ALLORO o LAURO (Laurus nobilis)

 

Coltivato nei giardini, spesso vicino alle case, l’alloro è un grande arbusto molto decorativo e in via accessoria aromatizzante, il che non costituisce comunque una ragione per battezzare alloro salsa quello che non si dovrebbe chiamare altro che alloro nobile (Laurus nobilis L.) o alloro di Apollo, perché è di un albero divino che si tratta. Le sue foglie persistenti, verde scuro, splendono al sole, e non sono soltanto aromatiche, ma antisettiche; i frutti somigliano a piccole olive, all’inizio verdi, poi quasi nere e lucenti. Il suo contegno, soprattutto, è incomparabile. Questa grazia gli viene certo dal fatto che prima di diventare vegetale l’alloro fu una ninfa amata da Apollo. Si chiamava Dafne e ha dato all’albero il suo nome greco.

Dal latino laurus vengono il francese laurier, l’italiano lauro e alloro, lo spagnolo e l’inglese laurel e il tedesco Lor-beer. Di origine mediterranea, la specie ricorre in forma spontanea in Asia Minore, nel Nordafrica, in Grecia, in Spagna e in Portogallo, oltre che nelle zone più calde d’Italia. Invece l’alloro non è mai indigeno in Francia.[…]

L’alloro, albero di Apollo, per questo motivo era profetico, in particolare a Delfi, dove la Pizia ne masticava le foglie per entrare in trance. I consultatori che avevano ottenuto dall’oracolo «una risposta favorevole, se ne tornavano a casa con una corona d’alloro in capo». Anche gli indovini greci la portavano. Il dio coronato d’alloro era a sua volta detto daphnéphoros, “portatore d’alloro”. La Dafneforia era una festa celebrata a Tebe ogni nove anni, in cui si portava un ramo d’olivo cinto d’alloro in onore di Apollo; la processione era condotta dal più bel giovinetto della città, che, chiamato daphnéphoros, incarnava il dio e gli offriva nel suo tempio una corona d’alloro.

Dopo aver messo a morte, ai piedi del Parnaso, il serpente Pitone che custodiva l’antro oracolare appartenente a Gea, la Madre Terra, onde riparare l’offesa recata alla dea, per ordine di Zeus Apollo dovette andare a purificarsi nella valle del Tempe. Da lì portò l’albero sacro, purificatore e profetico, a Delfì, dove istituì i giochi Pitici. Avevano luogo ogni otto anni. Vi si celebrava la vittoria del dio sul drago con un dramma sacro che la rappresentava, ma anche con gare di musica e poesia, giochi ginnici e corse di carri. I vincitori ricevevano una corona d’alloro. Il monte Parnaso che domina Delfi era la dimora delle Muse,  che tenevano in mano un ramo d’alloro; ne coronarono una volta il poeta Esiodo.

Attributo di Apollo, dio luminoso, l’alloro simboleggiava insomma il trionfo della luce sulle tenebre, della purezza sulla sporcizia, dava accesso al mondo invisibile dello spirito e per questo era oracolare, perciò in greco era detto mantikon phyton, “pianta profetica“; si credeva fosse sufficiente mettere una foglia d’alloro sotto il cuscino per vedere in sogno avvenimenti che si sarebbero immancabilmente verificati. Propiziatorio, l’alloro era l’emblema dei messaggeri di buone nuove; protettore, proteggeva dal fulmine. Questa credenza si è conservata non soltanto a Roma, dove Tiberio, quando tuonava, si copriva la testa con una corona d’alloro, e dove un ramo d’alloro veniva posto vicino alle giare affinchè il temporale non mandasse a male il vino, ma persino nelle nostre campagne: fino a non molto tempo fa, in virtù del detto «il fulmine non cade sull’alloro», quand’era maltempo si faceva bruciare non bosso, ma alloro benedetto. L’albero significava anche la vittoria, ed è soprattutto questa accezione che i romani, guerrieri e conquistatori, hanno preso in considerazione.

