UN LIBRO PER AMICO: “Il fascismo è finito il 25 aprile 1945”

Noi non dobbiamo né sbagliare, né dimenticare la storia. È chiaro che i nostri saltimbanchi in giacca e cravatta o in tenuta da skin, così come le organizzazioni che li dirigono, non riproducono il modello mussoliniano o hitleriano degli anni Trenta. Non per questo sono del tutto estranei alle diverse componenti della galassia dell’ultradestra. Numerosi di loro provengono dai movimenti neofascisti e neonazionalisti del secondo dopoguerra. Alcuni hanno addirittura partecipato all’impresa totalitaria, come militanti e come combattenti. Dopo aver sbandierato per anni le loro idee estremiste, hanno preso coscienza del basso impatto che queste avevano presso un elettorato ormai acquisito ai principi e alle pratiche della democrazia liberale. Da ciò la scelta che hanno fatto, a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, di smussare le punte più affilate delle loro dottrine e di erigersi a partiti della protesta sociale.

Pierre Milza, Europa estrema (2003)

 

Questo testo rivisita tre punti nodali della presenza fascista nell’Italia del dopoguerra: il processo di continuità dello Stato, la cosiddetta strategia della tensione e l’odierno radicalismo postfascista, ridenominato «estrema destra 2.0» ovvero – nell’autorappresentazione dei militanti – «fascismo del terzo millennio». E si chiude con una riflessione sulla memoria, analizzando un tema di persistente attualità: le cittadinanze onorarie concesse negli anni Venti a Mussolini e oggi talvolta confermate e talaltra revocate dai consigli comunali.

A farmi riflettere sulle incongruenze della transizione fascismo-democrazia – processo assai più complesso e contraddittorio di quanto non si creda – fu, decenni addietro (durante la preparazione della tesi di laurea), un sessantenne ex partigiano bresciano che, invitato a casa mia per un’intervista, si scusò per la lentezza con cui saliva le scale, fermandosi ansimante ad ogni pianerottolo per riprender fiato. Lo affliggeva la silicosi, malattia professionale dei minatori, che gradualmente riduce la capacità respiratoria sino a provocare la morte per soffocamento. In una sofferta testimonianza rievocò le persecuzioni del regime, motivazioni e rischi della Resistenza, speranze e disillusioni del dopoguerra. Conclusa l’intervista, rimase silenzioso per un paio di minuti e quando riprese a parlare sembrò riflettere ad alta voce, come portavoce della sua generazione: «Abbiamo vinto… Ma cosa abbiamo vinto?!? Facevamo la fame prima, durante il fascismo; abbiamo fatto la fame poi, in democrazia: per mantenere la famiglia abbiamo dovuto far la valigia, emigrare… ammalandoci di silicosi… Ma allora, cosa abbiamo vinto?».

Effettivamente, a quel minatore e a tanti suoi compagni fanno da controcanto una quantità di persone che dopo aver vissuto da privilegiate durante la dittatura, contribuendo al soffocamento delle libertà, superata l’emergenza della primavera 1945 – con la tempestosa fase dell’«epurazione», condizionata dal ritorno all’ordine seguito al placarsi del rinnovatore «vento del nord» – ripresero tranquillamente l’esistenza, godendosi i privilegi ricevuti dal regime. La storiografia ha trascurato questi aspetti materiali della vita: mancano, da noi, studi sul genere di quelli dedicati dagli studiosi tedeschi al ruolo dei nazisti nella Germania del secondo dopoguerra. La guerra fredda agevolò il reinserimento dei fascisti ai più diversi livelli, determinando un clima in cui la partecipazione alla Resistenza veniva spesso considerata un fattore negativo, tanto è vero che gli ex partigiani furono espulsi dalla polizia e dalle prefetture… E la magistratura, dopo un’applicazione «generosa» dell’amnistia Togliatti in favore dei fascisti, avviò – dalla fine degli anni Quaranta al successivo decennio – un impressionante processo alla Resistenza, arrestando centinaia di ex partigiani, accusati per eventi considerati reati comuni. A ciò si aggiunga il fraudolento comportamento dei vertici della magistratura militare, che – in accordo con i ministri della Difesa prò tempore – occultarono diverse centinaia di fascicoli per crimini di guerra perpetrati dagli occupanti, dimezzando in tal modo la memoria del Paese (fascicoli tardivamente scoperti, nel 1994, nel cosiddetto Armadio della vergogna).

La continuità degli apparati nel lungo periodo spiega il comportamento dei Corpi dello Stato alla luce di situazioni e regole pregresse: indagini e schedature del secondo dopoguerra contro militanti delle sinistre s’impostano infatti secondo moduli investigativi allestiti dal fascismo, e per di più ad attuarle è lo stesso personale che le perfezionò durante il regime.

