Il fico

 

[…] Quand’è ben sviluppato, un fico possiede fronde opulente, le cui foglie lobate, spesse, ruvide, dalle forti nervature, evocano una grande mano. In luglio, e poi di nuovo in settembre, appaiono i fichi gonfi di linfa zuccherina, viola o giallo-verdi, la cui struttura interna lascia stupiti, perché in seno alla polpa si scopre un fiore, un fiore che, una volta fecondato, si è richiuso su se stesso. Il ricettacolo, supporto delle parti fiorali, si è fatto carnoso; crescendo e incurvandosi, le ha imprigionate insieme ai loro piccolissimi acheni, i semi futuri; la comunicazione con l’esterno è assicurata solo da un minuscolo pertugio (l'”occhio” o “ombelico”), quasi interamente otturato da brattee, sicché una pianta di fico sembra non fiorire mai, e i suoi fiori sono i frutti che mangiamo.

Se gli antichi, a quanto sembra, hanno ignorato questo mistero, ne hanno ammirato un altro: secondo loro, “unico tra tutti i frutti”, il fico giungeva a maturazione “per un artificio della natura”. I botanici greci e romani pensavano che la fecondazione dei fichi potesse compiersi solo grazie alla puntura di un insetto nato dal fico selvatico (caprifìcus). Si appendevano quindi ai rami dell’albero coltivato i frutti del caprifico. Appreso dai testi antichi, tale processo appariva così bizzarro ai moderni che non esitarono a considerare “il tutto una ridicola favoletta”, finché alla fine del XVII secolo il grande botanico Tournefort non ebbe scoperto che nelle isole greche la caprificazione veniva praticata esattamente come duemila anni prima. In realtà, l’operazione aveva lo scopo di aumentare la produzione del fico autunnale, o unifero, che da una sola raccolta l’anno, ma molto abbondante, che si conserva sotto forma di fichi secchi, semplicemente esponendoli al sole e poi bagnandoli in acqua bollente e salata, per ammorbidirli. […]

In Grecia il fico, soprattutto secco, che si poteva consumare in qualsiasi momento dell’anno, aveva un ruolo importante nell’alimentazione. Negli autori antichi si trovano spesso menzionati pasti frugali composti di pane d’orzo, formaggio caprino e fichi, che sorprendono i grandi mangiatori che siamo diventati.

Era necessaria pertanto una produzione abbondante, e già Tournefort osservava che i fichi delle isole greche producevano fino a 280 libbre di frutti, mentre quelli coltivati in Francia nella stessa epoca ne davano poco più di 25.

Nell’antichità il fico aveva un significato osceno che non ha mai perduto del tutto, e la pianta di fico era considerata generalmente un albero impuro e inquietante. Messo in rapporto col capro (in greco a volte il fico veniva chiamato tragos, il “capro”, e la parola latina caprifìcus viene da caper, il “capro”), in Grecia esso apparteneva a Dioniso e soprattutto a Priapo, il dio lubrico della fecondità, e a Roma al dio Marte, vero fondatore dell’Urbe, poiché si riteneva che avesse generato Remolo e Remo. Il fico che cresceva nel Comizio aveva fama di aver dato riparo ai gemelli divini. Se deperiva ci si potevano aspettare le peggiori sciagure pubbliche; perciò, quando la pianta seccava, i sacerdoti avevano cura di piantarne una nuova.

Il fico ha un ruolo importante anche nell’Antico e Nuovo Testamento. L’albero della conoscenza del Bene e del Male che cresceva nel giardino dell’Eden e fu occasione del peccato originale potrebbe benissimo essere stato un fico. Dice infatti la Genesi: «Allora gli occhi di ambedue si aprirono e conobbero di essere nudi e intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture». Questo fu il primo indumento dell’uomo caduto. Se si fa riferimento al simbolismo che aveva il fico, e in particolare la sua foglia, nell’antichità greco-latina, si può intravedere in quel gesto una confessione inconscia.

