Il brigantaggio calabrese secondo Massari

Maria Oliverio

 

Da un documento ufficiale — un Elenco dei briganti e manutengoli caduti nelle mani della forza, compilato, il 15 luglio 1863, dalla prefettura di Cosenza, retta dall’avvocato d’origine lombarda Enrico Guicciardi — si rileva che, nel corso del periodo settembre 1860-giugno 1863, furono poste «fuori combattimento» 988 persone, di cui 740 briganti e 248 complici.

Il numero considerevole di briganti caduti smentisce, una volta per tutte, quanto il deputato Giuseppe Massari sostenne alla Camera nel «Comitato segreto» del 3-4 maggio 1863, per giustificare la mancata visita alle Calabrie:

[…] la Commissione agitò la questione, se convenisse proseguire le indagini nelle province non ancora visitate, gli Abruzzi, vale a dire, e le Calabrie, oppure se fosse d’uopo affrettarsi a tornare in Torino, deliberare intorno alle conclusioni e presentare la relazione alla Camera. Vivissimo era il desiderio di tutti i componenti della Commissione di non tralasciare la visita agli Abruzzi ed alle Calabrie, e di dimostrare a quelle nobili e care popolazioni lo stesso interessamento manifestato a quelle delle altre province del Mezzodì: ma ragioni maggiori ed imperiosissime impedirono che questo desiderio venisse appagato. La Commissione togliendo in considerazione le angustie del tempo, e la mole dei lavori, ai quali ancora doveva dare opera, pensò che tutto dovesse essere subordinato all’evidente necessità di far presto […] rinunziò definitivamente alla meditata escursione nelle Calabrie e negli Abruzzi.

Tale scelta era stata dettata, secondo il Massari, dalla constatazione che la «escursione» non avrebbe potuto «praticamente aggiungere nulla di rilevante alle indagini già fatte»; e ciò perché «nelle Calabrie il brigantaggio o non esiste affatto, oppure è faccenda d’assai poco momento […] o non ha allignato affatto, o tutto al più si è astretto in angusti limiti».

L’infondatezza della tesi del Massari — maturata nell’ambito di una commissione parlamentare d’inchiesta della quale faceva parte anche lo stesso Donato Morelli — può essere agevolmente smentita comparando i dati riferiti dal Massari con quelli dell’Elenco prefettizio. Ebbene, assumendo come punto di riferimento il 1862 — l’unico anno per il quale la commissione disponeva d’elementi relativi a tutti i mesi; mentre per il 1861 e il 1863 era a conoscenza di cifreriguardanti solo alcuni mesi —, risulta che la provincia di Cosenza fa registrare l’11,60% del totale dei caduti in tutto il Mezzogiorno continentale (381 briganti su 3.284 individui posti fuori combattimento).

Destituite di qualsiasi fondamento appaiono, poi, le premesse d’ordine sociale attraverso le quali la commissione, per bocca del suo relatore, giunse a ritenere «faccenda d’assai poco momento» l’insorgenza brigantesca calabrese: «[…] le relazioni tra contadini e proprietari sono cordiali, e quindi allorché questi invocano l’aiuto di quelli per difendere la proprietà e la sicurezza sono certi di conseguirlo».

Un siffatto livello interpretativo è in aperto contrasto con l’esistenza di una questione — quella demaniale e, particolarmente, silana, che continuava a generare forti tensioni sociali — della quale la commissione d’inchiesta era a conoscenza. «La questione della Sila» — sottolineò, infatti, il Massari -—- «è di sommo momento per le Calabrie, e ben si appose il Governo a sottoporla con apposito schema di legge alle considerazioni del potere legislativo».

Il progetto di legge al quale si riferiva il Massari verrà, infatti, presentato al Senato il successivo 28 maggio. In esso si ribadiva, tra l’altro:

[…] la Sila […] la quale è gran parte del territorio della provincia di Calabria Citeriore […] è stata, da secoli, il subbietto di litigi e di controversie incessanti tra lo stato, i comuni e i privati. Molte di quelle terre, sotto il nome di difese, sono possedute da privati; e si è lungamente disputato, né le controversie hanno fin qui avuto termine, intorno alla legittimità del possesso e alla libertà delle terre possedute […]. Sopra questi demani il comune di Cosenza e i suoi casali hanno diritto di esercitare gli usi che la legislazione napoletana chiama civici).

La necessità di risolvere l’annosa questione demaniale non era sfuggita al Guicciardi, il quale, come governatore della Calabria Citra,  in un suo rapporto del 31 maggio 1861 al segretario generale per l’Interno e polizia, aveva sottolineato la stretta connessione esistente tra questioni sociali e sviluppo del brigantaggio:

Pubblica sicurezza. I maggiori pericoli attualmente, più che da questioni politiche possono provenire alla provincia da fatti che hanno rapporto a pubblica sicurezza, e toccano in qualche maniera a questioni sociali. V.S. Ill. sa come in questa provincia da tempo immemorabile sussistano questioni gravissime, nelle quali sono interessati proprietarii, comuni, e demanio; e riguardano a determinazioni di diritti che si riferiscono a proprietà vastissime, le quali sono situate non solo sui monti della Sila, ma nella maggior parte dei beni comunali. Il cessato governo […] non le sciolse mai, né radicalmente, né in modo conforme a giustizia. Forse non lo volle nemmeno onde non far cessare un elemento di discordia fra le diverse classi dei cittadini, che reputava giovevole ai suoi fini politici. Io non tesserò la storia dell’origine e delle vicende di tali questioni […] che io ritengo doversi da esse ripetere la vera cagione delle abitudini del brigantaggio, e della mancanza di rispetto alle leggi, ed alla proprietà, che in questa provincia esistono più che altrove, e sono quasi passate in costume

Le affermazioni del Guicciardi erano assai fondate. Di fatto, nella Calabria Citeriore, in concomitanza con la ripresa delle agitazioni a sfondo demaniale — che si svilupparono, con particolare intensità, nel corso del 1861 — il fenomeno brigantesco riprese vigore e si dovette far ricorso a misure persecutorie improntate al massimo rigore.

Anche se, come ha ribadito A. Scirocco, i «moti demaniali non si collegarono all’attività delle bande brigantesche», è, tuttavia, certo che molti contadini, i quali avevano proceduto all’invasione delle terre contese, «per sfuggire ai rigori della legge, si davano alla latitanza e si univano ai briganti»

 

FRANCESCO GAUDIOSO

 

Da “Calabria ribelle” – Franco Angeli

Foto: Rete

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