La Vittoria divinizzata portava una corona d’alloro che simboleggiava la fine dei combattimenti, perché l’alloro è «pacifico: brandito anche in mezzo ai nemici armati, era segno di tregua», scrive Plinio. I generali che mandavano a Roma i messaggeri della vittoria li munivano di rami d’alloro che i loro destinatari portavano subito al Campidoglio. Soltanto l’imperatore, il generale in capo vittorioso, aveva il diritto di ornare d’alloro i fasci, ma i suoi ramoscelli erano utilizzati soprattutto proprio a Roma, dove il vincitore, al ritorno, celebrava il trionfo. Attraversava in corteo l’Urbe, su un carro tirato da quattro cavalli coronati d’alloro, lui stesso ne teneva un ramo nella mano destra e una corona in capo; anche tutti i soldati che seguivano il carro ne avevano una, cosa che gli autori interpretano come un rito destinato a «purificarli dal sangue versato nelle battaglie». Ai tempi di Plinio esisteva ancora sull’Aventino un bosco di allori sacri di cui si usavano i rami durante le cerimonie espiatorie.

Con l’avvento dell’impero l’alloro fu riservato soltanto agli imperatori, dopo il prodigio riferito da Plinio: «Livia Drusilla, che prese poi, col matrimonio, il nome di Augusta, era promessa a Cesare [Augusto] quando, mentre stava seduta, le cadde in grembo una gallina di mirabile bianchezza che un’aquila aveva lasciato cadere dall’alto senza che si ferisse. La contemplava senza timore quando si produsse un’altra meraviglia: la gallina teneva nel becco un ramoscello d’alloro carico di bacche. Gli aruspici ordinarono di conservare il volatile e la sua prole, di piantare il ramo e di vegliare religiosamente su di esso; così fu fatto nella casa di campagna dei Cesari sulle rive del Tevere, … chiamata per questo motivo Ad Gallinas [Alle Galline], e, prodigio!, ne nacque un boschetto. Da allora, era di quegli allori che Augusto trionfante teneva in mano un ramoscello ed era fatta la sua corona, e, dopo di lui, quella di tutti gli altri imperatori. Si è tramandata l’usanza di piantare i ramoscelli che avevano tenuto in mano, e ne esistono ancora boschetti distinti dai loro nomi».  Svetonio aggiunge che alla morte dei trionfatori che avevano ripiantato i ramoscelli che avevano tenuto in mano ed erano diventati alberi, questi deperivano subito. Ora, «l’ultimo anno di Nerone», col quale ebbe fine la dinastia giulio-claudia inaugurata da Augusto, «tutta la pianta [dell’alloro messo a dimora da Livia Drusilla] seccò fino alle radici e tutte le galline della casa morirono». Nel III secolo d.C. un alloro «crebbe così alto accanto a un pesco nella casa di Alessandro Severo quand’era ancora bambino che gli indovini predissero che sarebbe toccato a lui domare i persiani, ed effettivamente fu lui il primo ad assoggettarli ai romani». Questo presagio di vittoria (l’alloro) sui persiani si spiega col fatto che pesco in latino si dice persica.

L’uso dell’alloro si mantenne, ma ormai soltanto nelle attività pacifiche. Nel Medioevo coronava i vincitori dei giochi accademici, anch’essi ereditati dall’antichità greco-romana, poi i giovani dottori che avevano discusso con successo la tesi ricevettero una corona di foglie d’alloro (laurea) con le bacche (baca o tacca, da cui il francese baccalauréat). Ma questa parola, coniata arbitrariamente nel XVI secolo, da una parte è un barbarismo, e dall’altra un’alterazione del basso latino bachalariatus, detto dei novizi nella cavalleria, poi nella gerarchla religiosa e universitaria; in francese bachelier voleva dire inizialmente “giovane gentiluomo”, come l’inglese bachelor, che ora significa “scapolo”.

Nella medicina antica si ricorreva alle facoltà purificatrici e stimolanti dell’alloro. Le sue foglie venivano utilizzate per ogni sorta di infiammazioni, comprese quelle provocate dal veleno dei calabroni, delle vespe e delle api, e addirittura da quello dei serpenti e degli scorpioni; si sosteneva che chi si strofinava col succo delle sue bacche «metteva in fuga tutti gli animali velenosi». Sembra che queste stesse bacche sgombrassero i bronchi; le foglie «masticate e inghiottite per tre giorni» liberavano dalla tosse e anche, se tritate col miele, dall’asma. Le radici scioglievano i calcoli e acceleravano i parti. La fitoterapia moderna riconosce solo un piccolo numero di queste proprietà. L’olio tratto dalle foglie e dalle bacche combatte i reumatismi; le foglie antisettiche, sono espettoranti, ma soprattutto digestive; non è soltanto per il loro aroma, quindi, che la cucina ne ha fatto largo uso.

 

JACQUES BROSSE

In “Storie e leggende degli alberi” – Studio Tesi

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