Fatto sta che non soltanto presso gli Ebrei, ma in tutto l’Oriente il fico era onorato come immagine della scienza religiosa, dono racchiuso nel cuore dell’uomo come il fiore all’interno del frutto. In Egitto l’albero cosmico era il sicomoro (Ficus sycomorus), i cui frutti divini, primo nutrimento degli uomini, erano diventati quello dei morti. Le loro anime visitavano i rami dell’albero sacro, che costituiva per questo un importante simbolo iniziatico.

Il fico che secca e deperisce ha da sempre annunciato il declino della città dov’era onorato. Perciò Gesù ne trasse una parabola. L’indomani del suo ingresso trionfale a Gerusalemme, ritornando in città la mattina dopo aver pernottato a Betania, «ebbe fame. Vedendo una pianta di fico lungo la strada, si avvicinò ad essa, ma non vi trovò altro che foglie. Allora rivolto ad essa disse: (Che da te non nasca più frutto in eterno!). E all’istante il fico seccò».

Per capire il significato che Gesù attribuiva al fico bisogna raffrontare questo passo di Matteo con l’episodio riportato da Giovanni”. Filippo, da poco discepolo, vuole persuadere Natanaele a diventarlo. Lo porta a Gesù che dice di lui: «Ecco un vero Israelita, nel quale non c’è finzione». Natanaele gli dice: «Come mi conosci?». E Gesù a lui: «Prima che Filippo ti chiamasse, ti vidi sotto il fico». Questo fico sotto cui trova riparo il pio Natanaele e che, proprio prima di predire la distruzione di Gerusalemme, Gesù maledice come maledirà la città «che uccide i profeti e lapida coloro che [le] sono inviati», rappresenta evidentemente la Sinagoga, che, non avendo riconosciuto il Messia della Nuova Alleanza, non darà più frutti.

Piuttosto acquoso, ma ricco di glucidi e vitamine, il fico ha un potere calorico elevato — tre volte superiore se secco. Perciò è sempre stato considerato un ottimo alimento, poiché, pur possedendo un alto valore nutritivo, è facilmente digeribile e leggermente lassativo. Secondo i medici greci e latini «aumenta la forza dei giovani, migliora la salute dei vecchi e riduce le rughe». Fortificanti, i fichi erano il nutrimento preferito di atleti e convalescenti. Platone li raccomandava ai filosofi, perché «rinvigoriscono l’intelligenza»; oggi sappiamo che combattono efficacemente l’astenia nervosa. Gli autori del Rinascimento sostenevano che il fico «faceva buon ventre e generava buono e lodevole sangue». Fino a non tanto tempo fa le donne incinte ne mangiavano molti qualche giorno prima del parto, che rendevano più facile e rapido. Nel XVII e XVIII secolo, invece, i medici proibivano i fichi a chi era malato o debilitato, col pretesto che potevano dare accessi di febbre, opinione in seguito non confermata. Fin dall’antichità il decotto di fichi secchi è stato utilizzato come colluttorio contro le irritazioni della gola, la raucedine e le flussioni dentarie; un fico secco su un ascesso dentario lo fa maturare.

Questo studio rimarrebbe incompleto se non menzionassimo le specie indiane, che aggiungono un aspetto nuovo alla fisionomia del fico. Quello dei baniani (Ficus benghalensis) e soprattutto quello detto “delle pagode” (Ficus religiosa) furono gli alberi sacri di Visnù e di Shiva prima che il secondo diventasse quello del Risveglio del Buddha, l’Albero cosmico sulle cui radici si acciambella il serpente, potenza ctonia: la loro associazione esprime la forza fecondatrice per eccellenza. Tale potere viene al fico principalmente dal suo lattice, considerato della stessa essenza di rasa, l’energia universale in forma liquida, e di ojas, il succo vitale che comunica la vita al feto umano nella matrice. In un’altra varietà, Ficus elastica Roxb., che vive nella regione compresa tra l’Assam, ad est dell’Himalaya, e Giava, il lattice coagulato forma una materia elastica e impermeabile. Sfruttata localmente e conosciuta in Europa dal XIX secolo, questa sostanza è stata soppiantata nel corso di quel secolo dalla gomma dell’hevea dell’America del Sud, e il Ficus elastica oggi è noto soprattutto come pianta ornamentale per interni.

 

JACQUES BROSSE

In “Storie e leggende degli alberi” – Studio Tesi

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