Il culto del caprone

L’osculum infame in una xilografia del Compendium maleficarum di Francesco Maria Guaccio, 1608. 

All’epoca di Giovanni XXII avvenne una recrudescenza dell‘antifemminismo, anch’esso destinato a tragiche conseguenze. Per la cultura giudaico-cristiana, la donna è la fonte di ogni male, avendo per prima assaggiato il frutto proibito offertole da Satana nell’Eden e avendo convinto Adamo a cibarsene. Proprio Giovanni XXII commissionò al francescano Alvaro Pelayo un’opera che riassumeva gli argomenti teologici contro le donne; il volume, intitolato De planctu ecdesiae, fu redatto verso il 1330. Tra le accuse più dure rivolte alle donne figura il fatto di trascinare gli uomini «negli abissi della sensualità» e «di accoppiarsi con le bestie». Inoltre, certe donne sono empie indovine, gettano il malocchio, adoperano incantesimi e malefici, provocano la sterilità con erbe e composizioni magiche, praticano «l’arte di Zabulon», cioè impediscono la procreazione; un’accusa, quest’ultima, che ricorda le pratiche diffuse tra i Catari, i quali preferivano spesso abortire per evitare il perpetuarsi del male nel mondo terreno.

Negli anni immediatamente seguenti la pubblicazione della bolla Super illius specula si scatenò la caccia alle streghe nella Francia meridionale. Alcuni storici ritengono che nell’arco di un secolo bruciarono sul rogo oltre seicento persone, fra maghi e streghe; tuttavia non è facile stabilire l’accusa specifica mossa contro di loro dato che ormai era avvenuta, nella mentalità degli inquisitori, una saldatura fra eresia, adorazione del diavolo e pratiche magiche. Lasciando da parte i documenti in cui tali reati non sono chiaramente distinti fra loro, ricordiamo i più famosi processi per stregoneria avvenuti in Francia nel corso del Trecento. Tra il 1320 e il 1350 l’Inquisizione di Carcassonne pronunciò più di quattrocento sentenze per il reato di magia e oltre duecento di queste comportarono la pena di morte. L’Inquisizione di Tolosa fu ancor più severa: le comparvero davanti seicento persone, delle quali due terzi furono giustiziate dal braccio secolare. Tali esecuzioni continuarono durante la seconda metà del secolo.

Tra le tante vicende ne spiccano due in particolare. La prima riguarda Anne-Marie de Georgel: sotto tortura, la donna avrebbe confessato che molti anni prima, mentre stava lavando i panni, le apparve un uomo nero vestito con pelli animali, al quale lei si concedette. L’uomo le sospirò qualcosa nell’orecchio e subito fu trasportata, contro la sua volontà, a una riunione di uomini e donne sacrileghi. Là c’era un caprone gigantesco, che salutò e al quale si abbandonò. Il caprone, in cambio, le mostrò ogni genere di segreti malefici: le fece conoscere le piante velenose, le insegnò le parole magiche e come bisognava fare i sortilegi nelle notti che precedono San Giovanni, Natale e in quelle del primo venerdì del mese. Anne-Marie imparò così a cuocere erbe avvelenate e sostanze estratte sia dagli animali sia dai corpi umani seppelliti nei cimiteri, per servirsene nei suoi incantesimi. La donna, inoltre, si aggirava di notte attorno alle forche patibolari per sottrarre strisce ai vestiti degli impiccati, per rubare la corda da cui pendevano o per impossessarsi dei loro capelli, delle unghie o di parti grasse. Interrogata sulla sua fede religiosa, Anne-Marie sostenne che Dio è il padrone del cielo e Satana quello della terra, e che i due sono in eterno conflitto: qualche volta vince uno e qualche volta l’altro. La donna, essendosi pentita dei suoi peccati e riconciliata con la Chiesa, fu lasciata libera.

