Il bosco nelle Vite dei santi italogreci

 

[…] Il bosco è considerato nelle Vite dei santi monaci italogreci luogo d’elezione per coltivare quella che in un passo della Vita Nili viene definita “maestra di tutte le virtù”, ovvero l’esichia, la vita solitaria, che rimane la massima aspirazione degli asceti anche quando conducono vita comune nei cenobi. Così a Giovanni Terista, alla ricerca di un luogo deserto dove poter vivere in solitudine e salvare la sua anima, indicano un luogo selvoso sul monte, […]. Bartolomeo da Simeri, agli esordi della prima fase di eremitaggio della sua vita monastica “supplica l’eremita Biagio di essergli guida nella parte più intema del bosco, dove avrebbe potuto dedicarsi in solitudine a Dio, senza essere assolutamente impedito da nessuno”, e in seguito, anche dopo aver dato vita a una comunità monastica, continuava a essere “tutto preso dalla vita eremitica e considerava le boscaglie e si figurava le contrade fitte di vegetazione dei monti”.

Come è possibile vedere dai precedenti esempi, e altri se ne potrebbero addurre, il bosco in queste agiografie è indissolubilmente legato ai monti. L’assimilazione del bosco alla montagna è senza dubbio suggerita dall’espressione dell’epistola agli Ebrei “vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra”, espressione che è del resto esplicitamente considerata dal biografo di Elia Speleota motivo ispiratore della scelta di Elia di condurre vita solitària, ma tale assimilazione risulta perfettamente naturale nelle regioni in cui le Vite dei santi italogreci sono in larga parte ambientate, Calabria e Lucania, dove la maggior parte della superficie era, allora come oggi, costituita da monti e colline e dove rimanevano liberi dal fitto mantello boschivo solamente alcuni tratti di costa e le vette più alte della linea degli alberi. Si può anzi affermare che proprio l’orografia di tali regioni, insieme alle peculiari condizioni climatiche, ha permesso lo sviluppo della fittissima trama forestale di cui resta visibile traccia ancora oggi, sebbene notevolmente ridotta rispetto all’età romana e medievale.

L’ampia estensione del mantello boschivo è occasionalmente sottolineata dagli stessi agiografi, come fa ad esempio Oreste nella breve Vita di Cristoforo e Macario quando annota che “nell’eparchia di Mercurio c’erano molte e vaste foreste”, ribadendo il concetto, a poca distanza, nel presentare [il luogo] dove i monaci erigeranno una chiesa dedicata all’arcangelo Michele.

I selvosi monti alle volte potevano incutere terrore, come bene dimostra l’episodio narrato nella Vita di Leone-Luca da Corleone che vede protagonista un certo Costantino da Cassano il quale, recandosi in visita ad un monaco del cenobio fondato da Leone- Luca a Vena, smarrisce la strada e “per abrupta montium Mirum in modum uexatus deficiensque, sanctum Dei Lucam inuocare cum lacrimis coepit”.

Sdraiati sotto il bosco […], questa volta non montano ma limitrofo alla costa, sono poi i Saraceni, neri Etiopi, dagli occhi feroci, dalle facce deformi, e tutti simili a demoni che tanto atterriscono Nilo il Giovane mentre è in viaggio verso il monastero di S. Nazario per essere finalmente tonsurato. Di certo, nonostante il processo di degradazione delle aree boschive nelle suddette regioni abbia avuto inizio già in epoca romana e bizantina, le limitate possibilità e capacità di intervento unite alla scarsa densità di popolazione hanno impedito, almeno fino all’età moderna, di incidere in modo tale da stravolgere i caratteri preminenti di impraticabilità e di selvatichezza peculiari di siffatte aree. E proprio grazie alle caratteristiche di impraticabilità e di selvatichezza il binomio bosco-monte perde altre volte questa connotazione di inquietante ostilità per acquistare la positiva valenza di salvifico, seppure temporaneo, rifugio.

