La grotta, il bue e l’asino

 

Nel classico presepe, che san Francesco allestì per primo a Greccio ispirandosi alle rappresentazioni liturgiche della notte di Natale, nella grotta accanto al bambino vi sono un asino e un bue di cui non parlano i Vangeli canonici, ma lo Pseudo Matteo, risalente a un’epoca posteriore al VI secolo:

«II terzo giorno dopo la nascita del Signore Maria uscì dalla grotta ed entrò in una stalla: mise il bambino nella mangiatoia, e il bue e l’asino l’adorarono. Così si adempì ciò che era stato preannunziato dal profeta Isaia che aveva detto: “II bue conosceil proprietario e l’asino la greppia del padrone”. Infatti questi animali, avendolo in mezzo a loro, lo adoravano senza posa».

Nella letteratura cristiana i due animali del presepe hanno suscitato tanti simboli. Entrambi hanno figurato, secondo il racconto dello Pseudo Matteo, i fedeli che riconoscono il Cristo e l’adorano. Secondo san Girolamo l’asino sarebbe l’Antico Testamento e il bue il Nuovo. Vi è anche chi, come Eucherio di Lione e Isidoro di Siviglia, vede nel primo i pagani e nel secondo il popolo eletto. Altri ancora sostengono che il bue figura il Buon Ladrone e l’asino il Cattivo; oppure il primo sarebbe l’emblema delle forze benefiche e il secondo, come sostiene anche un contemporaneo, Rene Guénon, delle forze malefiche che il Cristo dominerà «cavalcandole» nella domenica delle Palme.

Queste diverse interpretazioni sono dovute ai differenti contesti culturali in cui sono maturate. Il bue, però, contrariamente all’asino, ha sempre evocato simboli positivi. Nelle tradizioni precristiane era un animale sacrificale, vittima benefica. Per questo motivo ha figurato persino il Cristo crocifisso, come testimonia a Efeso il rilievo su un pilastro di un edificio protocristiano dove, sotto la Croce, si vede l’animale con una piccola croce sul dorso, che potrebbe alludere al bue-toro delle visioni di Ezechiele e di san Giovanni nell’Apocalisse.

Giovanni narra di aver visto in estasi un trono nel cielo, avvolto da un arcobaleno simile a smeraldo: «Colui che stava seduto sul trono era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina […] Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; sette lampade accese ardevano davanti al trono, simbolo dei sette spiriti di Dio […] In mezzo al trono vi erano quattro esseri viventi, pieni di occhi davanti e di dietro. Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un toro, il terzo vivente aveva l’aspetto di un uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola».

Hildebert de Lavardin, che fu vescovo di Tours nel XII secolo, interpretava i quattro animali, detti il Tetramorfo, come simboli della Vita, della Passione, della Resurrezione e dell’Ascensione: «È Uomo quando vive, Bue quando muore, Leone quando risorge e Uccello quando sale in ciclo».

Si potrebbe obiettare che nella visione giovannea si parla del toro e non del bue. Ma il bue, come sapevano bene i medievali, eredi della sapienza antica, è analogo simbolicamente al toro lunare e sacrificale, al toro mitraico che, sgozzato da Mitra, genera con il suo sacrificio il mondo vivente. E in molti altri riti pagani il toro o il bue dalle corna lunari veniva sacrificato per favorire la periodica rigenerazione del cosmo, come la luna nera che moriva ogni mese per fecondarlo, per rinascere come falce di luna. Per questo motivo i Caldei celebravano ogni anno la creazione del mondo nel momento in cui il Sole entrava nel segno del Toro.

Ma il bue paziente e robusto nell’aratura ha anche evocato l’emblema del Signore che «lavora nel campo di Dio» e di coloro che ne seguono l’esempio, i santi e i predicatori che con la loro voce possente ne trasmettono la parola. Per questo motivo Alberto Magno, parlando del suo giovane e silenzioso discepolo Tommaso d’Aquino, esclamò un giorno: «Lasciate fare a questo bue, il suo muggito risuonerà su tutta la terra».

L’asino invece, come si è accennato, ha evocato simboli contrastanti se non opposti. Ma nei Vangeli è difficile attribuirgli una valenza negativa. Come è possibile vedere nell’asino del presepe, dipinto o scolpito nelle cattedrali del Medioevo con un’espressione dolce e tenera, un simbolo negativo se non addirittura demoniaco? Quell’animale accompagnerà il Cristo durante tutta la sua vita, dalla fuga in Egitto fino all’entrata in Gerusalemme alla domenica delle Palme. E come mai il Cristo entra a Gerusalemme trionfalmente cavalcando un’asina? Per simboleggiare, come è stato scritto, la sua vittoria sulle forze maligne?

