Bretton Woods e il dominio degli Stati Uniti

Harry Dexter White (USA) e John Maynard Keynes (GB) protagonisti a Bretton Woods

La seconda guerra mondiale accentuò e portò ai suoi esiti definitivi il declino dell’Europa come continente guida a livello planetario. Il conflitto restituiva un continente martoriato, per cinque anni terreno di guerra del più spaventoso conflitto militare della storia, indebitato e impoverito, diviso tra una zona occidentale, controllata dagli Usa e una zona orientale, sotto l’influenza dell’Unione Sovietica. L’Europa divisa tra Usa e Urss era lo specchio fedele del nuovo sistema di relazioni internazionali che con la guerra si era affermato: un sistema bipolare fondato sul confronto tra le due grandi potenze vincitrici, portatrici non solo di interessi strategici divergenti, ma di due sistemi politici e di due modelli economici contrapposti, che costituivano i punti di riferimento, storici e simbolici, dei conflitti sociali e ideali a livello mondiale. Era altresì la conferma tangibile che ormai il centro del mondo non era più nel vecchio continente, perché esso si era ridotto quasi a essere più una “espressione geografica” che un’entità storico-politica, sul quale si esercitava un’influenza delle due potenze mondiali talmente forte da limitare perfino la piena sovranità dei suoi stati nazionali.

La ricostruzione materiale dei paesi industrializzati dell’Europa occidentale, tra cui l’Italia, si iscrisse dunque nel processo di definizione di un nuovo ordine economico mondiale espressione dell’egemonia statunitense e negli sviluppi sempre più drammatici della guerra fredda. Il caposaldo su cui si fondò questo nuovo ordine economico fu la riorganizzazione degli strumenti di regolazione degli scambi internazionali, con l’abbandono di quelli su cui si era imperniato per oltre mezzo secolo il dominio europeo, cioè la parità aurea del sistema monetario e il protezionismo.

Bretton Woods

Bretton Woods e i nuovi organismi di controllo economico

II primo atto di questo processo si consumò nel 1944, quando il conflitto mondiale era ancora in corso, nella conferenza indetta a Bretton Woods, alla quale parteciparono i quarantaquattro paesi impegnati nello scontro militare contro l’Asse. Lo scopo di quella assise era di reperire nuovi mezzi di pagamento internazionale per sostenere la dilatazione tumultuosa degli scambi e delle transazioni finanziarie, poiché l’oro estratto e monetizzato non era più in grado di tenere il passo della crescita della ricchezza reale in circolazione nel mercato mondiale. Ma il carattere tecnico dell’incontro venne immediatamente sovrastato dalla valenza politica delle decisioni prese, che sancirono in maniera incontrovertibile il dominio degli Stati Uniti sull’economia occidentale.

In quell’occasione, per decisione unanime, il dollaro assurse al rango di moneta di riserva e di mezzo di pagamento internazionale, accettato e riconosciuto, da tutti i sottoscrittori dell’accordo, a fianco dell’oro. Il valore della moneta statunitense venne ancorato all’oro mediante un rapporto fìsso di 34 dollari per oncia di fino; stabilito il livello di cambio con il dollaro di ciascuna moneta, questa veniva automaticamente ancorata all’oro. In pratica, da allora il mondo utilizzò il dollaro come mezzo di pagamento internazionale; in cambio Washington si impegnò a convertire a vista la propria moneta in oro, sulla base del valore fissato, ogni qualvolta ne avesse fatto richiesta una banca centrale. In virtù di questi accordi si verificarono due fenomeni significativi: da un lato il rafforzamento della divisa statunitense man mano che la ricostruzione accelerava la crescita della domanda di mezzi di pagamento per far fronte all’impetuoso aumento delle transazioni e degli scambi internazionali; dall’altro si realizzò una ancora più stretta integrazione dei sistemi economici capitalistici, nella forma di una subalternità nei confronti dell’economia statunitense.

