NORMANNI in ITALIA: quando, dove, come?

Mosaico dell’incoronazione di Ruggero – Chiesa della Martorana (Palermo)

 

Chi erano i Normanni che nell’XI secolo hanno conquistato l’Italia meridionale dagli Abruzzi alla Calabria e alla Sicilia? A che cosa si dovette tale conquista? Il termine stesso di «conquista» è quello adatto? E che cosa significa sostanzialmente? In che senso l’Italia meridionale e la Sicilia dei secoli XI e XII sono «normanne », secondo un’espressione spesso molto usata dagli storici? Queste terre sono state trasformate profondamente dalla conquista?

Ecco alcune domande che deve necessariamente porsi lo storico dell’Italia meridionale (non meno di quello della Normandia) nei secoli centrali del Medio Evo. Le risposte non possono essere che sfumate e complesse, per almeno due ragioni.

Innanzitutto, ogni contatto fra uomini di origine diversa produce risultati che non possono certo essere semplici; ogni acculturazione forma un nuovo universo coerente a partire da elementi diversi che si adattano gli uni agli altri più o meno facilmente. Inoltre il fenomeno è reso particolarmente complesso dal fatto che, prima dell’arrivo dei Normanni, le regioni considerate, ben lungi dall’essere omogenee o almeno simili, diversissime facevano riferimento alle tre grandi aree culturali e politiche in cui era allora diviso il Mediterraneo: gli Abruzzi, che facevano parte del regno carolingio d’Italia, e i principati longobardi di Benevento, Capua e Salerno, sorti dal ducato di Benevento che avevano rifiutato l’integrazione nel mondo dominato dai Franchi, appartenevano all’Occidente. L’Impero bizantino controllava i due temi (un tema era la provincia dell’impero governata da un capo militare, lo stratega) della Calabria – la maggior parte del cui territorio era occupato da popolazioni di lingua greca – e della Puglia, in gran parte popolata da Latini sottoposti al diritto longobardo. Teoricamente ne dipendevano i piccoli ducati tirrenici (Napoli, Amalfi, Gaeta e Sorrento), di fatto indipendenti. La Sicilia, invece, era mussulmana fin dal IX secolo.

Siamo dunque di fronte a forme di acculturazione numerosissime e diverse. Il risultato politico fu una costruzione la cui originalità – e anche la cui singolarità – non sfuggirono neanche ai contemporanei, nel cuore dell’Occidente verso il quale i Normanni ricondussero l’insieme dei paesi conquistati.

Innanzitutto ricordiamo qui brevemente l’ambito cronologico in cui si svolsero le vicende dell’Italia «normanna». Secondo uno dei cronisti della conquista, Amato di Montecassino, nel 999 quaranta normanni, che tornavano da un pellegrinaggio al Santo Sepolcro, avrebbero fatto scalo a Salerno e aiutato il principe Guaimar a respingere un attacco mussulmano. Secondo Guglielmo di Puglia il primo incontro fra Normanni e indigeni si sarebbe svolto sul Gargano nel 1016, fra un gruppo di pellegrini normanni e Mele di Bari, che dirigeva una rivolta dei Longobardi di Puglia contro le autorità bizantine. Negli anni successivi, d’altra parte, l’esercito bizantino si battè in Puglia contro i Normanni, e molti principi e abati dell’Italia meridionale fecero appello a mercenari normanni. Nel 1030, il duca di Napoli affidò a un capobanda normanno, Rainulfo Drengot, la nuova roccaforte di Aversa, a nord di Napoli, che avrebbe dovuto difendere il paese contro i Longobardi di Capua; nel 1058 e poi nel 1062 il gruppo di Aversa si impadronì di Capua il cui capo, Riccardo, divenne principe.

Altri Normanni reclutati come mercenari dalle autorità bizantine per una spedizione contro la Sicilia mussulmana vennero acquartierati a Melfi, in Basilicata, nel 1041. Essi fecero della città un secondo nucleo della conquista che estese progressivamente la sua autorità alla Puglia bizantina e a buona parte dei territori longobardi. Il gruppo di Melfi, guidato, secondo gli storici della conquista, da dodici conti di pari grado, innanzitutto si diede un capo supremo, Guglielmo Braccio di Ferro, figlio di Tancredi, signore di Hauteville – la – Guichard, nell’attuale dipartimento della Manica, la cui famiglia governerà la maggior parte, poi l’intera Italia meridionale e la Sicilia fino alla fine del XII secolo. Gli succedettero i suoi fratelli Drogone, Onfroi e Robert Guiscard (noto in Italia come Roberto il Guiscardo, 1057-1085).

