Per chi è cresciuto negli anni cinquanta e sessanta …

 

Quando lessi questa pagina di Vito Teti, ogni tanto mi toccava fermarmi e prendere fiato.  Volti, ricordi urgevano. E io davo spago alla memoria.

«Appartenere a due mondi, abbracciare con un’anima sola due età, è una condizione veramente paradossale, che si ripete nella storia, ed è imposta solo a poche generazioni umane». ( Werfel) 

A me, come ad altri milioni d’italiani, è toccato questo privilegio, perché sono nato a metà degli anni ’40, e ho visto la fine della civiltà contadina e la nascita della modernità. Privilegio e sofferenza. Il mio orologio biologico, ogni tanto, oscilla tra i due mondi e fatica ad orientarsi, provocandomi una forma di spaesamento. Si formano grumi di sofferenza.  Soprattutto adesso che non ritrovo più volti, voci, gesti, sapori, riti, che m’erano familiari da ragazzo, e davanti alle case, dove un tempo pullulava vita, è cresciuta l’erba.

 

 

Per chi è nato e cresciuto tra gli anni cinquanta e sessanta e ha vissuto in prima persona l’erosione e la fine dall’universo contadino tradizionale (dalla Calabria alle Langhe, dalla Sicilia al Veneto, dalla Basilicata al Friuli, dalle Puglie alla Lombardia), l’ambiguità non è solo tra due età o tra due mondi, ma tra due civiltà. La fine della civiltà contadina e l’avvento della modernità sono eventi unici, epocali, irripetibili. Nel 1974, Maurice Aymard, il grande storico del Mediterraneo allievo di Braudel, mi suggerì di raccogliere «biografie alimentari» dagli anziani dell’universo che all’epoca avevo cominciato a studiare. Aymard era convinto, a ragione, che anche la vita di un individuo della società tradizionale fosse segnata, pure nella sua apparente monotonia, da periodi di magro e di grasso, di fame e di abbondanza, di insoddisfazione e di sazietà alimentare. Il carattere dell’alimentazione nelle società del passato poteva essere compreso, nella sua complessità e dinamicità, anche raccogliendo le testimonianze degli individui relative al loro rapporto con il cibo, alle disponibilità alimentari nei diversi periodi dell’anno e della vita, nelle occasioni ordinarie o straordinarie. L’uomo della società tradizionale navigava in una zona di confine tra la soglia della fame e della sopravvivenza e quella desiderata, ambita, segnata dagli eccessi e dall’abbondanza, della cucina festiva. Carestie e feste, epidemie e riti, interrompevano in un senso o nell’altro quella sostanziale, anche se non assoluta, monotonia delle abitudini e delle pratiche alimentari. Il lavoro sulle biografie individuali avrebbe aiutato a far superare una visione mitica o, peggio, denigratoria del passato e del mondo tradizionale.

Per questo, memorie e tracce del mio vissuto, aspetti della mia biografia alimentare diventano narrazione e fonte, sguardo dall’interno e da vicino su una grande trasformazione che è stata raccontata da storici e antropologi, da scrittori e sociologi, da registi ed economisti. In poco più di un decennio (anche se il crepuscolo di un mondo era iniziato con l’avvento della società industriale) si polverizzava e si frantumava una civiltà che risaliva alla nascita dell’agricoltura e della scrittura, vale a dire alla nascita di quella che poi avremmo imparato a chiamare civiltà occidentale. Dalla metà degli anni cinquanta alla metà degli anni sessanta, dal dopoguerra all’arrivo del boom economico, dai grandi esodi dalla campagna e dai paesi verso la città e le fabbriche, si sfarinava un mondo millenario, generando sentimenti dolenti e contrastanti, compiacimenti e nostalgie, speranze e illusioni, disincanti e rimpianti, delusioni e ubriacature come davanti a qualcosa di completamente nuovo, di cui non si riescono a cogliere i contorni, le sfumature, l’essenza, la direzione. Dal 1958, anno, secondo Guido Crainz (2003), «di confine», al 1968 si osserva in maniera vistosa la fine della precedente depressione e la scomparsa dello spartiacque fra miseria e benessere. Per una singolare coincidenza che appartiene al mio vissuto, il 1958 è l’anno del ritorno di mio padre da Toronto e il 1968 l’anno in cui ci lasciavamo l’antico mondo alle spalle per metterci in viaggio e portare a termine la trasformazione avviata dai padri. Percepivo giorno per giorno i mutamenti culturali, sociali, alimentari di quel periodo.

