Storie calabresi – II rendez-vous dei tre fantasmi

 

 

Fra le rovine del castello di Potamìa – centro distrutto da una frana e chiamato S. Luca quando fu ricostruito più a valle – un evanescente terzetto si dà appuntamento nelle notti di luna piena per un periodico rendez-vous: la leggiadra Atì, il di lei padre nonché, a suo tempo, barone del luogo, e il paggio. Nella loro storia, che risale alla seconda metà del ‘500, si ritrovano frattaglie di vario genere: amore, morte, tradimento, vendetta…

Il barone di Potamìa teneva tutte le virtù canoniche dei «signori» d’allora, era, cioè, insaziabile, malvagio, prepotente, e siccome ne aveva combinate tante e tante, temeva, non a torto, che prima o poi qualcuno avrebbe tentato di fargli indossare un bell’abito di noce su misura; perciò, si costruì sulla cima d’una montagna un castello imprendibile e attrezzato in modo da resistere a lungo in completa autosufficienza; castello che gli tornò utile di lì a poco, quando sentì sul collo il fiato vendicativo dei discendenti d’un altro barone da lui fatto assassinare per usurparne i possedimenti.

Senza indugi vi si rifugiò insieme alla diletta figlia Atì e ad un paggio, perché, in quell’estremo isolamento, facesse da entertainer alla fanciulla; certo, molto meglio avrebbe fatto a scegliere una dama di compagnia, ma a quei tempi un paggio faceva molto «in», come in seguito la colf filippina, e il barone non sapeva rinunziare a certi status symbol.

Così egli non mise in conto gli illanguidimenti che la solitudine induce nel cuore dei giovani, e delle tortuose macchinazioni della vendetta, specie di quella che fa da nocciolo alle storie a fosche tinte: passa un giorno, passa l’altro fra un chiedere «perché mi guardi e non favelli» e un rispondere «guardo i tuoi occhi che son tanto belli», fra la bella Atì e il paggio, che, ahinoi, non si chiamava Fernando, «amor ratto s’addusse».

Amore ovviamente senza speranza dati il caratteraccio e la spocchia del barone, e del quale, comunque, s’accorsero, chissà poi come, i vendicatori, che, sempre appostati attorno al castello per trovare il modo come penetrarvi, pensarono di profittarne per raggiungere il loro scopo: comunicarono col paggio, promettendogli di lasciarlo libero con l’amata se li avesse aiutati a metter le mani sul barone.

E poiché l’amore, si sa, cucina la ragione a pappardelle, il giovane acconsentì.

Scoccò l’ora della vendetta, ovviamente in una notte da tregenda: lampi, tuoni, vento, e pioggia che Dio te la mandava, ed evidentemente uno, prima d’imbarcarsi in faccende del genere, consultava il bollettino metereologico, che una vendetta a ciel sereno, disseminato di stelle, coi grilli cantanti a cappella, non era una degna vendetta, ma un banale fatto di sangue.

Al segnale convenuto il paggio aprì il pesante portone, i vendicatori piombarono all’interno del castello, alla faccia dei patti immobilizzarono lo stesso paggio, poi sorpresero il barone nel sonno e catturarono anche lui; infine si misero alla ricerca di Atì e, al lume delle torce che mandavano sinistri bagliori, perlustrarono ogni più riposto angolo, ma non riuscirono a trovarla, manco si fosse smaterializzata. Una sola la traccia di lei: nella sua stanza, la tremolante fiammella d’una candela rischiarava il Vangelo di Matteo aperto alla pagina del tradimento di Giuda. Chi doveva capire capisse!

Anche se il povero paggio, ebbe poco tempo per meditarvi sopra: i vendicatori lo rinchiusero insieme al barone in una botte che fecero rotolare giù, lungo il ripidissimo pendio della montagna, e poi diedero alle fiamme il castello.

Di Atì nessuno seppe più nulla, né le sue spoglie mortali vennero mai ritrovate. La sua ombra, invece, nelle notti di luna piena appare sui ruderi del castello, e porta attorno al capo una svolazzante sciarpa color cenere: siede sul torrione più alto e guarda pensosa verso la valle, da dove le ombre del padre e del paggio, portate dal vento, salgono lentamente e mestamente a raggiungerla.

 

GIULIO PALANGE

Da “Guida alla Calabria misteriosa” – Rubbettino

Foto: Rete

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