Mentre i diversi capi provenienti dal nucleo di Melfi conquistavano, in forme decisamente anarchiche, la Puglia, quasi tutto il principato di Benevento e buona parte di quello di Salerno, Roberto con il fratello minore Ruggero si impadronì della Calabria, poi della maggior parte della Sicilia (l’isola fu conquistata totalmente solo nel 1091) e completò la conquista della Puglia con la presa della capitale bizantina, Bari, nel 1071 e con quella di Salerno, che cadde nel 1077. Roberto il Guiscardo ebbe anche il tempo di saccheggiare Roma, dove il papa Gregorio VII lo aveva chiamato nel 1084 per farsi proteggere dall’imperatore Enrico IV, e morì nell’isola di Cefalonia nel corso della grande spedizione intrapresa nel 1081 contro il cuore dell’Impero di Bisanzio.

L’eredità di Roberto fu così divisa. Suo fratello Ruggero, il «grande conte», che morrà nel 1101, continuò a governare la Sicilia e la maggior parte della Calabria; il figlio di Roberto, il duca Ruggero soprannominato Borsa (1085-1111) controllava, molto a fatica, i conti e i signori normanni che si erano insediati dalla Puglia alla regione salernitana; subiva infatti la concorrenza del fratellastro Boemondo (morto nel 1111), nato dal primo matrimonio di Roberto, che deteneva la Puglia meridionale, partecipò alla crociata e fondò il principato di Antiochia.

Alla morte del duca Guglielmo, figlio e successore del duca Ruggero Borsa, nel 1127, si proclamò duca il figlio di Ruggero di Sicilia col nome di Ruggero II. Nel 1130 questi ottenne addirittura il titolo reale dall’antipapa Anacleto II, da lui sostenuto. Con una serie di campagne che terminarono solo nel 1139, Ruggero II conquistò non solo tutti i tenitori appartenenti ai Normanni di Melfi ma anche il principato di Capua e il ducato di Napoli, che aveva fino allora conservato l’indipendenza, ed estese il territorio del suo regno fino agli Abruzzi. Il nuovo re si spinse fino all’Africa del Nord e alla Grecia e associò al trono il figlio Guglielmo I, che regnò da solo dopo la sua morte (1154-1166). L’inizio di questo breve regno fu segnato da una grande rivolta sostenuta dai Bizantini (che invasero la Puglia) e dal papa (1155-1156). Sotto il regno di Guglielmo II, figlio di Guglielmo I (1166-1189) che guidò una spedizione in Egitto e si impadronì di Tessalonica nel 1185, le istituzioni amministrative del regno si consolidarono. La morte prematura, nel 1189, di questo re che non lasciava figli aprì una grave crisi politica. I notabili di palazzo designarono a succedergli il conte di Lecce, Tancredi, bastardo di un figlio di Ruggero II (1189-1194); ma la loro scelta venne contestata dal conte Ruggero di Andria, e poi dall’imperatore Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa, che aveva sposato Costanza, figlia di Ruggero II. L’imperatore e sua moglie si impadronirono del potere alla morte di Tancredi. Enrico morì a sua volta nel 1197 e Costanza nel 1198, dopo aver assicurato la successione al piccolo Federico II, di soli quattro anni, nominando un tutore nella persona del papa Innocenze III, che garantiva la reggenza del regno.

Secondo la terminologia tradizionale si chiudeva così il periodo «normanno» e si apriva quello «svevo» (Enrico VI Hohenstaufen apparteneva a una dinastia originaria della Svevia). Il periodo «normanno» nell’Italia meridionale e in Sicilia si estende, dunque, dalla prima metà dell’XI alla fine del XII secolo.

 

JEAN-MARIE MARTIN

In “La vita quotidiana nell’Italia meridionale al tempo dei Normanni” – BUR

FOTO: Rete

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