Il 2 giugno 1946 gli italiani andarono finalmente liberi alle urne dopo oltre vent’anni

 

Il 2 giugno 1946 gli italiani andarono finalmente liberi alle urne dopo oltre vent’anni. Gli elettori dovevano scegliere con un referendum tra la monarchia e la repubblica, e dovevano eleggere i loro rappresentanti all’Assemblea Costituente. Era un’occasione storica, non solo per l’importanza delle questioni in gioco, ma per il fatto che le donne poterono votare per la prima volta nella storia italiana.

Meno di un mese prima del referendum Vittorio Emanuele III, in un ultimo disperato tentativo di salvare la propria dinastia, aveva abdicato in favore del figlio Umberto. La prospettiva di un nuovo re non fu tuttavia sufficiente a cancellare la memoria del coinvolgimento della monarchia con il fascismo o della fuga ignominiosa da Roma l’8 settembre 1943.

Con 12 717 923 voti (54,2 per cento) contro I0 7:9 284 (il 45,8 per cento), l’Italia divenne una repubblica.

Il referendum rivelò quanto drammatica fosse la spaccatura tra Nord e Sud. Mentre il Centro e il Nord votarono compatti per la repubblica, e in alcune zone in modo schiacciante, il Sud fu altrettanto solido nel suo appoggio alla monarchia. Circa l’80 per cento dei napoletani erano monarchici e solo nella poverissima Basilicata, teatro nel 1944-45 di estese occupazioni di terre, i voti per la repubblica superarono il 40 per cento.

La grandissima differenza tra l’esperienza della Resistenza e quella del Regno del Sud ha gran parte nello spiegare questo comportamento elettorale. Cosi scrisse all’epoca Giorgio Amendola: «vi sono larghe zone dell’Italia meridionale in cui ogni cosa sembra essere rimasta come era prima, sotto il fascismo; l’apparato politico e statale non è cambiato, ed il potere rimane nelle mani delle stesse famiglie». Le radici del monarchismo meridionale erano però più profonde. A Napoli in particolare vi era una fiducia secolare nel fatto che monarchia significava lavoro, sussidi e assistenza. I napoletani non erano preparati a scambiare i benefici della monarchia, che includevano naturalmente i «doni» in periodo elettorale, per l’astratto ideale della repubblica.

All’inizio Umberto chiese tempo, affermando che le preferenze registrate per la repubblica costituivano la maggioranza solo rispetto ai voti validi, e non rispetto alla totalità degli aventi diritto al voto. Seguirono nella capitale giorni pieni di tensione, con voci di un possibile colpo di stato dell’esercito in appoggio al re. De Gasperi e gli altri ministri rimasero saldi al loro posto, e il 13 giugno il «re di maggio», come verrà soprannominato Umberto, se ne volò verso l’esilio. Quindici giorni più tardi il giurista liberale napoletano Enrico de Nicola, ultimo presidente della Camera prefascista, venne eletto capo provvisorio dello Stato.

La sconfitta della monarchia al referendum fu senza dubbio il risultato più importante ottenuto dalle forze progressiste in questi anni. I protagonisti della sinistra di quel periodo guardando indietro alle sconfitte del 1945-48, potevano sempre consolarsi per aver istituito la repubblica. De Gasperi disse a Gonella che occorreva rassicurare la gente che la repubblica non significava ripulire lo Stato di tutto il passato. Aveva certo ragione, ma l’eliminazione del potere monarchico non fu tuttavia una vittoria simbolica. Il re aveva esercitato in passato un forte controllo sulla politica estera e su quella militare, e casa Savoia aveva sempre mostrato scarso rispetto per la democrazia e una predilezione per quelli, come Pelloux o Mussolini, che avevano cercato di distruggerla.

L’altro aspetto del voto del 2 giugno, l’elezione dell’Assemblea Costituente, dette finalmente un’indicazione precisa della forza relativa dei tre principali partiti. La Democrazia cristiana emerse di gran lunga come il più forte con il 35,2 per cento dei voti e 207 seggi all’Assemblea; seguivano i socialisti col 20,7 e 115 seggi e i comunisti col 19 e 104 seggi.

La Dc, come ci si doveva aspettare, ricevette un enorme sostegno nelle zone rurali, mentre il Psiup divenne il primo partito a Milano e a Torino. I risultati delle elezioni furono per i comunisti una sorpresa parecchio amara. Essi avevano previsto di diventare il partito più forte della sinistra e di ottenere, assieme ai socialisti, più della metà dei seggi dell’Assemblea. Nessuno di questi due risultati fu raggiunto.

Tra i partiti minori gli azionisti ottennero un insignificante 1,5 per cento dei voti e 7 deputati. I repubblicani, – l’unico partito che aveva rifiutato di giurare fedeltà alla monarchia, – rientrarono nella lotta politica con il 4,4 per cento dei voti e 24 deputati. Il più pericoloso tra i nuovi partiti era senza dubbio il Fronte dell’Uomo Qualunque, che ottenne oltre un milione di voti, soprattutto al Sud, e 30 deputati. Il fronte era stato fondato da un drammaturgo grasso ed esuberante, Guglielmo Giannini. Sul suo giornale, «L’Uomo Qualunque», egli ingaggiava incessantemente battaglia su ogni cosa che minacciasse l’«italiano qualunque»; il governo di coalizione antifascista, gli Alleati, i decreti sull’epurazione, ecc. Il sostegno finanziario al Fronte proveniva prevalentemente da signorotti locali del meridione, ex fascisti che non erano stati ammessi nel partito liberale e si erano rivolti a Giannini per avere uno sbocco politico. La sua popolarità derivava almeno in parte dalla diseducazione politica frutto di oltre vent’anni di fascismo dal tradizionale odio meridionale per il governo centrale II Fronte avrebbe dato in prestito il proprio nome a un nuovo sprezzante epiteto nella politica italiana, quello di qualunquista.

