MONACHESIMO ITALOGRECO – Le forme di vita monastica

 

Cattolica di Stilo (Calabria), affresco dell’Ascensione, XII secolo.

 

La chiesa bizantina conosceva tre forme distinte di vita monastica, che erano presenti anche nell’Italia meridionale: la vita dell’eremo, in cui il monaco viveva isolato, governandosi da se stesso e senza alcun superiore, quella del cenobio, in cui i monaci vivevano in comune, sotto la guida di un abate, un igumeno, e quella della laura, che in certo modo voleva unire i vantaggi spirituali della vita eremitica con quelli della vita cenobitica. La laura infatti sostanzialmente non era altro che l’unione di diverse celle, poste sotto il governo di un unico capo, per cui da un lato i monaci potevano godere di una certa solitudine, dall’altra riconoscevano l’autorità di un capo, e dovevano interrompere questa solitudine e riunirsi nella chiesa che era il centro della laura per celebrarvi gli uffici divini.

Fra queste forme di vita la più alta sembra sempre l’eremitica, ma non tutti possono abbracciarla liberamente. Praticamente l’eremita si trova a vivere fuori di ogni controllo, per cui sin dai primi secoli della storia monastica si cercò di dare una certa regolamentazione a questo tipo di vita ascetica, stabilendo il principio che solo dopo che il monaco aveva trascorso un certo periodo di tempo in un cenobio, ed aveva dato prova della sua virtù e mostrato il saldo desiderio di perfezionarsi ulteriormente, poteva, con il consenso del suo superiore, ritirarsi in solitudine. Già S. Nilo d’Ancira in una epistola poneva in risalto i pericoli che può presentare la vita eremitica, se abbracciata con temerarietà: « Chi vuole combattere ed esercitarsi nella filosofia spirituale, deve piuttosto vivere con i fratelli in un monastero, e non abbracciare la vita solitaria con semplicità e così come capiti… infatti tutt’intorno vi sono le spade dei nemici », e nel Tractatus ad Eulogium : « I padri abbracciarono gradatamente la vita anacoretica, e se mai qualcuno, dopo aver esercitato la virtù in un cenobio, sia giunto sino a questo punto; e se può ancora progredire nella vita anacoretica, se ne ritenga degno. Ma se, essendogli ciò impossibile, si allontana dalla virtù, ritorni al cenobio».

Questi principi furono confermati anche dalla legislazione ecclesiastica, con il 41° canone del Concilio Trullano, il quale stabilì che coloro i quali volevano vivere una vita anacoretica dovevano prima entrare in un monastero, vivervi la vita cenobitica obbedendo al superiore di quel monastero, quindi, per un altro anno, continuare nella vita ascetica fuori del monastero, e quando fosse stato evidente che essi non aspiravano alla vita eremitica per desiderio di vanagloria ma per una vera e profonda vocazione, solo allora potevano abbracciare definitivamente tale forma di vita.

Le medesime regole vediamo seguite anche nell’Italia meridionale. In tutti i testi agiografici si vede che tutti, prima di ritirarsi in un eremo, hanno trascorso un certo numero di anni in un monastero. S. Nilo, quando si trovava al Mercurion, volendo ritirarsi in una spelonca, espose prima il suo desiderio ai padri, i quali acconsentirono alla sua richiesta; Cristoforo potè ritirarsi in solitudine, nella chiesa di S. Michele Arcangelo a Ctisma, solo quando l’igumeno di S. Filippo di Agira, Niceforo, vedendolo ornato di tutte le virtù e sufficientemente esercitato nelle lotte ascetiche, lo indirizzò in quella regione solitaria.

Naturalmente più complesse erano le norme che regolavano la vita cenobitica, sia per quanto riguardava la vita interna del monastero, sia per la definizione dalla sua posizione economica e giuridica.

Per quanto riguarda il primo punto, si deve innanzi tutto tener presente che nella Chiesa greca non è mai esistita, né esiste attualmente, una regola unica la quale, come ad esempio in Occidente la regola benedettina, venga seguita in tutti i monasteri appartenenti ad un determinato ordine, ma ogni monastero seguiva, e segue, una regola propria, contenuta nel suo τυπικον. Naturalmente, nella maggior parte dei casi, i singoli τυπικα si ispiravano, adattandosi alla situazione locale, ai τυπικα dei monasteri più importanti e famosi, quali potevano essere il monastero di Studios a Costantinopoli, i monasteri atoniti, la laura di S, Saba in Palestina, oltre, naturalmente, le regole monastiche di S. Basilio. Esistono dei τυπικα di monasteri italobizantini, ma essi rimontano tutti ad un’età posteriore all’XI secolo, per cui solo indirettamente ci potrebbero far conoscere le regole seguite in età prenormanna; però abbiamo degli indizi i quali ci permettono di stabilire che in questo periodo l’influenza delle regole del monastero di Studios sui monasteri italo-bizantini era notevole.

Il primo ci viene offerto dal testamento di Gregorio igumeno del monastero di S. Filippo di Fragalà, il quale dice di aver retto i monaci del suo monastero, che egli governava, come sappiamo, già negli anni del dominio arabo, secondo le regole di S. Basilio e di S. Teodoro Studita, il secondo da un episodio narrato nel βιος  di S. Nilo.

Una volta un discepolo di Nilo, Stefano, aveva rotto un vaso. Nilo allora lo mandò al monastero retto da Fantino il quale, legatigli al collo i cocci del vaso, lo fece restare così nel refettorio ove i monaci mangiavano. Ciò trova un preciso riscontro nelle costituzioni del monastero di Studios le quali stabilivano che un monaco, se rompeva un vaso, si doveva presentare dinanzi alla mensa, mentre gli altri monaci mangiavano, e mentre l’abate gli copriva il capo con un cappuccio doveva mostrare ai suoi fratelli il vaso che aveva rotto, per rendere cosi evidente la sua colpa.

SILVANO BORSARI

 

In “Il monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’talia meridionale prenormanne” –  NAPOLI

FOTO: Rete

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