Gli accordi di Bretton Woods non si limitarono infatti a ridefinire un nuovo sistema monetario imperniato sul dollaro, in sostituzione di quello precedente basato sulla sterlina; dettero vita anche ad alcune nuove istituzioni economiche mediante le quali gli Stati Uniti costruirono le condizioni per poter controllare le dinamiche finanziarie internazionali e orientare le politiche economiche degli altri paesi dell'”area del dollaro”. La principale di queste istituzioni fu il Fondo monetario internazionale (Fmi), con sede a Washington, finalizzato a riattivare, mediante prestiti a bassi tassi di interesse, i meccanismi economici e finanziari di quei paesi membri che si venissero a trovare in difficoltà per gli squilibri della bilancia dei pagamenti. Iniziò così a operare un’istituzione paragonabile a una sorta di banca mondiale, dotata di capitale proprio, con il quale si provvedeva a erogare prestiti ai governi in momentanea difficoltà economica. Tale capitale era costituito da oro, dollari e valute depositate da ogni paese aderente secondo quote differenziate, in rapporto alle quali i paesi fondatori detenevano i diritti di voto.

Poiché gli Stati Uniti versarono una quota superiore a quella di Gran Bretagna e Urss messi insieme (per questa ragione Mosca si ritirò poi dal Fmi), essi si garantirono il controllo operativo dell’ente. La collocazione strategica degli Stati Uniti nel Fmi, che consentiva loro di stabilire le direttive e i vincoli cui erano subordinate le concessioni dei prestiti, mise nelle loro mani un fortissimo strumento di pressione nei confronti dei paesi economicamente più deboli, attraverso il quale erano in grado di condizionare le politiche economiche.

Tale potere di intervento e questa sorta di “diritto di ingerenza” degli Usa negli affari interni dei paesi integrati nel “blocco atlantico”, che avrebbero segnato tutta l’evoluzione dell’economia mondiale nella seconda metà del XX secolo, nella breve e decisiva fase della ricostruzione dell’Europa postbellica si manifestarono con una evidenza e una forza notevolissime, assumendo il ruolo di fattore propulsivo della ripresa e, al contempo, di vincolo insuperabile. Una enorme massa di risorse, valutabile in circa 25 miliardi di dollari, erogata prima dall’Unrra ( United Nations Reliefand Rehabilitation Administmtioiì) e poi dal “piano Marshall” (Erp, European Recovery Fragrarti), inondò l’economia dei principali stati dell’Europa occidentale, sottoposta, però ad alcuni rigidi vincoli: di ordine economico, relativi all’acquisto dei prodotti americani, alla liberalizzazione del mercato interno, al sostegno alle imprese, e di ordine politico, finalizzati alla formazione di governi conservatori, dichiaratamente anticomunisti.

Contemporaneamente l’amministrazione statunitense promosse un drastico ritorno al libero scambio, smantellando progressivamente tutte quelle barriere doganali che nel passato avevano irreggimentato il sistema degli scambi e racchiuso i mercati europei in una fitta rete protezionistica. Con la creazione dell’Ito (InternationalTra.de Organisation] nel 1945 questa strategia divenne operativa, garantendo l’accesso alle materie prime a tutti i paesi membri. Si apriva così una intensa stagione diplomatica che ridisegnò il sistema dei trattati di commercio tra l’Europa occidentale e gli Usa e tra i diversi paesi europei. Essa sfociò nel 1947 nella formulazione del Gatt ( General Agreement on TariffandTradè), un accordo generale sui dazi doganali e l’anno successivo nella creazione dell’Oece, l’Organizzazione europea per la cooperazione economica, preposta inizialmente alla suddivisione tra i partner dei fondi americani del “piano Marshall”, ma divenuta nei fatti il centro di elaborazione delle strategie per la riduzione delle barriere protezionistiche.

