RAFFAELLO: i ritratti, concretezza e partecipazione emotiva

 

Negli anni romani fitti di numerosissimi e importanti impegni, i ritratti rappresentarono per Raffaello un momento particolare e forse minore del suo lavoro: sono infatti soltanto manifestazioni d’affetto o gesti di obbligo nei confronti di grandi mecenati. In queste opere il pittore riprende schemi compositivi già sperimentati in precedenza, nei dipinti fiorentini o nelle figure degli affreschi delle Stanze vaticane, ma vi introduce significative variazioni tese ad animare dall’interno i personaggi e a coglierne la più profonda e autentica individualità.

Nel Ritratto di Giulio II (1511-12) la dignità del personaggio non nasce più dalla sua partecipazione a un ordine metafisico espresso in pure geometrie, ma scaturisce ora dalla rappresentazione immediata della personalità fisica e psicologica dell’uomo, mirabilmente espressa nello sguardo abbassato carico di tutta la tensione emotiva e di tutta la stanchezza del grande vegliardo.

Al senso di concretezza del dipinto, insieme alla definizione interiore del personaggio, concorre in maniera decisiva la strutturazione dell’immagine, che stabilisce fra l’osservatore e il ritratto un rapporto estremamente personale: il punto di vista rialzato e il taglio diagonale della figura e della stanza, posto in evidenza dall’angolo delle pareti, suscitano in chi guarda l’illusione di trovarsi in piedi a fianco  dell’anziano pontefice.

Anche nel Ritratto di Baldassar Castiglione (1514-15) il taglio inconsueto del braccio e delle mani, fissando l’altezza dello sguardo del gentiluomo allo stesso livello di quello dell’osservatore e in una posizione molto ravvicinata, crea una sensazione di immediatezza e di intimità, come di persona seduta accanto a sé in amichevole colloquio. La carica emotiva del dipinto proviene dal rapporto soggettivo stabilito con chi guarda, e dall’espressione di vitalità trattenuta, di affettuosa sensibilità e di penetrante intelligenza che Raffaello ha saputo cogliere nel soggetto e fissare sulla tela: il ritratto è una dimostrazione dell’affetto di Sanzio per Castiglione e della sua consonanza con gli ideali di raffinatezza ed elevata spiritualità che il gentiluomo incarnava e di cui aveva scritto nel Cortegiano.

In sintonia con i generali orientamenti artistici della sua attività matura, Raffaello persegue anche nel ritratto un sempre più intenso rapporto percettivo ed emozionale fra l’osservatore e l’opera pittorica.

Nel Doppio ritratto (del 1518, rappresenta Raffaello, a sinistra, e un amico) il pittore, con invenzione straordinaria, elabora una composizione mobile e asimmetrica in cui le figure si accampano con libertà e decisione nello spazio tridimensionale; la distruzione di ogni diaframma fra il dipinto e la realtà circostante sì compie grazie alla sequenza concatenata dei gesti e degli sguardi, che nel loro sviluppo creano un vivo collegamento fra i due personaggi rappresentati e fra questi e l’osservatore.

 

In “Storia dell’arte” vol.2 – Electa, Bruno Mondadori

Foto: RETE

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