OLIMPIADI: le origini, tra mito e archeologia

 

 

Delle Olimpiadi antiche ci sono state tramandate le date di “nascita” e di “morte” ufficiali. La prima è il 776 a.C., la seconda il 393 d.C., anno in cui vengono abolite dall’imperatore cristiano Teodosio insieme alle altre feste pagane. Nell’arco di tempo intercorso erano state celebrate a intervalli di quattro anni 293 Olimpiadi, delle quali i greci si servivano per computare gli anni (“questo accadde,” dicevano per esempio, “nel terzo anno della ottantacinquesima Olimpiade”).

Ma i Giochi atletici non nascono nel Peloponneso (la regione di Olimpia), e nascono in una data (precedente a quella delle Olimpiadi) che non è possibile individuare con precisione. La loro origine risale infatti a un’epoca all’interno della quale – grazie a due tipi di fonti diversi ma complementari quali il mito e l’archeologia – non si possono contare i giorni, i mesi e gli anni, ma solamente i secoli.

Le origini

Gli scavi archeologici condotti a Olimpia hanno rivelato che il sito fu usato a scopo cultuale a partire da un’epoca ben precedente al 776 a.C. Il santuario conserva infatti traccia di culti di fertilità, abitualmente celebrati in occasione dei riti di passaggio dei giovani di ambedue i sessi dall’età impubere alla pubertà.

La domanda che è necessario porsi, dunque, è: ci può essere qualche collegamento tra questi riti e le gare atletiche? Gli eventuali indizi vanno cercati, come si è detto, nel mito. Ma quale?

Secondo il racconto fatto da Pindaro nella prima delle sue Olimpiche, i Giochi furono fondati da Pelope: giunto nella regione che da lui avrebbe preso il nome di Peloponneso, egli partecipò a una gara di carri indetta da Enomao, re di Pisa, città non lontana da Olimpia, poi distrutta, il cui nome viene talvolta usato come sinonimo di Olimpia, che ne eredita i miti e i ricordi (e dove si diceva si trovasse la tomba di Enomao).

Poiché aveva saputo dall’oracolo che sarebbe morto per mano del futuro marito di sua figlia Ippodamia, Enomao voleva assolutamente evitare che questa si sposasse e a tale scopo indiceva ogni anno una gara di quadrighe dalla sua città a Corinto, sfidando gli aspiranti generi a batterlo. Essendo il suo carro tirato da cavalli ricevuti in dono da Fetonte, egli si riteneva invincibile e, forte di questa sicurezza, stringeva con i partecipanti alla gara il seguente patto: chi lo avesse eventualmente vinto avrebbe sposato Ippodamia, ma chi avesse perso sarebbe stato ucciso.

Quando arrivò Pelope, già tredici pretendenti erano stati messi a morte. Ma Pelope, racconta Pindaro, riuscì a vincere grazie all’aiuto di Poseidone, che gli donò dei cavalli alati, e dopo il matrimonio con Ippodamia, divenuto sovrano di Pisa, estese il proprio dominio a tutta la regione; alla morte venne sepolto in un sacro recinto (Altis) a Olimpia e presso la sua tomba vennero celebrati in suo onore dei giochi funebri che secondo altri autori furono probabilmente all’origine degli agoni.

Solo un’ipotesi, ovviamente: a sostegno della quale si può peraltro ricordare che celebrare i defunti con delle gare durante i funerali era usanza molto diffusa presso gli antichi, a cominciare dagli etruschi, dai cui giochi funebri pare siano derivati quelli dei gladiatori romani.

E per finire bisogna ricordare che, secondo un’altra tradizionedi cui Pindaro parla nella terza e nella decima Olimpica -, a tracciare il sacro recinto e a fondare i Giochi presso la tomba di Pelope sarebbe stato Eracle, al ritorno dalle sue celebri imprese. Ma i miti, si sa, hanno molte varianti.

Che dire per concludere, al termine di questa rapida rassegna, e ritornando alla domanda che ci eravamo posti sul possibile collegamento tra i Giochi olimpici e i riti di passaggio?

Benché con tutte le incertezze del caso, e benché solo in via mediata, un collegamento può essere individuato. Anche se il mito non serba traccia delle prove che le ragazze dovevano superare per passare dal gruppo delle donne impuberi a quello delle donne pronte al matrimonio, esso lega i Giochi olimpici a una cerimonia nuziale (quella di Ippodamia): la cerimonia, appunto, che – dopo che una ragazza aveva superato felicemente le prove richieste dai riti di passaggio – sanciva il suo ingresso nella categoria delle donne sposate.

Sotto le mura di Troia. Le prime gare…

Oltre al passaggio di età che segnava l’inizio di un’unione matrimoniale, sin dai tempi più antichi i greci usavano solennizzare con gare atletiche anche il passaggio dalla vita alla morte.

Prova ne è, tra l’altro, un famoso episodio dell’Iliade: per celebrare l’amato Patroclo, ucciso in battaglia, Achille indice solenni giochi a premi cui partecipano i più valorosi tra gli eroi greci, regolati da norme precise e molto rigorose e attentamente controllati da giudici incaricati di verificare la correttezza del comportamento degli atleti. […]

 

E. Cantarella – E. Miraglia

In “L’importante è vincere” – Feltrinelli

Foto: RETE

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