 

A.DE BERNARDI – L. GANAPINI

In “Stria d’Italia” – Bruno Mondadori

Foto: Rete

 

SUPPLEMENTO

CRITICHE AL FMI

Il Fondo Monetario Internazionale è fortemente criticato dal movimento no-global e da alcuni illustri intellettuali quali il premio Nobel Joseph Stiglitz, il premio Nobel Amartya Sen, Noam Chomsky e Jean-Paul Fitoussi. I critici accusano il Fondo Monetario di essere un’istituzione manovrata dai poteri economici e politici del cosiddetto Nord del mondo e di peggiorare le condizioni dei paesi poveri anziché adoperarsi per l’interesse generale.

Inoltre il sistema di voto (che chiaramente privilegia i Paesi “occidentali”) è considerato da molti iniquo e non democratico. L’FMI è accusato di prendere le sue decisioni in maniera poco trasparente e d’imporle ai governi democraticamente eletti che si trovano così a perdere la sovranità sulle loro politiche economiche.

Joseph Stiglitz

L’opinione di Joseph Stiglitz

Nel suo libro La globalizzazione e i suoi oppositori (Globalization and Its Discontents), uscito nel 2002, e in una serie di interviste e articoli, Joseph Stiglitz, dimessosi da poco dalla vicepresidenza della Banca Mondiale, rileva il fatto che pur essendo un ente pubblico non ha una gestione democratica né trasparente, inoltre accusa il Fondo monetario di aver imposto a tutti i Paesi una “ricetta” standardizzata, basata su una teoria economica semplicistica, che ha aggravato le difficoltà economiche anziché alleviarle.

Stiglitz fornisce una serie dettagliata di esempi, come la crisi finanziaria asiatica e la transizione dall’economia pianificata al capitalismo in Russia e nei paesi ex-comunisti dell’Europa orientale: i prestiti dell’FMI in questi paesi, secondo Stiglitz, sono serviti a rimborsare i creditori occidentali, anziché aiutare le economie dei paesi assistiti. Inoltre nei Paesi ex-comunisti l’FMI ha appoggiato coloro che si pronunciavano per una privatizzazione rapida, che in assenza delle istituzioni necessarie ha danneggiato i cittadini e rimpinguato le tasche di politici corrotti e uomini d’affari disonesti. Stiglitz osserva che i risultati migliori in materia di transizione sono stati conseguiti proprio da quei paesi, come la Polonia e la Cina, che non hanno seguito le indicazioni dell’FMI, mentre in Asia il modello economico che ha permesso una massiccia crescita dell’economia di molti paesi si basa su un forte intervento statale, anziché sulle privatizzazioni.

Stiglitz sottolinea inoltre i legami di molti dirigenti dell’FMI con i grandi gruppi finanziari americani e il loro atteggiamento arrogante nei confronti degli uomini politici e delle élite del Terzo Mondo, paragonandoli ai colonialisti di fine Ottocento, convinti che la loro dominazione fosse l’unica opportunità di progresso per i popoli “selvaggi”.

Negli anni ottanta il Fondo Monetario Internazionale (assieme alla Banca Mondiale) ha cercato di promuovere l’industrializzazione nell’Africa sub-sahariana, talvolta ottenendo buoni risultati ma spesso fallendo. Infatti in Senegal le politiche neoliberiste di eliminazione dei protezionismi doganali hanno contribuito alla scomparsa di interi settori industriali.

Le critiche nei confronti dell’FMI hanno trovato un ulteriore argomento quando nel 2001 l’Argentina (Paese che i tecnici dell’FMI consideravano “l’allievo modello”) è andata incontro ad una terribile crisi economica. L’FMI è stato accusato di avervi contribuito con le sue indicazioni o quantomeno di non aver fatto nulla per impedirla.

Nel suo saggio Freefall del 2010, lo studioso è infine arrivato a riassumere le sue teorie riguardo all’FMI formulando l’icastica equazione FMI = multinazionali.