Nel primo venticinquennio repubblicano, alla penetrazione di argomentazioni, personaggi e strutture dal sistema dittatoriale in quello democratico, seguirà il significativo ritorno dei fascisti alla politica e al Parlamento, e nella seconda metà degli anni Sessanta si riorganizza la destra radicale, con la decisiva complicità e copertura degli apparati statali ai più diversi livelli.

Personificazione del funzionario impegnato con mansioni di responsabilità, dapprima nella dittatura e poi in democrazia, è Marcello Guida, direttore del confino di Ventotene durante la repressione degli antifascisti e – un quarto di secolo più tardi – questore di Milano, decisivo nell’orientare le indagini sull’eccidio di piazza Fontana contro gli anarchici. Dinanzi ai profondi mutamenti sul piano del costume, alla conflittualità operaia e alle rivendicazioni studentesche, emergono controspinte di estrema destra, coadiuvate da esponenti di spicco delle forze armate, dei servizi segreti, dell’imprenditoria. E la bomba esplosa a Milano il 12 dicembre 1969 innesca dinamiche terroristiche poi proseguite con le stragi di Brescia del 28 maggio 1974 e di Bologna del 2 agosto 1980.

L’ultima sezione del libro affronta l’intreccio di neofascismo e postfascismo presenti nel nostro Paese, in un orizzonte sovranista che ambisce a scenari continentali e trova rispondenza anche per l’incapacità della politica di risolvere i principali problemi della convivenza e della sicurezza civile, del rinnovamento, dello sviluppo e della solidarietà.

Alla crisi dello Stato e alle evidenti difficoltà dell’Unione Europea, con l’accentuata deriva burocratica e il crescente divario tra palazzo e cittadinanza, c’è chi oppone modelli autoritari, aggiornando i tratti populisti, razzisti e dirigisti tipici del mussolinismo. Di certo il fascismo del Ventennio non ritornerà nelle forme storicamente inveratesi tra le due guerre mondiali: i movimenti post e neofascisti del XXI secolo hanno forse più diversità che non similitudini rispetto al loro modello originario. Il pericolo per la democrazia non è infatti rappresentato dagli inguaribili nostalgici, ma da chi riuscisse eventualmente a reinterpretare modelli rassicuranti proposti da un qualche personaggio carismatico, disponibile a reprimere minoranze dissidenti, e a conquistare le piazze profittando di situazioni confuse, in episodi quali l’assalto alla sede nazionale della CGIL, come è accaduto a Roma il 9 ottobre 2021, con una tecnica che ricorda gli esordi diciannovisti dei Fasci italiani di combattimento.

Lo scenario che si profila è quello di una sinistra priva di progettualità e in ritirata dalla società, dimentica del fatto che uomini e donne non vivono per il mercato finanziario bensì in comunità. In Italia, sono oltre 5 milioni le persone in povertà assoluta e 8 milioni in povertà relativa: è dunque inattuato il precetto costituzionale sul dovere della Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impedendo il pieno sviluppo della persona e la partecipazione di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3). In questa grave situazione, che non trova dal governo adeguate risposte, sono spesso i militanti delle nuove destre ad essere presenti nelle borgate delle metropoli e, laddove le condizioni di vita sono più insoddisfacenti, a presentarsi come alfieri dei ceti disagiati dinanzi a uno Stato esigente e per più aspetti parassitario.

Tutto ciò, nello scenario (inedito nel secondo dopoguerra) della scomparsa dei centristi e dello spostamento a destra di formazioni che adottano le parole d’ordine tipiche delle forze eversive: «Prima gli italiani» è uno slogan coniato da CasaPound, e solo successivamente rilanciato dalla Lega in versione salviniana.

L’epilogo del libro sviluppa una riflessione sulla memoria del regime, i meccanismi che la regolano e la sua persistente presenza nel dibattito pubblico. Con l’approfondimento sul «referendum» che da anni divide i comuni italiani tra quanti cancellano e quanti mantengono la cittadinanza onoraria a Mussolini (deliberata nel decisivo scenario di metà anni Venti, come qui si ricostruisce, poiché nessuno ne ricorda ragioni e modalità). Un episodio solo in apparenza marginale, che in realtà dimostra come il duce rimanga presente anche a livello istituzionale, in funzione divisiva.

 

MIMMO FRANZINELLI

In “Il fascismo è finito il 25 aprile 1945” – Laterza

 

In breve

Autore: Mimmo Franzinelli

Edizione: Laterza 2022

Pagine: 176

Collana: i Robinson / Letture

Prezzo: 14 euro

ISBN carta: 9788858147559

ISBN digitale: 9788858148952

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