FESTA DEI NONNI

 

Il 2 ottobre, nella stessa data dedicata agli angeli custodi, si celebra la Festa dei nonni. La ricordiamo con i versi che il poeta Guido Gozzano dedicò al nonno paterno, “il padre di suo padre”. La lirica è un estratto dal poema I sonetti del ritorno, contenuto nella raccolta La via del rifugio (Torino, Renzo Streglio, 1907).

Il testo di Gozzano celebra il valore della memoria e del ricordo che qui viene personificato attraverso la figura del nonno, evocata alla stregua di una musa con un epiteto singolare:

Nonno, l’argento della tua canizie, rifulge nella luce dei sentieri

La cara figura del nonno, che ormai appartiene al passato, illumina il presente del poeta indicandogli la strada da seguire. La saggia vecchiaia del “padre di suo padre” funge da bussola per la giovinezza smarrita di Gozzano che già si trova ad affrontare il presagio di una morte prematura.

L’autore, tornato nella vecchia casa che odora di glicine, fa risorgere l’immagine del nonno attraverso il ricordo ed ecco che lo rivede mentre passeggia tra i filari di fichi e susini stringendo in mano un cesto e ripete sempre le solite cose, un detto antico eppure ancora valido. Nel corso del poema l’autore lo invoca più volte, “O nonno!”, come a chiedergli consiglio, oppure semplicemente una cura alla sua inguaribile malinconia.

Nell’immagine del nonno evocata da Guido Gozzano rivive la figura del “vecchio saggio”, ma anche il senso stesso del tempo e della memoria che è un tema costante nella poetica crepuscolare dell’autore torinese. Ne risultano versi intessuti di nostalgia, capaci di colmare il vuoto terribile di una scomparsa: il caro nonno è morto da tempo, ma rivive nei versi del nipote come una presenza amata. Gozzano ne ricorda le abitudini e le manie: con le sue mani, rese tremanti dalla vecchiaia, sfogliava i “libri onesti” degli autori che più amava, come Manzoni o Metastasio, oppure coglieva la frutta matura dagli alberi.

In questi versi Gozzano riesce a concentrare l’essenza della figura dei nonni, entità simili ad angeli custodi che governano l’infanzia con le loro credenze, i loro piccoli rituali e i loro saggi consigli. Il ricordo del nonno perduto amplifica lo struggimento del poeta che comprende di aver smarrito una guida preziosa e, nella quiete del salotto che ancora conserva gli stessi odori d’un tempo lontano, realizza di aver perso anche la fede in Gesù, cui il nonno invece si affidava con assoluta e cieca convinzione.

 

“Il nonno” di Guido Gozzano: testo

 

 

O Nonno! E tu non mi perdoneresti

ozi vani di sillabe sublimi,

tu che amasti la scienza dei concimi

dell’api delle viti degli innesti!

 

Eppur la fonte troverò di questi

sogni nei tuoi ammonimenti primi,

quando, contento dei raccolti opimi,

ti compiacevi dei tuoi libri onesti:

 

il tuo Manzoni… Prati… Metastasio…

Le sere lunghe! E quelle tue malferme

dita sui libri che leggevi! E il tedio,

 

il sonno… il Lago… Errina… ed il Parrasio…

E in me cadeva forse il primo germe

di questo male che non ha rimedio.

  

Nonno, l’argento della tua canizie

rifulge nella luce dei sentieri:

passi tra i fichi, tra i susini e i peri

con nelle mani un cesto di primizie:

 

«Le piogge di settembre già propizie

gonfian sul ramo fichi bianchi e neri,

susine claudie… A chi lavori e speri

Gesù concede tutte le delizie!»

 

Dopo vent’anni, oggi, nel salotto

rivivo col profumo di mentastro

e di cotogna tutto ciò che fu.

 

Mi specchio ancora nello specchio rotto,

rivedo i finti frutti d’alabastro…

Ma tu sei morto e non c’è più Gesù.

  

O tu che invoco, se non fosse l’io

una sola virtù dell’Apparenza,

ritorneresti dopo tanta assenza

tra i frutti del frutteto solatio.

 

Verresti dal frutteto dell’oblio,

d’oltre i confini della conoscenza,

a me che vivo senza fedi, senza

l’immaginosa favola d’un Dio…

 

Ma non ritorni! Sei come chi sia

non stato mai, o tu che vai disperso

nel tutto della gran Madre Natura.

 

Ohimè! Sul pianto nella via

l’implacabilità dell’Universo

ride d’un riso che mi fa paura.

 

“Il nonno” di Guido Gozzano: analisi e commento

I sonetti del ritorno di Gozzano, scritti nel 1907 dopo la diagnosi della tubercolosi, sono intessuti di rimpianto. Si verifica così un impasto singolare di poesia, memoria e nostalgia. In questi versi struggenti, legati tra loro dalla giocosità delle rime, il poeta rievoca la figura del nonno con l’angoscia dolente di chi sente di aver perduto per sempre un punto di riferimento fondamentale per la propria vita.

