loro corte quelli più temuti, gareggiavano come se dovessero accaparrarsi dei cavalli di razza. Pilati rimase impressionato dalla numerosa scorta che accompagnava il duca di Monteleone: ogni soldato aveva quattro pistole appese alla cintura e un lungo fucile sulle spalle”. Galanti raccontava che i guardiani al servizio dei latifondisti, armati fino ai denti, commettevano ogni sopruso ai danni di coloni e uccidevano a colpi di schioppo chi protestava o non pagava i debiti. Swinburne ci informa che i nobili calabresi si servivano di spietati sbirri capaci di compiere qualsiasi atrocità: quando si limitavano a bussare alla porta degli insolventi era per intimorirli, quando davano calci furiosi seguivano le vie di fatto: la morte batteva col piede alle porte delle case perché aveva le mani occupate dalla falce e dalla clessidra, gli sgherri perché avevano in mano pistole e fucili.

I galantuomini non si comportavano diversamente dai signori e il loro scopo era proprio accumulare grandi ricchezze per acquistare un titolo nobiliare. Wey affermava che le proprietà in Calabria rimanevano saldamente in mano all’aristocrazia e che la borghesia ancora doveva nascere: i nuovi ricchi cercavano di sottrarre potere ai baroni senza tuttavia ragionare in maniera diversa da loro. Rilliet confermava che i galantuomini volevano condurre la vita degli aristocratici: gestivano le terre come loro e immiserivano i mezzadri prestando denaro ad alto tasso di interesse. De Custine definiva i nuovi padroni «semicolti» che amavano vivere nella falsa agiatezza e nel lusso meschino: non possedevano il «coraggio» di essere ricchi, ma ne avevano la pretesa. Lombroso osservava che i nuovi proprietari, come i nobili, avevano grande fame di terra, usurpavano i fondi demaniali, amavano vivere di rendita e condurre vita indolente. Questa tendenza all’ozio era dovuta al «mal seme» degli Spagnoli, come spagnolo era il vezzo per il «don», titolo che i galantuomini acquistavano con moneta sonante e la cui vendita costituiva un lucroso commercio». Strutt scriveva che la parola «galantuomo» era usata per designare uomini non obbligati a lavorare: disponendo di una buona rendita potevano permettersi di vivere nell’ozio e spadroneggiare nei villaggi.

I contadini, da parte loro, si rifugiavano nel vittimismo e nel fatalismo, modi semplici ed efficaci per placare ansie e disperazione. Mieglìu pani nivuru ca fame sicura (meglio pane nero che fame certa); u cani muzzica sempre u sciancatu (il cane morde sempre il pezzente); u suvierchiu rumpa a pignola e u cupierchiu (il soverchio rompe la pignata e il coperchio); o ti mangi sa minestra o ti jetti da finestra (o ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra); chini nascia tunnu un ‘mora quatratu (chi nasce rotondo non può morire quadrato); ogni malacqua leva a sita (ogni cattiva acqua toglie le sete).

Griois osservava che la maggior parte dei calabresi viveva in uno stato di indigenza impressionante e, tuttavia, la loro abitudine a questo tipo di vita li rendeva indifferenti alla miseria. Wey aggiungeva che mangiavano poco ed erano abituati alle privazioni: la loro «sobrietà» era così grande che avrebbe fatto ruggire gli spartani!. Franchetti scriveva che i contadini calabresi erano miserabilissimi: la loro maggiore ambizione era «di poter giungere a vivere giorno per giorno e ad aver sempre da mangiare, bene o male».

Costretti a vivere al limite della sopravvivenza, i campagnoli tendevano a conservare ciò che avevano: il cambiamento era rischioso e, in genere, aveva sempre peggiorato le condizioni di vita. In una realtà caratterizzata dalla precarietà era preferibile una vita al limite della sussistenza, la paura di perdere quel poco che si aveva spingeva a scegliere ciò che era certo. Incapaci di risolvere i problemi che l’affliggevano si rivolgevano al passato, al tempo mitico in cui l’organizzazione gerarchica della società garantiva una certa sicurezza e dove anche i più deboli si sentivano protetti.

Pasquale Rossi, agli inizi del Novecento, scriveva che l’indole del calabrese era pessimista e il pessimismo favoriva apatia, sfiducia, egoismo, invidia, maldicenza e individualismo. Che senso aveva darsi da fare se nessuno sforzo avrebbe potuto cambiare le cose? Se il mondo era dominato dagli egoisti, a che valeva essere onesti? Il pessimismo che si era insinuato nelle coscienze per rendere sopportabile miseria e ingiustizie, aveva contribuito a intorpidire gli animi, a far accettare passivamente la propria condizione e a impedire la realizzazione di progetti comuni. Il sentimento d’ineluttabilità e d’impotenza tanto diffuso tra i calabresi aveva dato linfa all’idea dell’esistenza di un destino sempre avverso, aveva fatto sì che generazioni di uomini si sentissero perseguitate da potenze oscure colpevoli del loro fallimento: nessuno poteva sfuggire al proprio destino, la realtà si subiva e si accettava. La convinzione che il corso della vita era determinato a priori aveva incoraggiato un atteggiamento rassegnato, a dire e fare le stesse cose pensando che cambiasse qualcosa; aveva spinto all’autocommiserazione e alla mancata assunzione di responsabilità scoraggiando chi aveva la volontà di autodeterminarsi. Il destino, questa misteriosa entità che controllava le sorti degli uomini, era chiamato in causa per giustificare l’insuccesso, per sfuggire alle responsabilità e accettare supinamente le difficoltà delia vita.

GIOVANNI SOLE

 

Da “PANE NERO O FAME NERA”, di Giovanni Sole – Rubbettino

Foto: Rete

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