Nelle antiche tradizioni asiatiche, o meglio indoeuropee, l’asino era simbolo regale-sapienziale. In tutto l’Oriente l’asina bianca era la cavalcatura di re e condottieri, come testimonia anche l’Antico Testamento che in vari passi associa l’animale ai giudici e ai comandanti dell’esercito: «Voi che cavalcate asine bianche seduti su gualdrappe» dice Debora rivolgendosi ai comandanti di Israele. Presso gli Hyksos, il popolo che nel XVII secolo a.C. occupò l’Egitto settentrionale, due orecchie d’asino poste alla sommità di uno scettro erano l’insegna degli dei. Quando, nel XVI secolo a.C., gli Egizi ebbero cacciato gli invasori, rappresentarono in un asino il dio distruttore Seth, l’uccisore di Osiride, contro il quale avevano combattuto vittoriosamente Iside e il figlio Horo. Probabilmente è questa l’origine nella mitologia egizia del simbolismo negativo dell’animale, che si sarebbe trasmesso a tutta l’area mediterranea con il diffondersi dei misteri isiaci, ai quali si ispirò Apuleio nell’Asino d’oro dove Lucio, il protagonista, viene trasformato in asino per la sua vita disordinata e passionale, e infine restituito a fattezze umane, ovvero «salvato» dalla dea.

Ma il simbolismo negativo è dovuto anche al conflitto in Grecia, risolto più tardi in un sincretismo, fra la religione apollinea e la dionisiaca intorno all’inizio dell’ultimo millennio a.C., quando i Traci, di cui facevano parte anche i Frigi, invasero la Beozia e l’Attica introducendovi il culto di Dioniso. L’asino era la cavalcatura di Dioniso, come di Sileno, e per questo motivo venne inizialmente disprezzato e assunto a simbolo di vizi. In questa luce si situa l’episodio mitico del re Mida, al quale crebbero orecchie asinine perché, in una gara musicale tra Apollo e Fan, aveva preferito la musica della siringa alla celestiale lira del maestro delle Muse. In realtà il mito di Mida era una deformazione greca del simbolismo originario e adombrava non solo l’antico conflitto fra religione apollinea e religione dionisiaca, ma anche le vicende storiche fra Greci e Traci, che si conclusero con la definitiva vittoria dei primi.[…]

Margarethe Riemschneider rammenta che nelle chiese vicine all’abbazia di Cluny appare l’asino con le rosette sotto gli zoccoli, le quali erano simbolo dei cluniacensi. Quei monaci erano soliti indossare abiti regali voluminosi e appesantirsi con catene, quasi volessero diventare «asini», bestie da soma. Sicché l’asino con le rosette è il simbolo di chi diventa «asino», ovvero porta il fardello della Croce camminando con zoccoli di rose e partecipa della regalità e del sacerdozio divino cui alludono i fiori mitici, vedendo ciò che altri non vedono.

Non è un’interpretazione priva di connessioni con la Sacra Scrittura. Anche nell’Antico Testamento appare l’animale che vede l’invisibile: l’asina di Balaam, il «mago» arameo, identificato addirittura con Zoroastro nel Medioevo, al quale Balak, re di Moab, chiese di maledire – ovvero di scacciare con la magia della parola – gli Ebrei penetrati nel suo territorio. Yahweh apparve una prima volta a Balaam proibendogli di partire, e una seconda volta ordinandogli di recarsi dal re di Moab e di fare quel che al momento opportuno gli avrebbe comunicato.[…]

D’altronde, tornando ai monaci di Cluny, l’asino con le rosette, simbolo di chi porta su di sé la Croce, ovvero il Cristo, era stato profetizzato da Zaccaria: «Esulta grandemente figlia di Sion, giubila figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina». Così sarebbe avvenuto la domenica delle Palme, come narrano gli evangelisti.

Nel Medioevo quell’asinello avrebbe evocato anche l’emblema di una virtù alla quale allude l’animale in carne e ossa con la sua pazienza nel sopportare fatiche e maltrattamenti e nel compiere anche i servizi più umili.

 

ALFREDO CATTABIANI

In “CALENDARIO” – Mondadori

Foto: RETE

Ti potrebbero interessare:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Close