L’epurazione che non ci fu

1921-Torino- Fascisti armati davanti alla Camera del lavoro

 

Crollato nel sangue dopo oltre un ventennio di soffocamento della libertà e travolto dall’esito di guerre disastrose, il fascismo lascia pesanti sedimenti nelle istituzioni e nella società. E non potrebbe essere diversamente, per la pedagogia mussoliniana insegnata nelle scuole, per l’esito di intense campagne propagandistiche, per l’interazione tra soffocamento del dissenso e creazione del consenso, per l’esaltazione nazionalista che identificò la nazione con la fazione.

Per una brevissima stagione, tra la fine del secondo conflitto mondiale e l’avvio della guerra fredda, la classe dirigente antifascista impostò una radicale epurazione, per determinare un profondo mutamento di metodi nella gestione e nel funzionamento del Paese. Con grave errore di valutazione, si intendeva attuare una estesa pulizia che rinnovasse ad ogni livello la gestione della cosa pubblica, estromettendo chi sostenne la dittatura. Invece di interventi selettivi contro profittatori, propagandisti e dirigenti del fascismo, si volle punire ad ogni livello, senza distinzioni di responsabilità tra dirigenti, militanti e quanti per conformismo o bisogno aderirono al regime. Ne derivarono interventi fuori misura e, inevitabilmente, il risultato di far pagare più ai gregari che non ai gerarchi. Alla fine, nel giro di pochi anni l’epurazione fallì rovinosamente e si perse così l’occasione di rinnovamento della cosa pubblica.

Carlo Levi, scrittore e pittore già incarcerato e confinato per la militanza clandestina in Giustizia e Libertà, poi collaboratore di Ferruccio Parri nell’amara esperienza di governo del giugno-dicembre 1945, dipinge nel romanzo storico L’orologio (1950) – «una grande opera di realismo, storia della continuità della politica italiana riassunta attraverso i cenni di cronache della sconfitta di Parri e l’affresco realistico dell’Italia postbellica» (Flores 1998) – il muro di gomma frapposto dai burocrati ministeriali agli sforzi di rinnovamento del Paese, testimoniando lo sconcerto di chi, dopo aver rischiato la vita e aver visto cadere tanti compagni di lotta, scopre nei palazzi del potere un mondo parallelo, plasmato dal regime fascista e ad esso sopravvissuto:

Abbiamo fatto la guerra [partigiana], che è stata, si voglia o no, una rivoluzione, abbiamo visto la morte, abbiamo pagato per i peccati nostri e per quelli degli altri, abbiamo buttato dietro le spalle il passato e anche tutte le cose care, gli affetti, le dolcezze della vita, abbiamo vissuto con gli uomini, ci siamo sentiti uniti fra di noi, abbiamo capito che cosa è il mondo, ma tutto questo è come se si fosse svolto in un altro pianeta. […] Dentro il palazzo del Ministero, a pochi metri di là, è come nulla fosse mai avvenuto. Quei muri isolano dal mondo di fuori una casa chiusa di piccoli borghesi degenerati e miserabili, sordi e ciechi e insensibili a tutto se non ai loro piccoli bisogni, alla loro omertà, ai loro intrighi talmente meschini e microscopici da riuscire incomprensibili.

La descrizione dei burocrati ministeriali già plaudenti al duce, quegli stessi che diedero corpo a circolari e norme attuative della dittatura, coglie la quintessenza dello spirito gregario, antitetico alle istanze partecipative proprie della democrazia. E fa intendere l’impossibilità della rivoluzione italiana. In quegli uffici e in quelle anticamere, si prepara la restaurazione degli assetti di potere:

Li vedeste, quegli esseri, seduti sulle loro sedie, davanti alle loro scrivanie, a far nulla, neanche a leggere il giornale, per ore e ore, con gli occhi imbambolati, in una specie di estasi d’ozio o forse di mistica compenetrazione con la vuota idea dello Stato. Vedeste quelle loro facce, terribili, feroci nella loro piattezza. Sono un muro intonacato, e noi tutti ci battiamo contro, e non riusciamo a buttarlo giù. L’epurazione non riesce a nulla, contro quella resistenza passiva. Sono sempre quelli di prima, e altri perfettamente simili a loro.