Amartya Sen

L’opinione di Amartya Sen

Critiche all’FMI sono mosse anche dal premio Nobel per l’economia Amartya Sen che, in un‘intervista rilasciata a Massimiliano Melilli dell’Unità, dice in proposito:

Massimiliano Melilli: «Professore, il potere della “sacra Trinità” – Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione mondiale del commercio (OMC) – fonda la sua egemonia su politiche economiche esclusiviste. Quali strumenti possiedono i Paesi del Sud del mondo per ottenere finalmente riconoscimento e legittimazione?»

Amartya Sen: «Non vi è dubbio che queste istituzioni siano ormai da cambiare. Per più motivi e perché rappresentano, seppure con pesi diversi, lo stesso potere. L’architettura economica mondiale va riformata in tempi brevi, con equità e giustizia. L’attuale situazione è preoccupante ma lascia anche ben sperare per il futuro. Da un lato, Fondo Monetario Internazionale e Organizzazione mondiale per il commercio poggiano la loro attività, a più livelli, sulla posizione del Paese più forte, gli Stati Uniti. Dall’altro, noto che, nonostante la ferrea architettura che governa l’economia globale, la Banca Mondiale, gradualmente, sta passando da posizioni rigide a posizioni meno rigide. Noto un atteggiamento mutato, d’attenzione, rispetto a tutti i temi messi in campo dai movimenti new-global. È un segnale importante, da non sottovalutare, anche nell’ottica dei Paesi del Sud del mondo. Del resto, se il mio amico James Wolfensohn, presidente della Banca Mondiale, ha dichiarato che considera prioritaria l’eliminazione della povertà in Africa, beh, evidentemente, qualcosa è cambiato nelle vecchie relazioni politiche ed economiche. Le faccio un esempio che mi riguarda personalmente. Lo stesso presidente della Banca Mondiale, di recente, mi ha chiesto di aiutare, come intellettuale, il nuovo presidente operaio del Brasile, Lula da Silva, pur conoscendo l’amicizia che da anni mi lega in Brasile a Cardoso, un grande scienziato. Penso che le idee di Lula siano importanti non solo per il Brasile e l’America Latina ma per tutto il mondo.»

Noam Chomsky

L’opinione di Noam Chomsky

Nel suo libro Anno 501 la conquista continua Noam Chomsky[16] critica aspramente l’FMI con argomenti simili a quelli di Stiglitz, riportiamo qui a titolo di esempio un passo del libro: «Secondo questo schema, la costruzione di un nuovo sistema mondiale è coordinata dal gruppo dei 7 [paesi più industrializzati, N.d.C.], dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e dal “Gatt” (General Agreement on Tariffs and Trade), da ricordare anche la valutazione della Banca Mondiale, secondo la quale il 31% delle esportazioni manifatturiere del Sud sono soggette a barriere non tariffarie contro il 18% di quelle del Nord, o la relazione del 1992 dello Human Development Program dell’ONU, che riesamina il divario crescente tra ricchi e poveri (attualmente, l’83% della ricchezza mondiale è nelle mani del miliardo di uomini più benestante, mentre il miliardo dei più indigenti, alla base della scala, ne possiede solamente l’1,4%); il raddoppio di tale divario dal 1960 è attribuito alle direttive del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, e al fatto che ben 20 su 24 paesi industrializzati sono più protezionisti oggi di quanto lo fossero un decennio fa, compresi gli Usa che celebrarono la rivoluzione reaganiana raddoppiando in proporzione il numero dei prodotti importati sottoposti a misure restrittive.»

Sempre nello stesso libro Chomsky riporta la seguente osservazione fatta dall’Economist: «Il risultato finale di decenni di prestiti per lo sviluppo è che i paesi poveri hanno recentemente trasferito più di 21 miliardi di dollari all’anno nei forzieri dei ricchi – osserva l’Economist riassumendo questo triste scenario.»

FONTE: https://it.wikipedia.org/wiki/Fondo_Monetario_Internazionale

 

 

 

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