Gilgamesh alla cerca dell’immortalità.

Gilgamesh ed Enkidu uccidono il Toro del Cielo. Neo-assiro, VIII-VII secolo a.C.

 

L’Epopea di Gilgamesh è certamente la più famosa e la più popolare creazione babilonese. L’eroe, Gilgamesh, re di Uruk, era già celebre in epoca arcaica, ed è stata ritrovata la versione sumera di numerosi episodi della sua vita leggendaria. Ma, nonostante questi antecedenti, l’Epopea di Gilgamesh è l’opera del genio semitico. In akkadico, infatti, fu composta, a partire da vari episodi isolati, una delle storie più commoventi di cerca dell’immortalità, o, più precisamente, dell’insuccesso finale di un’impresa che sembrava avere ogni prospettiva di riuscita. Questa saga, che ha inizio con gli eccessi erotici di un eroe, il quale ha pure volto di tiranno, rivela in ultima istanza l’incapacità delle virtù puramente ‘eroiche’ di trascendere radicalmente la condizione umana.

E tuttavia Gilgamesh era per due terzi un essere divino, figlio della dea Ninsun e di un mortale. Proprio all’inizio del testo, vengono esaltate la sua onniscienza e le grandiose costruzioni da lui intraprese. Immediatamente dopo, però, ci è presentato un despota che violenta le donne e le fanciulle ed infligge agli uomini lavori tanto faticosi da estenuarli. Gli abitanti supplicano gli dèi, e gli dèi decidono di creare un essere di proporzioni gigantesche, capace di affrontare Gilgamesh. Questo semiselvaggio, che riceve il nome di Enkidu, vive in pacifici rapporti con le belve: si abbevera con loro alla stessa fonte. Gilgamesh viene a conoscenza della sua esistenza dapprima in sogno, poi per avvertimento di un cacciatore che ha scorto Enkidu. Egli manda allora al semiselvaggio una cortigiana affinché lo seduca e lo conduca a Uruk. Com’era previsto dagli dèi, i due campioni lottano fin dal primo istante in cui si incontrano. Gilgamesh vince, ma prova amicizia per Enkidu e ne fa il proprio compagno. In conclusione, il piano degli dèi non è fallito; d’ora innanzi Gilgamesh prodigherà il suo vigore in imprese eroiche.

Accompagnato da Enkidu, Gilgamesh si avvia verso la lontana e favolosa foresta di cedri, di cui è guardiano un essere mostruoso e onnipotente, Huwawa. I due eroi lo abbattono, dopo aver tagliato il suo cedro sacro. Mentre Gilgamesh torna a Uruk, si posa su di lui lo sguardo di Ishtar. La dea lo invita a sposarla, ma egli rifiuta con insolenza. Umiliata, Ishtar implora suo padre, Anu, di creare il « Toro celeste » che distrugga Gilgamesh e la sua città. Anu dapprima rifiuta, poi accondiscende quando Ishtar minaccia di far risalire i morti dagli Inferi. Il « Toro celeste » si scaglia su Uruk e i suoi muggiti fanno cadere, a centinaia, gli uomini del re. Enkidu tuttavia riesce ad afferrarlo per la coda e Gilgamesh gli affonda la spada nella nuca. Furibonda, Ishtar sale sulle mura della città e maledice il re. Ebbro di vittoria, Enkidu strappa una coscia al « Toro celeste » e la scaglia dinanzi alla dea, coprendola di ingiurie. Questo è il momento culminante nella carriera dei due eroi; è però anche il prologo di una tragedia. La notte stessa Enkidu sogna di essere condannato dagli dèi. L’indomani cade ammalato, e dodici giorni dopo muore.

Un mutamento inatteso rende irriconoscibile Gilgamesh. Per sette giorni e sette notti egli piange l’amico e rifiuta di farlo seppellire. Spera che i suoi lamenti riusciranno infine a risuscitarlo. Solo quando si manifesta il primo segno di decomposizione, Gilgamesh cede: Enkidu viene fastosamente seppellito. Il re lascia la città e vaga per il deserto gemendo: «Morirò dunque anch’io come Enkidu? » (tavoletta IX, colonna I, v. 4). È terrorizzato dall’idea della morte. Le imprese eroiche non bastano a consolarlo. D’ora in poi l’unico suo obiettivo sarà di sfuggire alla sorte degli esseri umani, di acquistare l’immortalità. Egli sa che il famoso Utnapishtim, superstite al Diluvio, vive ancora, e decide di andarlo a cercare.

