La melagrana, simbolo sia di Fecondità sia di Morte

Nel santuario di Santa Maria del Granato a Capaccio Vecchio, in provincia di Salerno, si venera una Vergine col Bambin Gesù che tiene nella mano destra una melagrana, quasi fosse uno scettro: è la Madonna del Granato. A pochi chilometri di distanza, nel Museo di Paestum,

è conservata una statua arcaica, probabilmente del VII secolo avanti Cristo, che raffigura la dea Era con un bimbo in braccio nell’atteggiamento della kourotrófos, ovvero di «colei che nutre», e anch’essa regge questo frutto nella destra. Nello stesso museo un’altra statua arcaica di terracotta rappresenta una dea non identificata, seduta su un trono e con lo stesso frutto. Infine nel Museo Nazionale di Napoli si custodiscono alcune statuette di kourotrófoi con la melagrana, di tarda età ellenistica, provenienti da Capua.

Già Pausania aveva descritto una statua di Era in Argo, maestosa sul trono, che portava sul capo una corona dov’erano scolpite Cariti e Ore, in una mano il frutto e nell’altra lo scettro. Quale significato avesse la melagrana lo scrittore greco non volle svelarlo, limitandosi a dire che «la tradizione è di quelle di cui è meno lecito parlare».

Anche altre dee furono ritratte con questo simbolo vegetale: Atena, protettrice della città di Atene nella sua funzione di divinità vittoriosa, Afrodite nell’isola di Cipro, dove secondo un mito avrebbe piantato per la prima volta l’albero, e infine Core-Persefone, Signora degli inferi e delle piante. I Latini chiamavano il frutto malum punicum, «melo fenicio», perché

si diceva che provenisse dall’area siro-fenicia dove una mitica Sìde, altro nome greco della melagrana, veniva considerata l’eroina fondatrice di Sidone che ne aveva ripreso anche etimologicamente il nome.

L’alberello, detto botanicamente Punica granatum, proviene in realtà da una zona che si estendeva dal Punjab, in India, ai territori a sud del Caucaso; ma fin dall’antichità si era diffuso in Asia Minore e poi nei paesi mediterranei.

È una delle piante del mio minuscolo giardino che dalla primavera all’inizio dell’inverno, quando perde le foglie caduche di un verde brillante, offre incanti misteriosi. All’inizio della primavera nascono le foglioline di un colore rossiccio rugginoso che poi a poco a poco trascolora nel verde. Nel segno dei Gemelli sbocciano i primi fiori, simili a campanule, che si aprono come una stella a sei punte: anch’essi rossi, ma di un rosso che trascolora nell’arancio. Dai fiori fecondati crescerà il frutto, simile a una grossa bacca che, giunta a maturazione nell’autunno, sarà sovrastata da una coroncina e assumerà varie gradazioni di rosso, dal più tenue al più acceso, svelando al suo interno gli innumerevoli semi sanguigni: feconda e regale.

Madonna del Granato – Capaccio

I miti arcaici della melagrana

Attributo della Grande Madre, regina del Cosmo, nel suo duplice ruolo di Colei che dà la vita e Colei che la toglie, la melagrana era simbolo sia di Fecondità sia di Morte, tant’è vero che si sono trovate melegrane di argilla nelle tombe greche dell’Italia meridionale.

Secondo un mito greco il primo melograno nacque dalle stille di sangue di Dioniso. Quando uscì dal rifugio che era stata la coscia del padre Zeus, il piccolo[…] fu catturato dai Titani che, ispirati dalla gelosissima Era, lo fecero a pezzi e poi lo misero a bollire in un paiolo. Dal sangue che si era sparso spuntò un albero, il melograno; e altri sorsero sulle tombe di giovani eroi, da Eteoklés a Menoikéus, racchiudendo nell’essenza vegetale le stille del loro sangue.

Ma in epoca arcaica il melograno era associato a un essere femminile, Rhoió uno dei nomi greci della pianta: era figlia di Stàfylos, il Tralcio d’uva, a sua volta figlia di Dioniso. Il padre irato l’aveva rinchiusa in una larnax, un recipiente di argilla, e gettata in mare. Dopo un fortunoso viaggio era approdata sull’isola di Delo dove aveva generato Ànios, che a sua volta aveva generato Oinó, Spermó, Elaïs, ovvero «Vino», «Grano» e «Ulivo».

Sìde è un altro nome del melograno, collegato a una fanciulla, eroina eponima di Panfilia. Secondo la leggenda più antica Sìde era sposa di Orione, il mitico cacciatore che la gettò nell‘Ade perché aveva osato contendere con Era in una gara di bellezza. Forse il mito riflette il passaggio da una sfera cultuale primitiva a una più moderna dove Era aveva assunto il ruolo principale.

Un’altra variante del mito narra che Sìde, insidiata dal padre, si uccise sulla tomba della madre. Gli dèi, impietositi dalla triste vicenda, fecero sorgere dal sepolcro il melograno mentre il padre veniva trasformato in un nibbio, l’uccello rapace che mai si posa sui rami dell’albero.

In tutti questi miti è simboleggiato il ciclo di morte-sacrificio da cui nasce la vita: vi alludeva anche il larnax di Rhoió, che veniva usato nel mondo egeo come cassa funebre.

ALFREDO CATTABIANI

Da “Florario”, di A. Cattabiani  –  Oscar Mondadori

Foto: Rete

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