ll sambuco, l’albero del tredicesimo mese

 

 

Pianta inquietante il sambuco (Sambucus nigra), un alberello che può giungere anche ai 10 metri di altezza, molto ramificato, con grandi corimbi di fiori bianco avorio cui succedono in settembre grappoli di bacche nere e lucenti. Cresce dappertutto, specie vicino agli edifici abbandonati e intorno agli allevamenti, dove il suolo è ricco di azoto per la decomposizione di foglie e rifiuti.

Fra i Germani lo si chiamava Holunder, «albero di Holda». Holda o Hulda era una fata del folklore germanico medievale, raffigurata come una giovane donna benigna dai lunghi capelli d’oro: abitava nei sambuchi che si trovavano nei pressi delle acque di fiumi, laghi e fonti.

Fino all’inizio del secolo i contadini tedeschi rispettavano a tal punto il sambuco che incontrandolo per i campi si levavano il cappello. Non osavano sradicarlo e, se volevano tagliarne un ramo, s’inginocchiavano davanti alla pianta con le mani giunte pregando: «Frau Holda, dammi un poco del tuo legno e io, quando crescerà, ti darò qualcosa di mio». Per curarsi il mal di denti si doveva camminare fino al sambuco invocando per tre volte: «Frau Holda, Frau Holda, imprestami una scheggia che te la riporterò». Si staccava la scheggia e, giunti a casa, la si usava per incidere la gengiva fino a macchiare il legno di sangue. Si tornava infine alla pianta, continuando a camminare all’indietro, e si reinnestava la scheggia nel punto in cui era stata tolta: così le si trasmetteva il dolore.

Panacea era ed è considerato il sambuco nella medicina tradizionale. In quella tirolese lo si è chiamato «farmacia degli dèi». Sette volte il contadino s’inchinava davanti all’albero perché sette sono i doni che si ricavano dai germogli, dai fiori, dalle foglie, dalle bacche, dal midollo, dalla corteccia e dalle radici del sambuco. Dai germogli si ottiene un decotto che calma le nevralgie; gli impacchi di foglie curano le malattie della pelle; con i fiori si fa un té depurativo e dalle bacche si ottiene uno sciroppo contro le infiammazioni dei bronchi e dei polmoni. Quanto alla corteccia, è emetica o lassativa a seconda della quantità usata: fresca, cura il glaucoma ponendola sugli occhi. La radice, pestata e bollita, è un ottimo decotto e impacco contro la gotta e le malattie del ricambio. Infine, dal midollo si ricava una pappa usata, con farina e miele, per lenire il dolore delle lussazioni.

Intorno alle fortezze, ai monasteri e ai masi di montagna si piantavano sambuchi perché si diceva che proteggessero case, cortili, bestiame e abitanti da serpi, mali e malie: abitudine riscontrata anche in Bretagna, in Russia e in Danimarca, dov’erano considerati protettori della famiglia. In Svezia fino all’Ottocento le donne incinte li baciavano per avere una buona gravidanza. In Sicilia si credeva che il bastone di sambuco colpisse a morte le serpi e respingesse i ladri.

Si diceva altresì che i ferri di cavallo, strofinati con le sue foglie, non arrugginissero e preservassero dalle morsicature di serpenti e scorpioni. In Serbia e in Volinia, una regione dell’Ucraina, se ne portava un bastone alle nozze come segno beneaugurante, mentre i Lettoni sostenevano che sotto le radici dell’alberello dimorava il dio della terra, Puschkaitis.

Giuseppe Pitré spiegava in una lettera al De Gubernatis alcune usanze siciliane: «Nel festino di Santa Rosalia in Palermo soleano, fino a pochi anni fa, sovraccaricarsi i ragazzi del volgo legandosene attorno al capo e alla vita in segno di gioia e di trionfo. Essi voleano così emulare i barberi del palio; onde si attaccavano pure alle tempie sonagli e campanellucce. I vicoli di tutta la città continuano per detta solennità ad adornarsi con canne verdi, sì per gioia e sì per appendervi lampioncini di carta a colore. Non sarà inutile a questo proposito il ricordo di due fatti, cioè che la canna verde liga i serpenti velenosi, e li fa morire; mentre pur battendoli con nodosi bastoni non si riesce a tanto; ragione per cui, andando d’estate pei campi, o pe’ monti, si tiene un bastone di canna verde; e che la canna secca, piantata ai limiti d’un terreno, rende avilatu, cioè intangibile, quel limite e sacra la proprietà, vero dio Termine de’ nostri contadini».

Elfi, coboldi e flauti magici

Si favoleggiava che non soltanto Holda abitasse la pianta ma anche i coboldi che prediligevano il midollo. Gli elfi invece si rifugiavano nei suoi cespugli.

Nelle leggende germaniche il flauto magico era un ramoscello di sambuco svuotato del midollo, che si doveva tagliare in un luogo dove non si potesse udire il canto del gallo che lo avrebbe reso roco: i suoni che se ne traevano proteggevano dai sortilegi, come testimonia l’omonima opera di Mozart, in cui la Regina della Notte dona a Tamino il magico strumento, che tuttavia è d’oro, e a Papageno un campanellino: suonati nell’ora del pericolo, avranno il potere di liberarli dai guai.

Il sambuco aveva anche proprietà divinatorie: se in estate i suoi fiori erano gialli o, meglio ancora, di color ruggine, annunciava un nuovo figlio. Un’infiorescenza piccola e sottile indicava un anno di siccità; se invece era grassa e robusta preludeva a un buon raccolto.

I Greci lo chiamavano actéa, dal radicale indoeuropeo che in sanscrito ha dato origine ad acnati, «nutrimento». Ciò farebbe supporre, secondo il Brosse, che anticamente delle sue bacche si cibassero gli uomini, quando ancora non si coltivavano cereali e ci si nutriva dei frutti degli alberi.

L’albero del tredicesimo mese

Non casualmente nel calendario arboreo dei Celti il sambuco rappresenta il tredicesimo mese lunare che si conclude nei giorni del solstizio invernale, poiché esso conserva i suoi frutti fino a dicembre. Il tredici, si sa, è un numero ambiguo che simboleggia il passaggio, la rigenerazione, il rinnovamento ciclico: rigenerazione che comporta anche la morte nel perenne ciclo di trasformazione e rinnovamento; tant’è vero che nella tradizione cristiana il sambuco presiedeva un tempo ai riti di morte: il becchino si recava nella casa del defunto e gliene poneva sul capo una corona di fiori e foglie, o di bacche o di rami, secondo la stagione, come efficace viatico per il viaggio verso l’Aldilà.

Tuttavia questa pianta ha talvolta anche una valenza negativa. In Inghilterra bruciare sambuco «porta il diavolo in casa». William Langland, vissuto nel XVI secolo, riferiva in Piers the Plowman una credenza contadina secondo la quale Giuda si sarebbe impiccato a un albero di sambuco: da allora le sue bacche diventarono così amare da non potersi più mangiare.

Si sostiene pure che il forte odore dei suoi fiori e delle foglie provochi malesseri e addirittura la morte. Si sconsigliano le culle ricavate dal suo legno, che potrebbero riservare sorprese sgradite per i bambini che vi dormissero: rischierebbero dispettosi pizzicotti, se non peggio. Si favoleggia perfino che non si tratti di un alberello qualsiasi, ma addirittura di una strega nelle sembianze di una pianta. […]

 

ALFREDO CATTABIANI

In “FLORARIO” – Mondadori

 

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