Sacralità del cibo

 

 

Un giorno una vecchietta si recò alla messa mattutina e lasciò il latte vicino al caminetto perché si mantenesse tiepido. Lo avrebbe bevuto al ritorno dalla chiesa. Un topolino svelto svelto fece un salto, mise il muso nel pentolino e si bevve il latte. La vecchietta tornata a casa vide che non c’era più latte; si mise a girare nella stanza, scorse il topolino sotto una credenza, lo prese, e con una forbicina gli tagliò la coda. Il topolino si mise a piangere e a implorare la vecchietta: «O vecchierella mia, tornami la codina perché me la possa riattaccare sennò come mi faccio vedere in giro». « Se vuoi la coda, disse la donna, vai dalla vaccarella, ti fai dare il latte, me lo porti e io ti riattaccherò la coda». Il topolino si precipitò dall’amica vaccarella e l’implorò: «O vaccarella bella, me lo dai un po’ di latte che lo porto alla vecchietta e così mi torna la coda che mi ha tagliato». La giovane mucca rispose: «Topino, topino, se vuoi il latte devi andare dal prato, gli chiedi l’erba, me ne porti tanta, la mangio e io ti dò il latte che potrai portare alla vecchietta che così ti torna la coda». «O margiu, – disse il topolino al prato, – mi dai l’erba che la porto alla mucca così fa il latte, me lo dà e lo porto alla vecchietta e così mi riappiccica la coda». «Se vuoi l’erba, – disse il prato al topolino, – devi andare alla sorgente e mi fai arrivare tanta acqua e così cresce tanta erba, io la mando alla vacca, che farà il latte e te ne darà in modo che tu lo possa portare alla vecchierella che ti restituirà la coda». Il topolino si recò alla sorgente: «O fontanella mi devi salvare, manda l’acqua al margiu e cosi cresce l’erba che porterò alla mucca, la quale se la mangia e farà il latte che porterò alla vecchierella per avere la mia coda». Rispose la fonte: «Prenditene acqua quanta ne occorre». Il topolino sistemò la «presa», incanalò l’acqua, la fece arrivare al prato il quale fece tanta erba che fece arrivare alla mucca che fece il latte e lo diede al topolino che lo portò alla vecchietta. La vecchietta prese il latte, prese la codicella e gliela attaccò con la colla al topolino che tornò tutto contento.

Ascoltavo la historiola da mia nonna materna quando ero bambino: la ricordo perché mi sembra un buon exemplum dell’universo tradizionale, in cui esisteva un legame indissolubile tra natura, terra, acqua, animali, donne e uomini e cibo. Il cibo essenziale e limitato diventava disponibile e commestibile soltanto alla fine di un lungo e faticoso processo, in cui natura e cultura interagivano con un ordine etico indispensabile, con un patto implicito, e rispettandosi nelle loro esigenze e competenze. Persone e animali, acqua e campagna coltivata si parlano e, grazie a un sentimento di condivisione e solidarietà, rendono possibile ogni forma di vita.

Ogni cibo era sacro perché necessario: in quanto necessario diventava sacro. Non andava sprecato. Per questo oggi il cibo e il mangiare sono stati desacralizzati. Non s’immagini però, ancora, che questo processo avvenga lungo l’asse oppositivo natura-cultura, naturale-artificiale, e non si mitizzi un passato felice e paradisiaco rispetto a un presente negativo e senza senso, del tutto privo di «sacralità». Non si confonda il sacro con un atteggiamento pacificato verso la natura e gli esseri viventi. Storici del mondo antico antropologi, filosofi hanno mostrato, pure da diverse posizioni, come il sacer sia sempre inseparabile dalla violenza. Fino a qualche decennio fa, nelle culture popolari d’Italia si potevano registrare le ultime tracce di riti legati all’uccisione del dio della pianta. Nelle culture primitive, in occasione dell’uccisione della pianta (grano o mais) venivano praticati sacrifici umani. Stella Georgoudi, nel saggio Rito e sacrificio animale nella Grecia moderna. I “kourbania” dei santi (in Detienne e Vernant, 1982), restava stupita che nelle campagne della Grecia moderna si trovassero «oscuri recessi in cui si conserverebbero, per miracolosa sopravvivenza, antiche pratiche»: contadini sacrificatori in feste patronali paesane «intorno a calderoni dove si cuociono a fuoco lento le carni dell’animale consacrato al santo, con un pope che benedice tutto: c’è proprio di che invocare, come spiegazione, o giustificazione, dell’insieme, l’intero armamentario del sacrificio antico». Scene che ho già raccontato in riferimento ai pellegrinaggi in Aspromonte e nel Pollino (Teti, 2004), nel corso dei quali contadini e braccianti con il coltello in mano scuoiavano centinaia di ovini in prossimità di torrenti, le cui acque si tingevano del rosso del sangue. In prossimità di santuari del Mezzogiorno d’Italia: le carni arrostite o bollite venivano mangiate attorno ai fuochi o in baracche improvvisate, mentre gli uomini cantavano e danzavano e le donne pregavano o vegliavano davanti alla statua della Madonna.

Del maiale «andava consumato tutto». I maiali, più degli asini e come le galline e le pecore, erano animali con i quali si condivideva ogni cosa, dormivano nei bassi delle case o in baracche e orti vicini. L’uccisione del maiale, un «nume» protettore della famiglia contadina, era una festa e insieme un «rito sacrificale». Si stabiliva una sorta di complicità tra il macellaio sacrificatore e la vittima. Il maiale sembrava quasi rassegnato al suo destino, come se si sacrificasse per una famiglia che lo aveva assistito e ben voluto. La malattia del maiale era angoscia e ansia per l’intera famiglia e la morte era considerata un lutto. I presenti sembravano addolorati dalle urla di quelle povere bestie. Stesso dramma e dolore vedevo, da bambino, quando a essere uccisi erano galline, polli, colombi e conigli.

Un rapporto uomo-animale-terra che è scomparso. Non va mitizzato, ma oggi, quando si mangia la carne del maiale, l’indifferenza per le bestie è completa. Come la società attuale ha rimosso la morte e cerca di allontanare l’idea del dolore, così ha cancellato la presenza attiva e solidale degli animali, che nel mondo popolare parlavano ed erano parlati. Oggi la morte dell’animale viene nascosta, occultata, è seriale, e così non sappiamo bene cosa mangiamo e nemmeno che sopravviviamo perché un altro essere vivente muore per noi.

 

VITO TETI

In “Fine pasto” – Einaudi

Libro intrigante

Foto: RETE

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