Savonarola, il «profeta disarmato»

Ritratto di Girolamo Savonarola di Fra Bartolomeo, 1498, olio su tavola, Museo nazionale di San Marco, Firenze

 

Girolamo Savonarola nacque a Ferrara nel 1452. Il suo carattere, segnato sin dalla più giovane età da un assoluto rigorismo morale e da un grande fervore religioso, non tardò a spingerlo verso la vita monastica: la scelta definitiva di farsi frate fu suscitata dall’ascolto di una predica di un frate agostiniano. Nel 1475 Savonarola entrò nell’ordine domenicano a Bologna.

Savonarola era comparso a Firenze nel 1481, ma non aveva allora riscosso un successo. Sei anni prima, egli era entrato nell’ordine domenicano, scosso dalla predicazione apocalittica che allora aveva una voga difficilmente immaginabile. Il frate, in un sincerissimo ardore religioso, aveva concepito l’idea non solo d’una profonda riforma della Chiesa, ma d’una contestazione della società contemporanea, la quale gli appariva corrotta e dissacrata.

In verità, questi erano temi correnti della predicazione popolare: in Savonarola, essi acquistavano certo un particolare rilievo per l’impeto che egli impiegava nell’enunciarli, ma Savonarola non sarebbe andato al di là d’una notorietà comune se non avesse operato in un ambiente come quello fiorentino e in un momento cruciale della vita della città.

A Firenze Savonarola tornò nel 1490, e questa volta la sua predicazione, tenuta su un modulo profetico (che, in seguito, il V concilio Lateranense avrebbe rigorosamente vietato), fece breccia: non solo tra gli ascoltatori indotti, ma anche tra i rappresentanti dell’élite intellettuale e politica fiorentina. Il prestigio del frate era già saldamente affermato quando avvenne la scandalosa elezione di Alessandro VI, la quale rendeva estremamente concrete e praticamente individuate le prospettive e le esigenze di riforma ecclesiastica.

La predicazione savonaroliana aveva attaccato il regime mediceo, ma il Magnifico l’aveva tollerata; nel contesto politico del 1493-1494 essa però assumeva una rilevanza molto maggiore di quanta ne avesse avuta nel triennio precedente: le profezie generiche sul castigo divino acquistavano un’immediata concretezza, il re di Francia appariva come il braccio della provvidenza che si apprestava a colpire la Chiesa degenerata, la curia corrotta, il pontefice simoniaco; Piero de’ Medici assumeva la fisionomia d’un tiranno e d’un contradditore della volontà divina.

La cacciata del Medici non avrebbe mai potuto tuttavia aver luogo se il gruppo di potere ottimatizio non si fosse spezzato, o se — per essere più precisi – gli ottimati non avessero visto a portata di mano la possibilità di ristabilire la situazione preesistente all’instaurazione del potere mediceo. In una prima fase, che durò poco meno d’un mese, questa operazione parve poter andare in porto abbastanza facilmente: il 2 dicembre un «parlamento» confermò lo scioglimento dei consigli creati dai Medici, che erano stati soppressi all’indomani della rivoluzione, e demandò la creazione della nuova Signoria e delle altre magistrature a venti «accoppiatori», la cui nomina, per altro, venne demandata alla Signoria in carica, la quale, ovviamente, era composta da «uomini tutti stati scelti per amici grandi e affezionati del reggimento (mediceo)». In tal modo, la strada sulla quale ci si incamminava era quella d’una restaurazione oligarchica; ma soltanto due giorni dopo Savonarola affacciò in una predica la possibilità, anzi la necessità, di una ulteriore riforma, e il 14 dicembre additò la costituzione veneziana come il modello da seguire. Si trattava di creare un «consiglio maggiore» su larga base, ma non una magistratura vitalizia (corrispondente al «doge») che ne fosse emanazione, e, per di più, la formulazione dei progetti di riforma veniva demandata alle magistrature in carica. Nella prospettiva savonaroliana, il consiglio maggiore avrebbe dovuto rappresentare una larga base democratica di governo […]

Un dipinto su tavola del sec. XVI con papa Alessandro VI

L’esperimento di Savonarola

Nella congiuntura politica venutasi a concretare dopo la formazione della lega antifrancese, la persistente tenacia con la quale Savonarola e i suoi seguaci tenevano a restare fedeli all’alleanza con la Francia – interpretando così l’opinione di larghi strati dell’opinione pubblica fiorentina – e gli oneri finanziari che comportava la guerra contro Pisa complicarono ulteriormente la vita politica di Firenze. Le imposizioni straordinarie per coprire le spese del conflitto si moltiplicarono, ma la loro approvazione trovava crescente opposizione in seno al consiglio maggiore la cui maggioranza era composta da elementi della classe media, e la stessa procedura per ripartire il carico fiscale aveva caratteristiche che consentivano decisioni arbitrarie. La lotta tra frateschi e arrabbiati investì anche la politica estera, perché il progressivo isolamento nel quale Firenze veniva a cadere si ripercuoteva sulla guerra pisana.