In occasione di una devastante scorreria saracena, ricorda Oreste nella Vita di Cristoforo e Macario, i siciliani, logorati dalla fame e dalla necessità, spostandosi di luogo in luogo, si nascondevano nelle spelonche e nei monti e nelle boscaglie più fitte […]. Sempre lo stesso Oreste, ma questa volta nel Bios di Saba da Collesano e a proposito di un’incursione dei “tenibili Ismaeliti” in Calabria, precisa che tra coloro che avevano evitato le mani omicide dei Saraceni alcuni cercavano la salvezza nei luoghi fortificati, altri si nascondevano nelle folte boscaglie […], altri ancora, percorrendo tutta la Calabria, giungevano ai confini della Longobardia. Inoltre, nota Oreste in occasione della quinta e ultima scorreria saracena nel territorio calabro-lucano registrata nella Vita di Saba, quando gli Ismaeliti giungono persino a minacciare le dimore dei monaci sulle alture di Lagonegro, alcuni di questi, amanti dell’esichia, volevano nascondersi nelle foreste e nelle boscaglie degli ombrosi […], pensando in tal modo di rimanere occulti agli invasori, ma Saba li avverte che quel rimedio è ormai inutile, convincendoli a trasferirsi nel territorio di Salerno. E nel Bios Nicodemi l’agiografo narra che “avvenuta una terribile rivolta fra i discendenti di Agar e devastando essi tutta quella zona, il beato […] allontanatasi dalla gente del luogo, rimase per lungo tempo fuggiasco per monti e spelonche e dimorò in eremitaggio, avendo raggiunto un paese in luoghi assai elevati, chiamato Cellarana, inaccessibile a molti, che era molto boscoso e selvoso”.

La stessa valenza protettiva del binomio bosco-monte, alternativa a quella dei luoghi fortificati, è affermata, seppure in maniera più sfumata e allusiva, in occasione di un’altra scorreria di “immundi et spurcissimi Agareni”, anche nella Vita di Vitale da Castronovo: “fugientibus itaque cunctis, nitebantur alii per castella, alii per loca natura munita, imminentia pericula declinare”.

Luca da Demenna, infine, abbandonando il cenobio di S. Giuliano (sito lungo le sponde del fiume Agri) in seguito allo scontro tra l’imperatore bizantino Niceforo Foca e quello germanico Ottone I, stabilì “in privatum locum, naturaque munitum contendere, qui sive ad castelli aedificationem, sive ad munitionem non nimio opere indigeret. Diversa igitur montana loca tentans, congruum tandem nactus est”, dove Luca e i suoi monaci fonderanno il kastron di Armento.

Uscendo dalla dimensione metafisica e a volte antitetica del selvoso monte considerato ora come pacifico luogo di esichia, ora come tetro suscitatore di inquietudine, ora come amichevole profferta di rifugio, per entrare in una dimensione, per così dire, più tecnica e materiale, si deve notare come sia assente, in tutte le agiografie prese in considerazione, una qualsivoglia descrizione della realtà boschiva. Al bosco, come si è visto nelle precedenti citazioni, ci si riferisce sempre con termini generici, non facendo alcun accenno alle varietà arboree di cui le foreste erano composte. L’unica parziale eccezione è costituita dal lungo elogio della Sicilia che si legge nelle prime pagine della Vita di Filareto il Giovane, dove l’agiografo Nilo, tra l’altro, sottolinea “anche la pregiata natura della legna dell’isola, (offerta da) cedri, cipressi e pini che producono fiaccole, di fitto fogliame questi e molto slanciati da terra”, anche se è stato notato come siffatto elogio appaia basato su reminiscenze letterarie più che essere fondato sull’esperienza autoptica. Possiamo comunque farci un’idea approssimativa delle varietà arboree costituenti bosco e sottobosco delle località in cui sono ambientati i Bioi dalla menzione della raccolta dei prodotti spontanei delle aree boschive.

