Filarete, l’ortolano di Seminara

Filareto nacque nel 1020 a Palermo, anche se taluni studiosi sostengono che egli sia nato nella zona del Val Demone, territorio ricompreso tra la provincia montuosa di Messina, Caronia e Catania. Le vicende personali e familiari del giovane Filippo si intrecciarono con quelle storiche che contrassegnarono l’Italia meridionale e, specificamente i territori che a partire dall’imperatore Leone III l’Isaurico passarono sotto la giurisdizione dell’impero di Costantinopoli. Infatti, battezzato con il nome di Filippo, in omaggio al grande esorcista di Agira (EN), detto appunto “scacciaspiriti”, egli visse a Palermo, in un ambiente in cui vi era una preponderante presenza musulmana, fino a 18 anni, quando l’imperatore di Costantinopoli Michele IV Paflagone (1034-1041) con una invasione condotta dal grande generale macedone Giorgio Maniace cercò di liberare la Sicilia dal giogo musulmano che si concluse con la vittoria temporanea di Troina del 1040. In tale età, Filippo su ispirazione divina si trasferì insieme alla famiglia a Sinopoli (RC).

A 25 anni Filippo si ritirò nella valle delle Saline, che oggi è identificabile con la zona di Seminara (RC) e dintorni. Qui il santo ricevette l’ordinazione monastica ad opera dell’igumeno Oreste del Sacro Imperiale monastero delle Saline, fondato da Sant’Elia il Giovane nell’880, originario di Enna, a cui appunto l’imperatore Leone IV il Sapiente gli conferì il titolo “imperiale”. Tale monastero è il principale insediamento religioso in un’area che secondo taluni studiosi vedeva tra eremi, skiti e piccoli cenobi, circa un centinaio di luoghi vissuti unicamente da monaci e che senza alcun dubbio diedero vita ad un’importante scuola monastica da cui uscirono molti santi italo-greci. L’igumeno diede a Filippo il nome di Filareto che significa “amante della virtù”. Della dura ascesi che praticava Filareto ci è giunto poco da un bios scritto da un monaco Nilo, che, probabilmente è vissuto in un periodo differente dal santo. Quel che ci giunge del santo di Seminara, lo connota come maestro del silenzio e dell’umiltà, in quanto trascorreva gran parte del suo tempo a pascolare gli animali, quando gli fu affidato il compito di pastore, aiutando coloro che si trovavano in montagna a pascolare il loro bestiame, aiutando coloro che si erano persi o si erano infortunati. Al punto da divenire il loro padre spirituale. Successivamente fu un instancabile coltivatore per conto del monastero, quando gli fu assegnato un appezzamento di terra, che lui coltivava avendo sempre addosso una pesante catena, che gli doveva tener viva in mente l’idea della schiavitù del peccato e per l’afflizione del corpo, vestito unicamente di una tunica di paglia.

Il suo duro lavoro rendeva molti frutti che il santo donava anche ai poveri che in quel tempo si erano moltiplicati esponenzialmente per via delle guerre che infuriavano in quel periodo. L’ascesi di Filareto si basò inoltre in lunghe veglie ed estenuanti digiuni, spesso si nutriva di erbe bollite, vino, il sale fu una rara prelibatezza e del pane che gli forniva il dispensiere al termine della Divina Liturgia, alla quale il santo si recò, unicamente, a seguito della nomina di ortolano, e quando il medesimo non gli forniva la razione settimanale di pane, Filareto faceva ritorno nella propria capanna senza dir nulla. La sua vita solitaria e silenziosa, infatti la sua partecipazione alle funzioni avveniva silenziosamente in un angolo della chiesa tenendo gli occhi bassi e la testa ancor di più, si nutriva di una fervorosa preghiera che recitava nella sua capanna, spoglia, ma come scrisse l’agiografo estremamente ricca, rigorosamente con la porta aperta, perché i fedeli non dovevano pensare che lui stesse pregando. Tutto ciò lo rese sicuramente poco conosciuto ai suoi fratelli contemporanei e, sicuramente, a quelli successivi alla sua dormizione, in quanto solo grazie ad un miracolo si venne a conoscenza della umile santità di Filareto. Infatti, quando egli si ammalò gravemente, i confratelli lo portarono nel monastero e fattolo distendere sul letto lo lasciarono riposare, credendo che avesse energie sufficienti per poter vivere, per cui lo privarono della necessaria assistenza ed il santo si addormentò nel silenzio e nella solitudine, così come condusse la sua vita.

