Il cristianesimo come religione dell’immagine

Affresco bizantino che porta i segni degli iconoclasti

Che rapporto c’è tra arte e religione, tra bellezza e fede? Un vincolo strettissimo, al punto da ipotizzare che in Occidente difficilmente avremmo avuto uno sviluppo dell’arte, una storia dell’arte e una disciplina chiamata “estetica” se nel Secondo Concilio di Nicea (787) non si fosse data l’approvazione al culto delle immagini, respingendo gli atti del Concilio iconoclasta di Hieria del 754. Del resto delle tre religioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo e islamismo, solo la religione cristiana concede il culto delle immagini sacre e non condanna l’iconografia come empietà.

Come riferisce Mario Re, tutto avvenne nell’VIII secolo d.C., quando nell’Oriente cristiano il culto delle immagini era giunto a tali livelli di fanatismo che si raschiavano i colori dei dipinti per miscelarli al vino che si distribuiva ai fedeli dopo la messa. Gli abusi erano tali che ebrei e musulmani presero a chiamare idolatri e iconolatri i cristiani.

Fu allora che, per porre fine a questi abusi, ma soprattutto per togliere ai monaci la grande influenza che tramite le immagini esercitavano sul popolo, l’imperatore Leone III Isaurico (717-741) diede ordine di distruggere tutte le immagini sacre, a cominciare da un’immagine di Cristo assai venerata che si trovava sopra una porta di Costantinopoli. Ci fu una sollevazione popolare che venne repressa molto duramente, a cui seguì la deposizione del patriarca Germano che, per volere del papa, si era opposto ai mandanti imperiali che rompevano, raschiavano e demolivano tutte le immagini sacre.

Il fenomeno si estese in Occidente a seguito di una spedizione militare che l’imperatore Leone III inviò contro papa Gregorio III (731-741). La spedizione naufragò nell’Adriatico, e ad approfittarne fu Liutprando, re dei Longobardi, che si valse della contesa iconoclasta per estendere il suo dominio sull’Esarcato, i cui abitanti si erano ribellati all’editto contro le immagini promulgato dall’autorità imperiale.

Nel 787, per porre fine al conflitto, l’imperatrice d’Oriente Irene convocò il Secondo Concilio di Nicea dove si ripristinò il culto delle immagini. Ciò non significò la fine delle controversie, per non dire degli scontri tra papato e impero, se è vero che Carlo Magno nel 794 convocò a Francoforte un concilio contro i decreti niceni. Ma ormai le basi per il culto delle immagini erano state poste, e nell’869 il Concilio di Costantinopoli sancì la definitiva ammissione delle immagini al culto.

Fin qui i fatti. Ma quel che ci interessa sono le motivazioni con cui al Concilio di Nicea la religione cristiana, unica fra le religioni monoteiste, legittima il culto delle immagini, inaugurando in un certo modo quello che in Occidente oggi chiamiamo “storia dell’arte”. Gli argomenti adottati, come riferisce Crispino Valenziano, furono due: l’incarnazione di Cristo e la sua resurrezione. Se Dio si è incarnato nel Figlio, Dio ha voluto mostrarsi e farsi vedere; e il cristianesimo, che si distingue dall’ebraismo e dall’Islam proprio perché riconosce l’incarnazione di Dio, afferma il primato della vista sull’udito, quindi dell’immagine sulla parola. Capiamo allora perché il patriarca di Costantinopoli Niceforo – appoggiandosi al Vangelo di Matteo (13, 15-17) che recita: “Beati i vostri occhi perché vedono. Molti profeti e uomini giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete e non lo videro” – argomenta che: “La percezione visiva è più immediata e meglio penetrante che non la percezione uditiva”. A sua volta il monaco Teodoro afferma che l’occhio ha una miglior virtù ed è più affidabile dell’orecchio e, dopo aver chiamato “veggenti” i discepoli e gli evangelisti che hanno parlato del Cristo dopo averlo visto, enuncia il principio, che poi troviamo alla base dell’estetica”, secondo il quale “la realtà, che quando è assente può esser colta solo intellettualmente, questa possibilità non si dà se prima non è stata vista sensibilmente”.

Luigi Russo, raccogliendo gli Atti del Concilio di Nicea, si domanda se l’estetica, invece di stemperarsi entro un sapere storico-artistico, relegato peraltro in ambiti ultraspecialistici, non debba tornare a essere una teoria della sensibilità (in greco: aisthesis) come è stato focalizzato dal Concilio di Nicea, che ha sancito la differenza tra il cristianesimo da un lato, che è religione dell’immagine in quanto Dio si è mostrato e fatto vedere, e l’ebraismo e l’Islam dall’altro che sono religioni della parola perché non accolgono l’incarnazione di Dio, il suo mostrarsi in carne e ossa.

UMBERTO GALIMBERTI

Da “Cristianesimo”, di U. Galimberti  –  Feltrinelli

Foto: Rete

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