 

Nel finale di questo breve estratto possiamo cogliere l’avvilente corpo a corpo del poeta con la morte e la caducità del vivere. Dopo aver rievocato le abitudini sempiterne del nonno, che sembra rivivere nei suoi libri e nelle sue passeggiate come una presenza salvifica e quasi divina, Gozzano prorompe in un grido che attraversa il tempo: “Ma non ritorni!”

Il suo pianto non conosce consolazione, perché il poeta afferma di aver perduto la fede, qui espressa nella perifrasi “l’immaginosa favola di un Dio”. In una sorta di epifania Gozzano rievoca il caro nonno in un tempo perduto, mentre passeggia come di consueto nel frutteto e recita un vecchio detto che il trascorrere del tempo non ha usurato. “A chi lavora e spera, il buon Gesù concede tutte le delizie”, raccontava il nonno cogliendo soddisfatto la frutta matura dai rami. Quella convinzione, invece, non appartiene al poeta, che ora si ritrova sull’uscio della casa odorosa di glicine con l’anima pervasa di malinconia e da un senso ineffabile di sconfitta. La luce del ricordo svanisce e si consuma nell’oblio, il nonno appare perduto per sempre e Gozzano avvilito, con aria smarrita, si trova a considerare il sorriso dell’universo che si trasforma in un ghigno promettendo un destino di morte che lo inquieta.

Nell’immagine evocata del nonno rivivono le certezze e le speranze dell’infanzia, che tuttavia vengono infrante dall’agghiacciante realtà della vita adulta:

 

Ma tu sei morto e non c’è più Gesù.

 

Il caro nonno viene a coincidere con la fede e le promesse perdute. Il mondo sereno del poeta si infrange, come uno specchio, dopo la sua dipartita.

Nella poesia Gozzano oppone la sua vita intellettuale – dedita alle parole e alle “sillabe sublimi” – all’esistenza pratica del nonno paterno, che viveva seguendo il rito dei raccolti, dei concimi, piegandosi al ciclo sempiterno delle stagioni. In quel mondo contadino è conservata una lezione di vita per sempre perduta che però il nonno aveva fatto propria. Evocando la figura dello scomparso Guido Gozzano sembra fare i conti con la sua eredità e anche con la propria infanzia vissuta in un recinto di confortanti certezze, tra “sere lunghe” e “libri onesti”.

L’aspetto più struggente della poesia è che si basa sulla rievocazione di una presenza scomparsa: in questi versi Gozzano ci fa sentire tutta l’ingiustizia ineffabile della morte.

 

Sei come chi sia

non stato mai, o tu che vai disperso

nel tutto della gran Madre Natura.

Ma nel ricordo il nonno, con “l’argento delle sue canizie” così simile a un’aureola, rivive e riesce a donare, per un attimo fuggevole, conforto alla malinconia del vivere.

La poesia di Guido Gozzano coglie appieno la similitudine tra i nonni e gli angeli custodi espressa nella giornata del 2 ottobre. Il nonno evocato in questi versi de La via del ritorno ha le sembianze di un angelo e, proprio come un angelo, svanisce nella luce di un’epifania. Nella casa ormai disabitata – che sembra farsi metafora del tempo e dell’oblio – il poeta rivive il passato. Il caro nonno viene dapprima evocato dagli odori – di mentastro e di cotogna – e poi sembra apparire in carne e d’ossa mentre ripete i gesti consueti e noti.

Strofa dopo strofa Guido Gozzano riavvia il complesso meccanismo del ricordo, bizzarro artificio della memoria umana, e così dimostra che gli insegnamenti dei nostri nonni davvero rivivono in noi per sempre, non ci abbandonano mai, neppure nello smarrimento della vita adulta. Quel detto antico ripetuto in una perfetta giornata di sole ancora risuona nella coscienza del poeta che afferma di non crederci, eppure vi si aggrappa con tutte le proprie forze con la disperazione di chi vorrebbe sentirsi ancora bambino e protetto. Il nonno cantato nei versi di Guido Gozzano ha le sembianze divine di un angelo e conforta ogni lettore con la sua breve, ma rassicurante, apparizione che sembra provenire da un altrove, da oltre “i confini della conoscenza”.

Chi era il nonno di Guido Gozzano

Il nonno di Guido Gozzano, cui è dedicata la poesia, era il dottor Carlo Gozzano, un borghese benestante proprietario di vasti terreni e ville ad Agliè. Carlo era stato medico nella guerra di Crimea, ma non era solo un uomo di scienza. Fu molto amico di Massimo d’Azeglio e appassionato della letteratura romantica del suo tempo. Suo figlio, Fausto Gozzano, il padre di Guido, divenne ingegnere e fu tra i costruttori della famosa ferrovia canavesana. Da questa stirpe di uomini pratici e risoluti sarebbe nato il 19 dicembre 1883 un poeta sensibile come Guido Gozzano, il quartogenito della famiglia, venuto al mondo dopo Erina, Arturo e Carlo.

 

Alice Figini

Da: https://www.sololibri.net/Il-nonno-Guido-Gozzano-testo-analisi-commento.html

Foto: RETE

Suggerita dal prof. Vincenzo Bloise

Ti potrebbero interessare:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Close