Per 3,5 miliardi di persone le uniche medicine sono foglie, fiori, radici e frutti

 

Qual è la farmacia più grande del mondo? La foresta: fonte inesauribile di rimedi alle malattie dell’uomo.

Non solo per i guaritori delle popolazioni tribali (in Amazzonia ci si cura con circa 2.000 specie vegetali, nell’Asia meridionale con oltre 1.800. in Cina se ne utilizzano più di 5 mila): le piante medicinali sono all’origine del 70 per cento dei nostri farmaci. Senza contare i prodotti venduti nelle erboristerie, che non sono farmaci ma vengono usati sempre più spesso per i loro effetti sulla salute.  Squadre di ricercatori vengono inviate in ogni angolo del mondo, per trovare nuovi principi attivi che possano curare le “malattie dell’Occidente”, come il cancro o lo stress, sfruttando le conoscenze degli sciamani. Secondo molti studiosi, solo la scoperta di altre sostanze vegetali attive permetterà alla farmacopea di progredire.

  • Farmaci in punta di freccia

Ancora oggi, per 3,5 miliardi di persone, le piante sono l’unica possibilità di cura per ogni genere di malanno. In alcune zone dell’Africa c’è un guaritore tradizionale ogni 500 persone e un medico ogni 17.500 persone. Non è quindi lo scienziato di professione, ma il guaritore del villaggio a conoscere le proprietà dei differenti vegetali.

Osservando i cacciatori aborigeni dell’Amazzonia, che applicano curaro sulle punte delle loro frecce per paralizzare le prede, si è scoperta la tubocurarina, usata come anestetico in chirurgia e ricavata dalla medesima pianta da cui si estrae il curaro. Gli indios della foresta amazzonica, inoltre, medicano ferite e infezioni con il Croton lechlerii, una pianta detta “sangue di drago” perché la sua resina è rosso vivo: da essa i farmacologi europei hanno estratto una sostanza utile alla cura delle ulcere gastriche e delle infezioni da herpes. Le tribù indiane della Guyana ci hanno insegnato a utilizzare un estratto di peperoncino rosso (Capsicum annuum) per combattere le cefalee. mentre l’estratto di Pedilanthm tithymaloides, da loro impiegato per contrastare gli effetti dei morsi di serpenti velenosi, è sfruttato dalla moderna farmacopea come antinfiammatorio.

  • Dalla Cina per il fegato

Dalla tradizione medica dell’antica Cina ci sono giunte informazioni mediche e farmacologiche     su moltissime piante: dalla Schizandra chinensis (che veniva utilizzata per curare le intossicazioni al fegato) viene estratta la gomosina A, con la quale oggi sono curate le epatiti virali croniche.

Una ricerca da condurre, però, senza dimenticare i diritti dei nativi e la protezione delle loro risorse dallo sfruttamento selvaggio: alcuni laboratori senza scrupoli si sono già impossessati delle piante utilizzate dalle tribù da millenni (tramite la deposizione di un brevetto che ne ha rivendicato la “proprietà”), lasciando così gli indigeni senza alcun beneficio.

  • I diritti delle tribù

In passato, un laboratorio farmaceutico americano si è appropriato di una pianta del Guatemala, Tagetes lucida, con proprietà antidolorifiche: lo sfruttamento eccessivo ha reso la pianta rara, lasciando i locali senza più possibilità di curarsi. Famoso è il caso di un giovane botanico indiano, Chattopadhyay, inviato a studiare la medicina tradizionale degli Onge, una tribù aborigena delle isole Andamane. Al suo ritorno, svelò che questa gente utilizza una pianta efficace nella cura della malaria; ma che non avrebbe detto niente di più, se non in presenza di un contratto che riconoscesse i diritti economici degli Onge. derivanti dallo sfruttamento di quella pianta.

Gli interessi in gioco, in effetti, sono enormi: la malaria uccide ogni anno due milioni di persone in Africa. America meridionale e Asia. Egli è diventato il capostipite di una generazione di studiosi che dedicano la propria vita alla ricerca di nuove molecole benefiche, ma anche alla difesa dei diritti dei nativi delle foreste tropicali, con i quali condividono parte della loro vita.

  • Un ago nel pagliaio

La ricerca di piante con proprietà curative non è certo semplice: ogni 10 mila specie, una sola contiene sostanze veramente utili per la nostra salute. Molto il lavoro che resta ancora da fare: si stima che soltanto il 5-10 per cento delle specie vegetali di tutto il mondo siano state esaminate dai biochimici. Altre ricerche si svolgono nelle biblioteche: «Stiamo raccogliendo in un museo, a S. Sepolcro (Ar), gli antichi trattati di erboristeria», spiega Valentino Mercati di Aboca, azienda italiana leader in questo settore. «Contengono informazioni utili per trovare nuove proprietà curative delle erbe note».

Nell’ultimo decennio, i moderni sistemi di analisi hanno permesso di isolare molecole prima difficilmente identificabili: una volta individuata la loro struttura, la si ricostruisce in laboratorio.

Spesso l’estrazione del principio attivo dalla pianta di origine è particolarmente difficoltosa, od occorre sacrificare troppe piante: il tassolo, per esempio, è uno tra i più importanti antitumorali e viene estratto dalla corteccia del tasso (Taxits brevifolia). Occorrono ben 4 piante per ottenere un grammo di tassolo. E per sfruttare ogni pianta bisogna attendere decenni, visto che la crescita è molto lenta. Ecco perché il tassolo oggi è prodotto artificialmente a partire da una sostanza presente nelle foglie del tasso europeo (Taxus baccata).

  • Potente anticancro

Non sempre però si riesce a riprodurre in laboratorio un principio attivo. Quando possibile, si ricorre allora a estese coltivazioni: è il caso della pervinca del Madagascar (Catharanthus roseus), di grande utilità nella lotta del tumore al seno e al polmone. È coltivata in India, “trasformata” in Francia, e infine distribuita agli ospedali del mondo intero.

Tra le ricerche in corso, nel tentativo di trovare antitumorali efficaci, desta parecchie aspettative quella su una pianta molto rara della Nuova Caledonia, la Sarcomelicope follicularis: contiene un principio attivo, l’acronicina, che pare abbia un forte potenziale. Ispirandosi alla chimica di questa pianta, un gruppo di ricercatori francesi ha creato degli “analoghi” di sintesi (molecole dalla struttura simile). È in corso la fase clinica per testare la tossicità del prodotto. […]

Curarsi con estratti di piante medicinali non equivale a “bere acqua fresca”: accanto alle proprietà benefiche conosciute, ve ne possono essere altre tossiche (anche i veleni più potenti sono ricavati dalle piante). Utilizzarle senza conoscere gli effetti secondari può provocare danni, principalmente epatici, renali e cardiaci. È recente la polemica sulla presunta epatotossicità del kava kava: l’arbusto Piper methysticum contiene i kavalattoni, ansiolitici prescritti per combattere l’insonnia. Ma in Germania sono stati segnalati 20-30 casi di problemi al fegato. Il prodotto in Italia è stato ritirato.

 

Chiara Borelli

Da “Focus” n.116 giugno 2002

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