Nostalgia

 

II termine «nostalgia» nasce nella seconda metà del XVII secolo per categorizzare nella sua dimensione psichica il desiderio di ritorno alla patria – quindi il desiderio di restare là dove si è nati – da parte dei soldati di ventura svizzeri che, a seguito di un’afflizione melanconica cronica, erano colpiti da disturbi fisici e mentali la cui intensità poteva condurre alla morte. Il termine «nostalgia» viene adoperato la prima volta nella Dissertatio medica de nostalgia, presentata il 22 giugno del 1688 da Johannes Hofer, un giovane studente alsaziano di medicina, all’Università di Basilea. Hofer crea il nuovo termine attraverso la composizione di due costituenti: nostos (nell’Odissea indicava il ritorno degli Achei) e algos («dolore», «tristezza»). Il neologismo «nostalgia» affiancava e sostituiva lo Heimweh (Heim o Heimat significa «giaciglio» o «luogo dove riposare») – in altre lingue europee veniva definita con espressioni come «maladie du pays», «rimpianto», «regret», «homesickness », «anoranza», «saudade» – che fin dal Cinquecento indicava i malanni fisici e psichici dei mercenari svizzeri lontani dal luogo di origine. I giovani militari refrattari ad ogni forma di adattamento agli usi e ai modi di vivere stranieri e presi dal «tedio dell’aria straniera», pensavano ossessivamente al ritorno in patria fino a patologizzarne la mancanza, la distanza e la negazione. All’ammalato di nostalgia bastava prospettare la possibilità di ritorno nelle sue vallate alpine per rigenerarsi, per immaginare legami che si rinsaldano, odori che richiamano esistenze interrotte.

La nostalgia sfuma nelle sue rideterminazioni e mostra la sua dimensione articolata, complessa. Coesistono e costruiscono un sistema ideologico tante forme di nostalgia: una nostalgia regressiva e una progressiva, una utopica e una retrotopica, una vera e una simulata, una falsa e una autentica, una che rovina e l’altra che rigenera, una conservativa e l’altra oppositiva, una che si adatta allo status quo e l’altra che diventa critica del presente. E tuttavia, per lungo tempo, resta immutato l’originario stigma negativo della nostalgia marchiata a fuoco come malattia e afflizione. La nostalgia è stata considerata anche la malattia, lo stigma degli emigrati e del loro mondo senza baricentro. Per estensione – ancora negli anni Settanta e nel periodo dell’ubriacatura modernista – la nostalgia, in un sistema di equivalenze improprio e pregiudiziale, è stata associata a passatismo, conservazione, irrigidimento ideologico ed estetico, immobilismo. La parola «nostalgia» è stata spesso adoperata per definire contesti di alterità, d’inferiorità, di lontananza dell’altro. Nel processo ipertrofico di manipolazione ideologica del termine, la nostalgia è stata liquidata come figura dell’esclusione, della distinzione, della diversità.

Qui, a correggere con mens sana il furor del fraintendimento, si innesta un paradosso: il nostalgico, che per addizione etimologica sta fermo e non riesce ad andare avanti, non è chi resta, ma chi si mette in viaggio, il migrante, l’esule. Restare, paradossalmente, sembra una condizione desiderabile, tranquilla, pacificata, in un mondo in dispersione e in dissoluzione. La nostalgia degli emigrati, dei partiti e dei rimasti svela che il desiderio che nutre il sentimento del nostalgico non è il ritorno al luogo lasciato o perduto, ma la riappropriazione del sé inveratosi nel tempo passato.

E allora la nostalgia diventa un sentimento bifronte da cui non è possibile guarire e non riguarda soltanto chi è partito, ma anche chi è rimasto ed è sopravvissuto all’esplosione di un mondo e dei suoi disattesi orizzonti ancestrali. Antonio Prete ricorda come «la nostalgia del paese in realtà mascheri la nostalgia del tempo che abbiamo vissuto in quel paese» […]. Kant nella sua Antropologia dal punto di vista pragmatico (1970, […] aveva già notato che gli svizzeri che non facevano altro che pensare al ritorno, immaginando i luoghi della spensieratezza, delle gioie semplici e delle liete compagnie della gioventù, quando però «fanno ritorno in quei luoghi, se ne restano delusi e quindi non guariti: credono che ciò dipenda dal fatto che in quei luoghi tutto è cambiato, ma in realtà è perché non vi ritrovano più la loro giovinezza».

