Crudeltà e stranezze di Caligola

Caio Svetonio Tranquillo (nato fra il 70 e il 75 e morto fra il 140 e il 150 d.C.) fu per alcuni anni segretario di Adriano: come tale ebbe libero accesso agli archivi imperiali e potè consultare epistolari, verbali di processi, libelli, atti ufficiali ecc., concernenti il periodo storico che va dall’epoca di Giulio Cesare a quella di Domiziano, da lui trattato nelle Vite di dodici Cesari. Erudito, piuttosto che storico, Svetonio accolse nella sua opera anche pettegolezzi e aneddoti romanzeschi, cosicché i suoi scritti, e in particolare i due brani che qui riportiamo, riguardanti la vita di Caligala, devono essere letti con le debite riserve. I passi citati documentano però con assoluta certezza quali dicerie corressero sul conto di Caligola, così come l’opera nel suo complesso testimonia del giudizio di condanna che, nell’epoca del principato adottivo (v. P- 324), si esprimeva sulla dinastia giulio-claudia.

Il fine di Svetonio, come quello del grande Tacito, era quello di denunciare e di stigmatizzare gli orrori del dispotismo imperiale, che, se non nei singoli particolari da lui riferiti almeno nella sostanza, era pur stato una dura realtà.

Divertimenti di Caligola.

Egualmente crudele nelle parole e negli atti era anche quando si divertiva e attendeva al giucco e al cibo. Spesso, mentre pranzava e gozzovigliava, in sua presenza si facevano processi mediante tortura; un soldato esperto decollatore mozzava le teste a tutti quelli che si facevano venire dalla prigione. A Pozzuoli, nella dedicazione di quel ponte, da lui immaginato, di cui ho detto sopra (1), invitò presso di sé, dalla riva, molti, e repentinamente li precipitò tutti in acqua ; e alcuni che si appigliavano ai timoni ricacciò in mare con pertiche e con remi. A Roma, in un pubblico banchetto, consegnò immediatamente al carnefice un servo che aveva rubato da un letto una lamina d’argento, perché, troncategli le mani e fattegliele pendere dal collo davanti al petto, lo menasse attorno per le comitive banchettanti, preceduto da un cartello che indicava il motivo di quella pena. Trafisse con un pugnale un mirmillone che era venuto dalla scuola a duellare con lui coi bastoni e che volontariamente si era lasciato cadere a terra, e poi andò correndo qua e là con la palma al modo dei vincitori (2). Essendo una volta condotta una vittima all’altare, egli, succinto a foggia di sacrificatore, levò alto il maglio e ammazzò il ministro che doveva sgozzarla. In un convito molto lauto diede a un tratto in uno scroscio di risa, e ai consoli sdraiati al suo fianco i quali gli domandavano di che ridesse rispose : « Di che, se non del fatto che tutti e due voi potreste essere a un mio cenno scannati sull’istante?»

Abbigliamento di Caligola.

Usò sempre vestimento e calzari e adornamenti che non erano né romani né di cittadino, anzi neppure maschili né umani. Spesso usciva in pubblico vestito di pènule ricamate e gemmate (3), con lunghe maniche e braccialetti; talvolta in abiti di seta o di gala femminili, e ora con pianelle o coturni, ora in calzaretti militari, ora con socco muliebre (4); e per lo più con una barba d’oro, impugnando un fulmine o un tridente o un cadùceo (5), insegne di Dei; e fu anche veduto in abbigliamento di Venere. E anche prima della spedizione (6) portò con frequenza le insegne trionfali, e talora anche la corazza di Alessandro Magno fatta togliere dalla tomba di lui.

(Da Svetonio, Le vite di dodici Gesari, trad. G. Vitali, Bologna, Zanichelli)

 

NOTE

  1. Si tratta di un lungo ponte, fra Baia e Pozzuoli, fatto gettare da Caligola su di una fila di navi ancorate: su di esso — a detta di Svetonio — l’imperatore scorrazzò per due giorni per « emulare Serse, il quale coprì con un tavolato l’alquanto più stretto Ellesponto».
  2. Il mirmillone era un gladiatore, armato al modo dei Galli, il quale di norma combatteva contro un reziario.

L’episodio riferito da Svetonio ce ne ricorda un altro assai più recente, riferito dal giornalista americano H. L. Matthews (I frutti del fascismo, Bari, Laterza, 1946):

«… Mussolini ci invitò a vederlo giocare a tennis pochi giorni prima del suo cinquantasettesimo compleanno, il 29 luglio 1940. Quando noi arrivammo egli stava giocando, e giocava come un principiante. I suoi avversari professionisti dovevano badare a gettargli le palle alla destra ed all’altezza della cintura. Egli non aveva «rovescio», né battuta e giocava di gomito, prendendo la palla vicino al corpo, nel peggior stile possibile. I giocatori professionisti si disperavano per cercar di far vincere Mussolini; ma a dispetto tutto si era ancora a tre contro due».

Il Mussolini fu poi dichiarato vincitore con un espediente, ma, a riprova, del progresso storico, ai maestri di tennis toccò una sorte infinitamente migliore che al povero di Caligola.

  1. La penula era una sopravveste rotonda e chiusa, che copriva tutto il corpo salvo la

testa e i piedi.

  1. Il socco era una calzatura bassa e leggera che, presso i Romani, era usata solo dalle donne.
  2. Cadùceo: verga alata, cui erano attorcigliati due serpenti, con la quale Mercurio componeva le liti.
  3. Allude ad un’infelice spedizione condotta da Caligola in Germania.

 

Da LE CIVILTA’ ANTICHE, di Camera – Fabietti – Zanichelli

Foto: Rete

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