Il rito del maiale

 

“Un giorno andammo nelle grandi «rasule» libere dove le donne dai bassi delle case portavano i maiali e li legavano ad un paletto dove restavano fino a sera quando faceva buio. Era lì che gli animali ricevevano il poco di «brodata» o di avanzi immangiabili. Eravamo in quattro o cinque, e in pochi secondi tirammo le corde dei paletti e i maiali, grugnendo, si tuffarono felici negli orti e nei vicoli e nelle strade. Le donne li rincorrevano e ci maledicevano, e noi nascosti dietro una siepe ridevamo a più non posso e ci facevano male i fianchi. Come ho detto, c’era un rapporto uomo, animale, terra, sacrificio, sopravvivenza che oggi è scomparso. Tante amiche e amici animalisti o vegani sono, anche a ragione, fieri e felici per la scomparsa di queste pratiche. Certo si può notare che la fine di quella violenza, sacra, necessaria non ha generato un universo più garbato e più pacifico. Oggi l’indifferenza per gli animali di cui si mangiano le carni è assoluta. E il modo di allevare, trattare, uccidere polli, maiali, bovini, ovini è quanto di più cruento e violento possa essere immaginato. Certo adesso si chiudono gli occhi, ci si gira dall’altra parte, non sappiamo da dove e come arriva il nostro cibo quotidiano. La società attuale ha rimosso la morte e cerca di allontanare l’idea del dolore così ha cancellato la presenza attiva e solidale degli animali, che nel mondo popolare parlavano ed erano parlati. Di queste pratiche alimentari resta oggi ben poco”

Vito Teti.

Foto: RETE

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