Lu jire e lu venire Deu lu fice

 

on dite mai, come fanno gli esteti delle rovine e del vuoto, a qualcuno: “Perché non parti?” o “Perché non resti”? Piuttosto adoperativi, come potete, perché si affermino il diritto di partire e quello di restare, perché partire, restare, tornare possano diventare una scelta e non una costrizione. Non parlate di tutto questo soltanto nei mille e mille (tutti nello stesso giorno) Festival, raduni, incontri, Premi estivi, spesso rituali e autoreferenziale. Fatelo, soprattutto, d’inverno, quando restare è un’arte, un dolore, una fatica e quando, davvero, bisogna fare di tutto perché i luoghi continuino a vivere.

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«Lu jire e lu venire Deu lu fice», (l’andare e il tornare, il volere restare sono stati creati da Dio). Questo fondamento divino dell’inseparabilità tra migrare e restare in qualche modo coglie quello che è un dato di tutta la lunga storia dell’Homo Sapiens. La partenza, il viaggio, l’esodo non sono separabili dall’esperienza del restare. Le due esperienze vanno comprese assieme.

L’emigrazione è da sempre (negli ultimi sei milioni di anni), una strategia evolutiva fondamentale. La migrazione ha influenzato la lenta evoluzione biologica e accelerato l’evoluzione culturale della specie camminante. Sulla superficie instabile del nostro pianeta, tra incessanti mutamenti climatici, migrare diventa un fattore di mutamento e adattamento. La mobilità di una specie evolve nella capacità di migrare per fuggire, sopravvivere, riprodursi. Si può parlare di migrazioni per tutte le specie animali e umane, tuttavia la metafora dell’Homo migrans può essere fuorviante: noi umani non siamo mai divenuti una specie migratoria in modo sistematico. Nel corso della storia molti individui e gruppi non hanno mai migrato, cambiato cioè habitat di nascita e di vita. Non bisogna pensare però all’immagine dell’uomo migrante come consapevole del luogo in cui stava andando, di come raggiungerlo, di un piano preciso: spesso la fuga era determinata dalla necessità. L’azione del migrare per l’Homo sapiens è stata sempre esercitata con diversi gradi e forme di costrizione, gradi e forme di libertà. Le sociologie e le geografie delle migrazioni oggi parlano di migrazione forzata dovuta a grandi mutazioni climatiche. Accade ancora oggi a molti di non poter migrare, di non saper migrare, di non voler migrare. Anche rispetto alla necessità immediata di dover fuggire per sopravvivere, singoli individui o gruppi della nostra specie scelsero e scelgono di restare e quindi, quasi sempre, di morire. È sempre esistito questo margine di scelta. Anche in epoche a noi vicine la scelta se migrare o restare, partire o rimanere una scelta molto divisiva, combattuta, lacerante. Partire o restare è il dilemma che appartiene alla storia dell’umanità fin dall’antichità e, nel nostro caso, ai luoghi che hanno conosciuto calamità, terremoti, frane, spostamenti, movimenti emigratori. Insomma, la stanzialità e la fuga sono due volti dello stesso fenomeno.

 

VITO TETI

Dalla pagina Facebook dell’autore.

FOTO: Rete

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