Il grande caprone, raffigurazione del sabba ad opera di Francisco Goya, 1795

Un’altra imputata allo stesso processo, Catherine Delort, confessò di essere stata costretta dal suo amante, dieci anni prima, a fare un patto con il diavolo, evocato con un rito magico celebrato a mezzanotte a un incrocio. La donna si era fatta sanguinare il braccio sinistro lasciando scorrere il proprio sangue su un fuoco alimentato da ossa umane rubate nel cimitero della parrocchia, aveva pronunciato strane parole e poco dopo le era apparso il demone Berit, sotto forma di una fiamma viola. Da allora, ogni sabato cadeva in un sonno profondo e andava a una riunione in posti vicini e lontani, talvolta fino ai Pirenei. Qui adorava un caprone e si concedeva a lui, come tutti i presenti a quella festa. Si mangiavano cadaveri di bambini appena nati, strappati alle loro balie durante la notte, si beveva ogni genere di liquori sgradevoli e tutti gli alimenti erano privi di sale. Catherine, messa sotto tortura, dopo aver protestato a lungo la sua innocenza e dopo aver pronunciato numerosi giuramenti falsi, fu giudicata colpevole di tutti i reati di cui era stata sospettata. Aveva fatto cadere la grandine sui campi delle persone che odiava, marcire il grano grazie a una nebbia pestilenziale e gelare le vigne. Aveva provocato malattie mortali ai buoi e alle pecore dei suoi vicini. Aveva causato la morte delle sue zie esponendo a fuoco lento delle immagini di cera vestite con qualche loro camicia, in modo che la vita di quelle donne disgraziate si consumasse man mano che le due statue fondevano nel braciere. Interrogata sulla sua fede religiosa, Catherine dimostrò di credere alle dottrine dei Catari, ma poi manifestò la sua dedizione alla Chiesa cattolica e sottoscrisse un atto di confessione e di abiura dei suoi errori. La Corte la lasciò libera. Occorre avvertire, a questo punto, che l’intero caso di Anne-Marie de Georgel e di Catherine Delort è oggi considerato assolutamente falso; si tratterebbe di un’invenzione ottocentesca costruita ad arte da uno scrittore fantasioso e in seguito riportata come veritiera da numerosi storici.

Così, la «saga delle streghe di Tolosa» è rimbalzata da un libro all’altro senza che nessuno, fino a tempi recentissimi, andasse a verificare la coerenza dei documenti citati.

Parrebbe quindi falsa pure la notizia che nel 1352, a Carcassonne, furono processate sette persone che avevano adorato un caprone nella speranza di poter andare alla riunione diabolica, ma che non vi erano riuscite per mancanza di fede: furono condannate a dodici anni di prigione e a perpetua sorveglianza da parte dei curati. Tutti i casi qui citati sono considerati importanti, dagli antropologi, soprattutto perché evidenzierebbero chiaramente il momento in cui cominciò a emergere la credenza nel culto del caprone, che si tramanderà nei secoli sotto forma di infinite raffigurazioni. Molti hanno affermato che l’identificazione fra il caprone e il diavolo rappresenta la demonizzazione di un rito agrario più antico, legato a qualche divinità celtica cornuta come Cernunnos, o anche alla sopravvivenza di culti bacchici, nei quali figurava anche un caprone, simbolo di fertilità. Comunque, anche se la «saga delle streghe di Tolosa» è un’invenzione letteraria, è assolutamente certo che l’immagine del diabolico capro servì a identificare, dal Quattrocento in avanti, sia gli eretici valdesi, sia gli adepti di una nuova forma di eresia coincidente con la stregoneria. È un dato di fatto che in almeno due codici miniati risalenti agli inizi del Quattrocento si vede raffigurato il bacio al posteriore di un caprone offerto dai «diabolici» valdesi nel corso di un loro rito.

 

GIORDANO BERTI

Da “Storia della stregoneria” – Mondadori

Foto: Rete

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