Dialetticamente ed emotivamente correlata al tempo perduto, la nostalgia rappresenta nella visione kantiana una condizione esistenziale ineliminabile e non una malattia da cui guarire. La nostalgia e il rimpianto sono immediati e immotivati, dismesso il conforto giustificazionista della ragione. L’oggetto della nostalgia, come ricorda Jankélévitch [..], non è questo o quel passato bensì il fatto del passato, la «passatità», che si situa rispetto al passato nello stesso rapporto della temporalità con il tempo. È un’esperienza nota nell’antichità ed ha il suo noema in quell’Ulisse che ipostatizza il periplo di ogni uomo che parte e che torna. Musil introduce (ed è un superamento dialettico e filosofico del viaggio conservatore, classico, circolare di Joyce) il viaggio rettilineo, un viaggio «che procede sempre avanti, verso un cattivo infinito, come una retta che avanzi pencolando nel nulla»(Magris) […]. Questo viaggio verso il nulla, forse una metafora dell’inevitabile fine della modernità, contenuta già nel suo inizio, ha un’antica sedimentazione e trova un antecedente nell’Ulisse dantesco che va nel mare aperto, al di là delle colonne d’Ercole, non ha paura di perdersi, supera i limiti. La sua nostalgia è stata indagata nella sua duplice valenza e connotazione. Da un lato si dispiega come sentimento e come «immaginazione» che lo salvano dal rischio, sempre immanente, di smarrirsi e di perdersi. Dall’altro, appare una costruzione mentale ed emozionale per non tornare. Ulisse, nel suo spettro mitologematico, è stato descritto, ad esempio da Jankélévitch […], come l’eroe che attua una strategia per non tornare. Il suo è un viaggio che elude la possibilità del ritorno: pura passione per il navigare e l’errare. Ulisse, ricorda ancora Magris, torna a Itaca, ma Itaca non sarebbe tale se egli non l’avesse abbandonata per andare in guerra, se non avesse spezzato i legami viscerali, per poterla ritrovare con maggiore autenticità. Bisogna viaggiare, abbandonare i posti, rischiare di perdersi, superare molte prove per riconoscere se stessi e dare un senso più profondo e più vero a quello che si è lasciato. Ma quando si dà un nuovo senso, subentrano anche la delusione e la disillusione. Il termine nostos non significa soltanto ritorno, ma allude anche all’idea di andare. Ulisse, allora, eroe del ritorno, non smette mai di tornare, ma, in un certo senso, non smette mai di arrivare. Il mondo che ritrova Ulisse non è più quello di prima e lo stesso Ulisse è dentro il flusso di un’irriducibile alterità. E invecchiato, non viene riconosciuto e non si riconosce. Non è più il «poeta intenerito», ma il giustiziere e il vendicatore spietato. Egli non “torna” nemmeno quando arriva a Itaca. I II vero nostos di Ulisse, ricorda Prete […], non è Itaca, ma l’avventura dell’estremo. Per questo, una volta giunto ad Itaca, deve ripartire, secondo la predizione di Tiresia.

Non si torna. Questa è la vulgata distopica di tutta la letteratura moderna e contemporanea. Ogni ritorno di esuli, erranti, emigrati, errabondi, stanziali si trasforma in delusione, in lenta consapevolezza che è impossibile tornare in un mondo deflagrato, in cui nulla è rimasto come prima. I personaggi espulsi o fuggiti da un mondo ordinato, con le sue regole, la sua compattezza non possono più tornare. La latitudine di queste cesure è la terra di confine attraversata da un’infinità di autori, da Roth ad Alvaro e a Pavese nel dolore dell’esserci a fin di nulla espresso ne La luna e i falò (1995) spesso ricordato come il romanzo di «un paese ci vuole», a mostrare tutti e nel gioco sottile dell’impostura del domani negato, che non si torna al paese lasciato. Basta rileggere La luna e i falò di Pavese e accompagnare il protagonista – lo chiamano l’Americano, l’Anguilla – nel suo nostos, che gli provoca ricordi ed emozioni piacevoli, ma anche infinito dolore. Anguilla, un trovatello affidato ad una famiglia del paese, torna dopo vent’anni di vita avventurosa, dopo essere fuggito per abbandonare la miseria, per riscattarsi, per non essere ingiuriato. Scende sulla piazza del paese, all’albergo dell’Angelo, per restare quindici giorni, e ritrova l’amico di infanzia Nuto, il suo doppio rimasto, un musicante amato dalle donne, che suona nelle feste. Il mondo di Anguilla non c’è più, è irriconoscibile: «questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto. Uno gira per mare e per terra, come i giovanotti dei miei tempi andavano sulle feste dei paesi intorno, e ballavano, bevevano, si picchiavano, portavano a casa la bandiera e i pugni rotti […]. Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo. Da un anno che lo tengo d’occhio e quando posso ci scappo da Genova, mi sfugge di mano. Queste cose si capiscono col tempo e l’esperienza. Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia cos’è il mio paese?» (Pavese 1995, p. 9). Dice Anguilla: «M’accorsi allora che tutto era cambiato». E ancora: «Molti paesi vuol dire nessuno». Infine: «Qualcuno mi dava del voi. – Sono Anguilla, – interrompevo, – che storie. Tuo fratello, tuo padre, tua nonna, che fine hanno fatto? È poi morta la cagna? Non erano cambiati gran che; io, ero cambiato» (Pavese 1995, p. 45). Nella sintassi franta di una memoria tradita, Anguilla esprime la delusione nel vedere che le ragioni e le persone per cui era partito sono venute meno. Superati il mito e la stupefazione dell’infanzia, il paese appare con la sua antica rete di conflittualità e a volte risulta violento ed insondabile il contrasto tra immobilismo e attivismo, tra palingenesi collettiva, privilegio e salvezza individuale. Anguilla, pur desiderando un paese, capisce di esservi lontano, che non è possibile tornare al mondo di prima, anche perché quel mondo non era poi così pacificato. Anguilla misura la propria lontananza dalla specola straniante del suo stesso mondo di provenienza, sente di non esser più di nessun luogo, perché vivere in molti paesi vuol dire proprio non averne alcuno, e non è possibile fermare il tempo o annullare il passato per ripristinare quello che non c’è più o per stabilire un’inesistente continuità tra passato e presente. […]

 

VITO TETI

In RESTANZA – Einaudi –

Un libro che regala emozioni

FOTO: Rete

 

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