Quello che io e altri della mia generazione vivevamo da osservatori, testimoni, protagonisti era il passaggio da un regime alimentare sobrio, precario ma «equilibrato», a un’alimentazione che diventava sempre più varia, articolata, a volte abbondante e col tempo eccessiva. Lentamente il desiderio del mangiare, che prevaleva su tutti gli altri e che rappresentava una necessità primaria – secondo quanto attestano canti, racconti, proverbi e folklore -, poteva essere realizzato in maniera meno incerta e più soddisfacente. Era il periodo del grande esodo, delle mille partenze e dei primi ritorni, delle lotte e delle fughe contadine, dello spopolamento delle campagne, dei negozi che finalmente accoglievano beni mai visti prima, da vendere e acquistare, anche da ammirare. Si passava dai digiuni odiati, obbligati e necessari alle diete autoimposte o idealizzate; dalle erbe detestate alle carni così a lungo sognate; dalle malattie da denutrizione a quelle da iperalimentazione; dall’idea di grassezza come salute a quella di obesità come patologia; dall’eccezionalità del mangiare festivo alla festa alimentare ininterrotta e sempre possibile; dalla nostalgia e dall’utopia del mangiare a «scassapancia» alla nostalgia per un tempo alimentare perduto, trasformato in mito della genuinità e della naturalezza; dall’attenzione a non mandar persa una mollica di pane all’enormità di cibi avanzati e buttati; dal poco cibo conservato nel vetro e nelle terrecotte ai primi frigoriferi e poi ai freezer stracolmi di cibo contenuto in recipienti di plastica.

Quello a cui assistevo e da cui ero io stesso toccato non era un avvenimento comune nella storia alimentare del mio paese, del Sud e dell’Italia. Era il passaggio progressivo dalla soglia della fame, sempre aperta e incombente, minacciosa e osservata con terrore, al gradino più alto in cui mangiare, magari in maniera varia e continuata, diventava facile e praticabile, senza dipendere da contingenze naturali o storiche, dal favore e dalle bizzarrie del clima, dai dispetti e dagli umori dei padroni, dalla produzione stagionale. Alcuni studiosi hanno letto questo mutamento come apocalittico e irreversibile (Harris, 1991). Per altri, invece, si raggiungeva il compimento di una trasformazione avviata da tempo (Goody, 1982) e la mia generazione era al centro di questa trasformazione che non vedeva come una fine, ma anzi salutava con entusiasmo. Era il progressivo abbandono di quella civiltà del pane, di quell’universo dell’asino e della zappa, segnati dal bisogno, dalla fatica e dalla ricerca di cibo. Nell’ancien régime e nelle società tradizionali, ancor più in quelle che non avevano conosciuto l’industrializzazione e la modernità, l’alternativa per la quasi totalità delle persone era fra mangiare o non mangiare. Il quadro, adesso, veniva notevolmente migliorato, quasi stravolto: cessava la dipendenza totale dalla produzione annuale e s’interrompeva il circolo produzione-crisi-carestia-fame.

Non eravamo ancora, allora, alla fine dell’antico equilibrio, ma la via di nuovi modelli e costumi alimentari era ormai segnata. Gli storici hanno studiato l’entusiasmo, la felicità e la frenesia con cui queste novità erano vissute, parallelamente all’arrivo dei televisori, delle Cinquecento e delle radioline portatili, del cinematografo e dei giornali, delle bevande e dei gelati, delle Coca-Cola e delle aranciate, delle prime cioccolate e dei «golosini», dell’apertura di nuovi negozi alimentari, frutta e verdura, e di macellerie anche di carne vaccina, degli ambulanti con il pesce fresco, le sarde, le alici e il tonno, del Carosello e della scuola dell’obbligo. L’arrivo della società dei consumi veniva accolto, tuttavia, anche con sospetto, con circospezione e diffidenza da chi temeva un ritorno del peggio. Le novità alimentari, che a metà anni sessanta si traducevano, anche per i ceti meno abbienti, in maggiore disponibilità di carne, pasta e zucchero, erano guardate con incredulità antica da chi ne aveva viste troppe per non temere l’illusorietà e il carattere effimero di quel benessere, che poteva essere perso in qualsiasi momento e al minimo imprevisto.

 

Il passato recente parlava ancora con forza di privazioni, disagi, alimentazione carente e monotona, molto vicina alla fame. Un mondo che per secoli si era retto su precari equilibri, che oscillava tra fame e limiti, segnato da profonde differenze sociali di cui le scelte alimentari erano il segno, si dissolveva. Chi assisteva alla sua fine (e spesso ne era protagonista) lo lasciava tra pianti e dolori, senza rabbia e rancore ma con speranza e fiducia. Quelli che quel mondo non hanno vissuto, oggi lo narrano con nostalgia, lo evocano come un universo equilibrato, ordinato, sobrio, basato su un rapporto corretto tra uomo e natura, uomo e animale. Non era così. Quel decennio di grande trasformazione era eccezionale, sanciva la morte di una civiltà che aveva avuto origine proprio sulle sponde del Mediterraneo e in quella regione dove olio, vino, grano erano coltivati già in epoca protostorica e che nel tempo diventavano una sorta di melting pot alimentare, con quei frutti però disponibili per pochi e con parsimonia. Il mondo dell’infanzia, sospeso tra fame, sete e abbondanza, sobrietà e desiderio di sfrenatezza, è stato un periodo troppo breve, che non può essere idealizzato e inventato come il passato tout court. Un lungo e faticoso passato rimordeva ancora.

VITO TETI

 

Da “FINE PASTO”, di Vito Teti – Einaudi

Foto: Rete

 

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