Iniziamo dalle generiche allusioni alle erbe selvatiche di cui si nutrono gli esicasti. Di “herbae” parla il biografo di Vitale da Castronovo a proposito del periodo di dodici anni di ascesi esercitato dal santo in Sicilia sul Mongibello, di radici di piante […] e di germogli di alberi […] l’autore della Vita Fantini, di erbe selvatiche […] l’agiografo di Filareto il Giovane, quello di Fantino il Giovane, e quello di Bartolomeo da Simeri. Ma queste indeterminate menzioni, topica espressione del regime alimentare vegetariano peculiare dell’anacoresi, risultano poco significative. Talvolta però la raccolta dei frutti spontanei del bosco viene caratterizzata con maggiore dovizia di particolari. Ad esempio Oreste nella Vita di Cristoforo e Macario ricorda che Cristoforo, ritiratosi a vita solitaria nella regione di Ctisma nei dintorni del monastero siculo di S. Filippo di Agira, si cibava “[…] quindi di frutta e probabilmente di noci, nocciole o castagne selvatiche, dal momento che […] sono propriamente detti i fratti con guscio legnoso. Questa notizia del resto ben si accorda con la plus minusve coeva Cronaca di Sicilia del giureconsulto ‘Abù ‘Ali ‘al Hasan ‘ibn Yahyà, che indica la presenza, nella zona dell’Etna, di pini, di cedri e, appunto, di noccioli e di castagni. Di sicuro una certa quantità di castagne […] raccoglieva Nicodemo in Calabria sul monte Cellarana, mangiandole dopo averle cotte in un piccolo tegame e bevendone anche il decotto. Nilo il Giovane, passato a vita eremitica nella turma di Mercurio, si accontentava, dice l’agiografo, […] con “i prodotti spontanei del carrube”. Sempre nella Vita Nili e per la stessa turma di Mercurio è menzionata un’altra specialità erborea selvatica commestibile: gli asparagi […]. Questi vegetali sono protagonisti di un gustoso quadretto che per la sua freschezza vagamente naif merita di essere riportato per esteso.

Nell’aggirarsi un giorno il beato Stefano (uno dei discepoli di Nilo) trovò i cosiddetti asparagi, e raccoltili e lessatili li presentò all’ora del pasto. Il Padre, dopo averne presi e provatone contro il solito un certo piacere, domandò al compagno se anche egli avesse sentito la medesima dolcezza. E poiché quegli lo ammise, gli fu comandato dallo stesso Padre di gettarli fuori: “Questi – dice infatti – che sono amari per natura, li ha conditi il diavolo e li ha fatti dolci”.

Sia nella Vita di Fantino il Giovane che in quella di Nilo il Giovane sono inoltre ricordate, sempre relativamente alla turma di Mercurio, le pere selvatiche, tuttora diffuse nei boschi lucani […]: aspre e dure quando si trovano ancora sugli alberi, ai primi freddi, cadute a terra, divengono marcescenti e dolcissime. Del resto alberi e arbusti selvatici offrivano un decisivo complemento alimentare non solo alle mense dei parchissimi anacoreti, ma anche a quelle dei laici, specialmente nei periodi di difficoltà di approvvigionamento, come è testimoniato dal patriarca Oreste nella Vita di Saba da Collesano in particolare nell’episodio che vede protagonista nella turma di Latiniano il figlioletto di uno dei parenti di Saba, trasferitisi colà in seguito a una scorreria dei Saraceni: il giovanetto, narra l’agiografo, subì il morso di una vipera mentre stava raccogliendo, per il pasto, erbe eduli […].

E a proposito degli animali selvatici che frequentavano i boschi medievali nei Bioi oltre ai serpenti s’incontrano anche orsi, cervi e cinghiali. Frequentemente gli autori delle Vite, nel solco della tradizione agiografica, fanno ricorso all’animale silvestre per dar modo al santo di esercitare le sue virtù taumaturgiche e per affermare i ben noti topoi della superiorità dell’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, sugli esseri irrazionali, e del potere sugli animali del monaco assimilato ad Adamo nel suo primitivo stato di innocenza. A tale proposito mi limito a proporre la scena della Vita di Vitale da Castronovo in cui il santo è raffigurato nelle vallate tra i monti di Turri (probabilmente da identificare con Torre Perticara) e di Armento come una sorta di san Francesco d’Assisi ante litteram. […]

Connesso con gli animali selvatici è naturalmente anche il tema della caccia, presente in alcuni Bioi nello stereotipato topos agiografico del romanzesco ritrovamento dell’eremita ad opera dei cacciatori.

 

ANDREA LUZZI

In “La cultura scientifica e tecnica nell’Italia meridionale bizantina”, a cura di F. Bulgarella – A.M. Ieraci Bio  – Rubbettino

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