Gli uomini in grigio considerano il presidente del Consiglio e i suoi collaboratori come degli invasori, personificazione dell’altra Italia da essi istintivamente respinta. Alle dimissioni del governo che voleva rivoltare l’Italia ma che cade dopo pochi mesi, la massa dei ministeriali gioisce come chi vede finalmente ristabilita la normalità. […]

Se guardiamo a una serie di dati di fatto inoppugnabili, risulta invece l’operoso lavorio della magistratura a tutela di chi si compromise col fascismo, in particolare – come abbiamo visto – dall’emanazione dell’amnistia Togliatti e ulteriormente intensificato dal giugno 1947, con la cacciata delle sinistre dal governo, sino alla riammissione in servizio di tutti gli epurati (col versamento degli stipendi arretrati).

La rottura dell’unità antifascista segna in questo campo un irreversibile mutamento di fase: De Gasperi diviene «l’uomo della restaurazione, nel contesto di una situazione internazionale rovesciata rispetto a quella del 1945» (Nenni 1977).

Solo di recente, grazie alla progressiva apertura degli archivi, seguita dalla pubblicazione di monografie e studi settoriali, si sono precisate le dimensioni del fallimento epocale dell’epurazione.

Nelle università, che – grazie alla disponibilità della maggioranza dei docenti – avevano funzionato da macchina del consenso al regime, si procedette inizialmente con improvvisazioni e soprassalti contro i docenti fascisti: ne vennero inizialmente allontanati 177, poi la magistratura ne reintegrò oltre un centinaio; molti dei rimanenti vennero recuperati grazie ad interventi politici: solamente 11 non ripresero servizio, ovvero vennero inviati in pensione con versamento a carico dell’erario delle annualità contributive non maturate per il collocamento a riposo (Flamigni 2019).

Studi dedicati a specifiche realtà e approfondimenti mirati su singole discipline forniscono il quadro impressionante dell’adesione alla dittatura e dell’impunità concessa a propagandisti e membri del regime. Per i matematici, ad esempio, ci fu un solo epurato (Guido Castelnuovo), a fronte di intellettuali che, come Mauro Picone, plaudirono alle leggi razziali e ne imposero l’applicazione con zelo miserabile. Di conseguenza i giovani matematici, molti dei quali parteciparono alla Resistenza, dovettero poi sottostare alle logiche di potere dei professori che sino al luglio 1943 iniziavano le lezioni col braccio teso nel saluto romano e lodavano il duce, discriminando o addirittura denunciando gli studenti antifascisti (Guerraggio-Nastasi 2018).

In linea generale, la permanenza in cattedra di personaggi compromessi col defunto regime rallentò il ricambio generazionale e anche lo svecchiamento di idee, di metodi e del reclutamento dei docenti.

Tra i casi più strabilianti vi è quello di Sabato Visco, ordinario di Fisiologia generale all’Università di Roma. Alfiere di una concezione politica della biologia, finalizzata alla costruzione dell’uomo nuovo fascista, grazie al regime accumula una quantità di cariche impressionante. Rappresenta il Partito fascista nel Consiglio superiore dell’Educazione nazionale, è membro della Consulta della scuola del PNF. Coglie al volo l’occasione offertagli dalla campagna antisemita per un’ulteriore scalata al potere accademico. Primo firmatario il 15 luglio 1938 del Manifesto degli scienziati razzisti, intervenendo alla Camera esalta l’epurazione razziale: «L’università italiana ha perduto i suoi insegnanti di razza ebraica con la più serena indifferenza. Essa, inoltre, per effetto di questi provvedimenti, ha guadagnato quella unità spirituale che prima le mancava, ha acquistato la sicura coscienza che si può provvedere a tutti gli insegnamenti superiori occorrenti al Paese, traendo gli insegnanti da italiani al cento per cento» (seduta del 2 maggio 1939). Coerentemente con le sue vedute, istituisce un corso annuale di perfezionamento in biologia delle razze umane; è a capo dell’Ufficio per gli studi e la propaganda sulla razza del ministero della Cultura popolare, componente del Consiglio superiore della demografia e della razza, vicepresidente del Museo della Razza e sino al 1941 capo dell’Ufficio razza del ministero della Cultura popolare, oltre che titolare di vari incarichi politici nel regime. Esonerato dalla docenza nell’estate 1944 dal governatore di Roma Charles Poletti, Visco viene poi sottoposto ad epurazione e perde i suoi incarichi. La caduta in disgrazia perdura sino al 25 giugno 1948, quando il Consiglio di Stato accoglie il suo ricorso: viene così reintegrato nella cattedra e diviene addirittura preside della facoltà di Scienze, nonché membro del Senato accademico. Torna alla direzione dell’Istituto nazionale della nutrizione e diviene influente componente del Comitato nazionale per la biologia e la medicina. Nell’aprile 1957 il presidente Gronchi gli concede il titolo di commendatore al merito della Repubblica, e il successivo 2 giugno riceve il diploma di medaglia d’oro di prima classe quale benemerito della scuola, della cultura e dell’arte (Dell’Era 2011).