Il suo viaggio è segnato da numerose prove di tipo iniziatico. Gilgamesh giunge alle montagne Màshu e trova la porta che il Sole attraversa ogni giorno. La porta è custodita da una coppia di uomini-scorpione, la cui « vista è sufficiente a dare la morte » (IX, II, 7). L’eroe invincibile è paralizzato dal terrore e si prosterna umilmente. Gli uomini-scorpione, però, riconoscono la parte divina di Gilgamesh e gli permettono di penetrare nella galleria. Dopo dodici ore di cammino nelle tenebre, Gilgamesh sbocca, dall’altro lato delle montagne, in un giardino meraviglioso. A una certa distanza, sulla riva del mare, incontra la ninfa Siduri e le chiede dove egli possa trovare Utnapishtim. Siduri cerca di fargli cambiare parere: « Quando gli dèi crearono gli uomini, stabilirono per gli uomini la morte e tennero per sé la vita. Tu, Gilgamesh, riempiti la pancia e godi, notte e giorno. Fai di ogni giorno una festa, e, notte e giorno, danza e vivi intensamente… ».

Gilgamesh però persiste nella sua decisione; allora Siduri lo dirige verso Urshanabi, il battelliere di Utnapishtim, che si trovava nei paraggi. Attraversano le Acque della Morte e arrivano alla sponda su cui vive Utnapishtim. Gilgamesh gli chiede come si sia procurato l’immortalità. Apprende, in tale occasione, la storia del Diluvio e la decisione degli dèi di rendere loro ‘parenti’ Utnapishtim e sua moglie, insediandoli « alle imboccature dei fiumi ». Ma — chiede Utnapishtim a Gilgamesh — « quanto a te, quale dio ti unirà all’assemblea degli dèi, così che tu ottenga la vita che cerchi? » (IX, 198). Il seguito del suo discorso è però inatteso: « Allora, cerca di non dormire per sei giorni e sette notti! » (IX, 199). Si tratta, certo, della prova iniziatica più dura; vincere il sonno, rimanere ‘sveglio’, equivale a una trasmutazione della condizione umana. Dobbiamo dedurre da queste parole che Utnapishtim, sapendo che gli dèi non doneranno l’immortalità a Gilgamesh, gli suggerisca di conquistarla mediante l’espediente di un’iniziazione? L’eroe aveva già superato alcune ‘prove’: l’attraversamento della galleria, la ‘tentazione’ di Siduri, il passaggio delle Acque della Morte. Erano in un certo senso prove di tipo eroico. Questa volta, invece, si trattava di una prova d’ordine ‘spirituale’, perché solo un’eccezionale forza di concentrazione poteva rendere capace un essere umano di rimanere ‘sveglio’ sei giorni e sette notti. Gilgamesh però si addormenta subito, e Utnapishtim esclama con sarcasmo: « Guarda l’uomo forte che desidera l’immortalità: il sonno, come un vento violento, si è diffuso su di lui! » (203-204). Gilgamesh dorme senza interruzione sei giorni e sette notti, e quando Utnapishtim lo sveglia egli lo rimprovera d’averlo svegliato non appena aveva cominciato a dormire. Deve tuttavia arrendersi all’evidenza, e riprende a lamentarsi: « Che fare, Utnapishtim, dove andare? un demone ha preso possesso del mio corpo; nella camera in cui dormo abita la morte, e ovunque io vada là è la morte! » (230-234).

Gilgamesh si prepara ora a ripartire, ma all’ultimo momento Utnapishtim, per consiglio di sua moglie, gli rivela un « segreto degli dèi »: il luogo in cui si trova la pianta che restituisce la giovinezza. Gilgamesh scende nel fondo del mare, coglie quella pianta e, felice, prende la via del ritorno. Dopo qualche giorno di cammino, vede una fonte d’acqua fresca e non esita a bagnarvisi. Attirato dal profumo della pianta, un serpente esce dall’acqua, si impadronisce della pianta e muta pelle. Singhiozzando Gilgamesh si lagna con Urshanabi della propria sfortuna. In questo episodio si può ravvisare il fallimento di un’ulteriore prova iniziatica: l’eroe non ha saputo approfittare di un dono insperato; mancava, insomma, di ‘saggezza’. Il testo s’interrompe bruscamente: arrivato a Uruk, Gilgamesh invita Urshanabi a salire sulle mura della città e ad ammirarne le fondamenta.

Nell’Epopea di Gilgamesh si è vista un’illustrazione drammatica della condizione umana, definita dall’inevitabilità della morte. Tuttavia questo primo capolavoro della letteratura universale lascia anche capire che, senza l’aiuto degli dèi, alcuni esseri sarebbero suscettibili di ottenere l’immortalità, a condizione di superare vittoriosamente una serie di prove iniziatiche. Vista in questa prospettiva, la storia di Gilgamesh sarebbe piuttosto il racconto drammatizzato di un’iniziazione fallita.

 

MIRCEA ELIADE

In “Storia delle credenze e delle idee religiose” – Sansoni

Foto: RETE

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