Savonarola continuava, nel frattempo, i suoi violenti attacchi contro la corruzione ecclesiastica, accentuava i suoi atteggiamenti da purificatore del costume e da moralizzatore di tutta la vita cittadina, non rinunciava a invocare una radicale correzione mediante il concilio. Alessandro VI cominciò a reagire nell’estate del 1495 chiamando il frate

a Roma perché venisse a render conto di quelle ch’egli presentava come profezie, e al rifiuto di Savonarola rispose vietandogli di predicare. Quando, in seguito a un discreto intervento della Signoria, il papa autorizzò oralmente la ripresa della predicazione, il linguaggio savonaroliano raggiunse una violenza mai prima toccata e la quaresima del 1496 conobbe attacchi contro la curia e la Chiesa che superavano in virulenza la costante e comune caratteristica dei moduli apocalittici. All’inizio del 1497 sembrava che Carlo Vlll dovesse tornare in Italia, avverando così le profezie di Savonarola; ma il sovrano, invece di scendere ad aiutare i fiorentini e a riformare la Chiesa, concluse la tregua con la Spagna.

Il supplizio del Savanarola a Firenze in un dipinto (secc. XV-XVI

La posizione di Savonarola cominciò a vacillare: la fedeltà all’alleanza francese aveva senso soltanto in attesa d’una nuova azione militare, ma se il re non si muoveva e non veniva in aiuto a Firenze, rimasta militarmente e politicamente isolata, la politica cui spingeva il frate pareva destinata a entrare in crisi; e gli effetti di questa crisi si ripercuotevano anche sulla vita interna della città, nella quale i fautori del regime mediceo diventavano pericolosamente attivi. Piero de’ Medici poteva addirittura tentare un colpo di mano (col consenso del papa, di Venezia e del Moro) fortunosamente fallito, avere segreti accordi con membri di cospicue famiglie quali i Tornabuoni, i Cambi, i Pucci e i Ridolfi, e godere della per lo meno benevola connivenza dello stesso gonfaloniere di giustizia Bernardo del Nero.

L’esecuzione dei complici attuata dai frateschi violando la procedura, mostrava un nervosismo che andava al di là d’una energica difesa delle istituzioni «democratiche» e provocava risentimento negli stessi ambienti «popolari».

Nel maggio 1497 Alessandro VI scomunicò Savonarola, e la risposta di questi fu un violentissimo libello, la dichiarazione di ritenere invalida la scomunica, l’appello ai sovrani d’Europa per la convocazione d’un concilio che deponesse il pontefice che veniva addirittura tacciato d’ateismo.

Il non avverarsi delle profezie, la condanna papale, la possibilità che Firenze venisse colpita d’interdetto, misero in crisi il partito savonaroliano e soprattutto minarono le basi del prestigio che il frate aveva sino ad allora goduto. Savonarola, dopo che fu divenuto evidente che i francesi avevano rinunziato a un nuovo intervento e dopo che la stessa lega antifrancese (Venezia esclusa) si orientò verso la restituzione di Pisa ai fiorentini, dovette difendersi facendo soprattutto appello all’affermazione del carattere soprannaturale delle propria missione. Ma anche questa estrema difesa crollò allorché, conducendo sino alle estreme conseguenze la sua impostazione, Savonarola offri di sottomettersi alla prova del fuoco, fu preso in parola e decise di non affrontare la prova stessa di persona, ma facendosi rappresentare da un confratello. Già con questo atto il frate deluse profondamente i propri seguaci; quando poi il suo campione, il domenicano Domenico da Pescia, rese impossibile lo svolgimento del «giudizio» per la pretesa di attraversare le fiamme portando su di sé il Santissimo Sacramento, tutto il prestigio di Savonarola crollò di colpo.

Arrestato, processato e sottoposto a tortura, prima dinnanzi a un tribunale civile e poi dinanzi a commissari papali, Savonarola fu riconosciuto eretico e scismatico, degradato e consegnato al braccio secolare, che provvide alla sua impiccagione e al bruciamento del cadavere, il 23 maggio 1498.

Il fatto che in un breve volgere di tempo si fosse potuto registrare un crollo così repentino si poteva certo spiegare con il capovolgimento dell’umore popolare che vedeva frustrata la propria fiducia nel profetismo e nell’eroismo d’un personaggio singolarissimo, ma i due principali fattori della rovina del frate andavano individuati nella minaccia d’interdetto che avrebbe avuto, se attuata, pesanti conseguenze economiche e finanziarie, e nel fatto che nei giorni decisivi di tutta la vicenda la Signoria fiorentina contava una maggioranza di «arrabbiati».

Un’interpretazione che collegasse la rovina e la morte di Savonarola soltanto a motivazioni politiche, individuabili nella determinazione d’Alessandro VI di staccare Firenze dall’alleanza con la Francia, sarebbe, tuttavia, profondamente manchevole. Oltre alla questione politica, che resta l’ineliminabile cornice di questo dramma, occorre percepire la funzione che ebbe in esso la posizione religiosa ed ecclesiastica del frate e, nel contempo, il ruolo che in esso giocarono i suoi oppositori e nemici fiorentini.

 

In “LA STORIA v.6” – La Biblioteca di Repubblica

Foto: RETE

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