Il giorno seguente i confratelli gli celebrarono il funerale, senza tener conto del profumo che emanava il suo corpo e deposero i suoi vestiti accantonandoli senza dargli un’adeguata conservazione, ma dopo il miracolo, che si narra a breve, i fratelli si ricordarono dei suoi vestiti e fattili a pezzi vennero distribuiti ai fedeli come reliquie.

Nella vita è documentato che una donna affetta da cecità, a seguito di una grave emorragia celebrale, si recò sulla tomba ad implorare l’aiuto di Sant’Elia il Giovane, che era estremamente vivo nella devozione dei fedeli a causa dei suoi innumerevoli miracoli, per ricevere un’intercessione miracolosa. In una visione gli apparve il santo che gli disse di rivolgersi alla tomba di San Filareto, che era in grado di guarirla. La donna chiese ai concittadini del santo, ma non ebbe alcuna informazione e, quindi, si recò presso il monastero chiedendo di potersi recare sulla sua tomba, ma i monaci, ovviamente, non conoscevano alcun Filareto e la donna fu licenziata senza potersi recare sulla sua tomba. Ciò la gettò in un profondo dolore, visto che dell’unico monaco che poteva guarirla non si aveva alcuna notizia in quel monastero. Ma un confratello ricevette l’illuminazione divina che il Filareto cercato dalla donna, fosse colui che si era addormentato due anni prima. La donna fu invitata a recarsi a pregare sulla sua tomba e durante la preghiera ella ricevette nuovamente la vista. Tale miracolo consentì di annoverarlo tra i santi asceti italo-greci.

Questo fu il primo di innumerevoli miracoli, al punto che fu costruito un oratorio sulla tomba del santo e dove molta gente ricevette le intercessioni miracolose. Nel 1133 il monastero venne costruito sulle rovine dell’originario e dedicato ai Santi Elia e Filareto. Però, si assistette ad un fenomeno curioso, in quanto la devozione di San Filareto si sviluppò enormemente al punto che il monastero venne successivamente conosciuto unicamente con il nome del santo ortolano, facendo così vivere alla sua ombra quello del fondatore ovvero Sant’Elia. Risulta essere un paradosso in quanto l’umile ortolano era estremamente devoto del santo fondatore, al punto da portare sempre con sé il libro della sua vita. Il Sacro monastero fu distrutto dal terribile terremoto del 1693 ed è stato riedificato nei primi anni del secondo millennio.

Il culto di San Filareto rinacque a Palermo per opera del Cardinale Giannettino Doria (1608- 1642), che lo inserì nel Calendario Palermitano. L’abate Generale dell’ordine basiliano di Palermo, Pietro Minniti, chiese la restituzione delle reliquie del santo palermitano affinché tornassero nella terra natìa ed il Papa Clemente XI le concesse con la motivazione che in quella città si venerano le sue reliquie. Così come attestato dallo stesso P. Abate Generale, che il 4 ottobre 1701 estrasse il braccio di San Filareto e lo portò con sé a Palermo. La traslazione fu celebrata con solenni suppliche il 14 gennaio del 1703 dalla chiesa di San Basilio sino alla Cattedrale. Ed in tale data fu inscritta la celebrazione nel martirologio romano. La festa della traslazione fu celebrata sino al 1929, mentre quella del santo fino al 1958, anno in cui la sua festa fu definitivamente cancellata dal calendario liturgico romano. Presso il santuario della Madonna dei poveri di Seminara, di cui l’ultima riedificazione si ebbe nel 1929 a seguito del catastrofico terremoto del 1908, erano conservate sul lato sinistro del presbiterio in una nicchia: braccio-reliquario argenteo quattrocentesco di S. Filarete (prob. opera di L. De Sanguini, del 1451), con mano rifatta da D. Vervare nel 1605. Testa-reliquario argentea di S. Filareto, con iscrizione dedicatoria e datazione (opera di orafo messinese, datata a. 1717). San Filareto ci lascia un’importante insegnamento spirituale ovvero che il fine della lotta spirituale non è quello di acquisire necessariamente delle “soddisfazioni terrene”, bensì quella di anelare unicamente la salvezza eterna e di acquisire tesori spirituali, perché lì dove è il nostro tesoro, là è il nostro cuore.

 

Fonte: pagina Fb “Santi Italogreci”

Foto: RETE

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