 Nei diciotto mesi successivi l’Assemblea Costituente si dedicò alla stesura della Costituzione della Repubblica. Nella Costituzione vennero definite una forma di Stato e di governo conformi ai tradizionali canoni della democrazia rappresentativa; il regime parlamentare venne organizzato secondo il principio bicamerale. Le elezioni per la Camera, indette ogni cinque anni, avvengono col sistema proporzionale, mentre tutti i candidati sono raggruppati in un insieme di liste di circoscrizione plurinominali. Per il Senato le elezioni (inizialmente ogni sette anni, ma in seguito ridotti a cinque) avvengono su base regionale, per il tramite di un sistema elettorale proporzionale a collegi uninominali. Il sistema proporzionale è estremamente «puro», permettendo anche ai piccoli partiti con meno del 2 per cento dei voti di essere rappresentati alla Camera. Un simile sistema ha l’ovvio vantaggio di salvaguardare le minoranze e di riflettere accuratamente l’opinione pubblica. Come diverrà sempre più chiaro nella storia della Repubblica, esso però incoraggia la dispersione dei voti, rendendo quasi inevitabile la formazione di governi di coalizione deboli.

Ogni sette anni le due camere devono eleggere il presidente della Repubblica. Pur non essendo una figura puramente rappresentativa, il presidente italiano ha possibilità d’iniziativa solo su un terreno ristretto. Il Vaticano all’inizio aveva fatto pressioni sulla Dc in favore di un sistema presidenziale come quello americano, ma tutti i principali partiti si trovarono d’accordo nel rifiutare eccessivi poteri al capo dello Stato.

Alcuni articoli della prima parte della Costituzione, quella relativa ai «Principi fondamentali», sono piuttosto avanzati. L’articolo 4, ad esempio, riconosce «il diritto al lavoro» per tutti gli italiani. L’articolo 5 incoraggia l’autonomia locale. L’articolo 42 stabilisce le modalità d‘esproprio entro i limiti di legge. L’articolo 46 stabilisce il diritto degli operai a collaborare nella gestione dei propri luoghi di lavoro.

L’importanza di questi articoli, tuttavia, fu quasi interamente vanificata, nel febbraio 1948, da una decisione della Corte di Cassazione. La Corte stabili una distinzione tra quelle parti della Costituzione che erano di immediata attuazione (le «norme precettizie») e quelle da realizzarsi solo in un futuro indeterminato (le «norme programmatiche»). In tal modo non solo gli articoli innovatori rimanevano lettera morta, ma molte leggi e codici fascisti, in palese contraddizione con la Costituzione, non furono mai abrogati. Per di più, alcuni dei più importanti dettati della Costituzione vennero attuati solo dopo lunghi ritardi: la Corte Costituzionale nel 1956, il Consiglio Superiore della Magistratura nel 1958, l’autonomia regionale e il diritto di ricorrere ai referendum addirittura nel 1970′.

Il lavoro dell’Assemblea Costituente fu contraddistinto da due battaglie cruciali per le libertà civili. La prima riguardava i rapporti tra Chiesa e Stato. Il Vaticano era inflessibile nel volere che il Concordato firmato nel 1929 tra la Chiesa e Mussolini venisse incluso senza ritocchi nella Costituzione. Il Concordato proclamava il cattolicesimo religione ufficiale dello Stato, rendeva obbligatoria l’educazione religiosa nelle scuole e comprendeva una serie di misure repressive, quali, ad esempio, sanzioni civili contro gli ex sacerdoti. Fino all’ultimo i comunisti, insieme a tutti i partiti laici, mantennero un’opposizione intransigente a questa proposta. Ma il 24 marzo 1947 Togliatti convocò il gruppo parlamentare del suo partito e spiegò che i comunisti dovevano difendere il Concordato. Egli sostenne la necessità di rafforzare la pace religiosa nel paese e di mantenere un dialogo con i cattolici sia dentro che fuori la Dc. Di fronte alla sorpresa e, occorre dirlo, al disgusto dei loro alleati, i comunisti, con l’eccezione di Teresa Noce, votarono a favore dell’articolo 7.

La seconda battaglia fu quella scatenata da un socialdemocratico poco conosciuto, Umberto Grilli. Egli era determinato a non fare inserire alcun accenno alla indissolubilità del matrimonio nel testo dell’articolo 29 della Costituzione che si occupava della famiglia e presentò quindi un emendamento in questo senso. Ci fu clamore nell’Assemblea, non ultimo da parte dei comunisti che avevano ricevuto istruzioni da Togliatti di non sollevare la questione del divorzio. L’emendamento di Grilli passò di strettissima misura: 194 voti a 191. Questa vittoria, minore ma significativa, non fu dimenticata quando il conflitto sul divorzio divise su vasta scala l’Italia nei primi mesi del 1974.

 

PAUL GINSBORG

Da “Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi”  –  Einaudi

FOTO: Rete

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