A fronte di tanta benevolenza, suona beffardo il destino toccato ai tanti insegnanti epurati dopo il 1938 in quanto «di razza ebraica»: nel dopoguerra molti di essi non riusciranno a tornare in cattedra, ostacolati da una burocrazia ostile e dall’insensibilità ai più diversi livelli per la riparazione delle ingiustizie perpetrate nel nome della razza. (Pelini-Pavan2009).

II particolare comparto universitario è d’altronde omogeneo al più generale contesto degli apparati statali: in essi, a fine anni Quaranta, ritroviamo tutti i funzionari già in servizio durante la dittatura, mentre ne erano stati cacciati molti di nuova nomina.

Per comprendere un fenomeno di così ampie dimensioni, si consideri che nell’Italia del 1945-48 coesistevano e s’intrecciavano due dinamiche apparentemente contraddittorie: continuità e discontinuità, ovvero la rottura drastica con la dittatura (travolta dal sangue) ma anche l’autotutela degli apparati, che, con i loro funzionari, transitarono dal vecchio al nuovo sistema politico, nel quale – peraltro – le strutture socio-economiche rimasero sostanzialmente inalterate. A questa particolare transizione Claudio Pavone ha dedicato vari studi, cogliendo asprezze e analogie del passaggio dal regime liberale a quello fascista e infine nell’approdo alla democrazia, inclusa la sostituzione della monarchia con la Repubblica (il primo presidente, Enrico De Nicola, era di profondi sentimenti monarchici).

Emblematico il giudizio di Piero Calamandrei, nel saggio Restaurazione clandestina (pubblicato nel 1947 sulla rivista «II Ponte»), sul contrasto tra le incertezze dei nuovi governanti e il decisionismo dei vecchi giudici: «Se i legislatori saliti al potere dopo la liberazione non hanno avuto il coraggio o l’accortezza di sconfessare apertamente la vecchia legalità e di crearne una nuova, non c’è da meravigliarsi che i magistrati, rimasti attaccati al filo illusorio della continuità giuridica, si siano fatti senza volerlo i restauratori della legalità fascista, e abbiano quindi trovato in essa, unica formalmente rimasta in piedi, gli argomenti per assolvere i militi delle brigate nere o per condannare i partigiani».

Dopo interpretazioni incredibilmente restrittive delle norme sull’epurazione e straordinariamente estensive dell’amnistia Togliatti, la legislazione si adegua alla prassi: il decreto legislativo n. 48 del 7 febbraio 1948 sull’«estinzione dei giudizi di epurazione e la revisione dei giudizi già adottati» consente ai dipendenti pubblici colpiti da provvedimenti punitivi la reimmissione in ruolo, o – alla peggio – il pensionamento con un generoso bonus quinquennale.

A suggellare il definitivo cambio di fase, l’on. Giulio Andreotti, influente sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo De Gasperi, predispone una norma dal forte impatto simbolico: il decreto legge che il 19 marzo 1948 – nel fervore della campagna elettorale per il Parlamento – ripristina i benefici di carriera e la pensione alle camicie nere della Milizia, volontarie nella repressione politica in patria e di tutte le guerre del duce. Cessa così l’efficacia del decreto legislativo luogotenenziale n. 535 del 21 agosto 1945, che tra l’altro aveva revocato le onorificenze concesse a suo tempo agli squadristi.

 

MIMMO FRANZINELLI

In “Il fascismo è finito il 25 aprile 1945” – Laterza

Foto: RETE

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