MAGNA GRECIA – I luoghi di Pitagora

Pitagora – Particolare dell “Scuola di Atene” di Raffaello

 

Non ci si può avventurare nella descrizione, nella storia di Crotone senza parlare di Sibari, la città gemella fondata un anno prima, verso il 710 a.C. Entrambe nascono su iniziativa dei coloni venuti dal Peloponneso, per l’esattezza dall’Acaia, presumibilmente Dori, cui si uniscono alcuni abitanti di Trezene.

La città di Sibari, in origine cinta da palizzate e torri d’avvistamento, più tardi da mura per via dei continui attacchi delle popolazioni locali e dello sbarco notturno di pirati, sorge un po’ distante dal fiume ma senza un vero e proprio porto, visto che le acque del golfo rimangono basse a causa delle alluvioni provocate da diversi fiumi e torrenti di montagna, tra cui il Sibari e il Crati. Però è possibile tirare facilmente in secco imbarcazioni di ogni dimensione.

Paesaggi incantevoli, un’armoniosa distribuzione delle montagne che corrono lungo la costa verso Siri e Metaponto, e poi, a destra, il lungo fiume dietro il quale si erge il compattissimo massiccio della Sila con i suoi bordi irti di boschi, massiccio che a circa duemila metri, assieme ai suoi vasti laghi, culmina in un intrico di aceri, frassini, pini neri, carpini e soprattutto faggi imponenti, da cui si ricava il legno per la costruzione delle navi e delle impalcature delle case. Lassù la neve si scioglie solo in giugno.

Sullo sfondo, in un punto vasto e assai spoglio, serpeggiano i fiumi che con le loro inondazioni hanno formato le paludi[…]. Ma su tutto domina la pianura, fertile al di là di ogni aspettativa; qui si coltivano i prodotti fondamentali tipici della Grecia: grano, vite, orzo e ulivo. Il destino dei Sibariti sarà all’insegna della ricchezza.

Alla fauna originaria, lupi, orsi, volpi, tassi, camosci, aquile reali, gufi reali, avvoltoi, padroni dei versanti alti che circondano Sibari e la proteggono dalle raffiche violente, i Sibariti oppongono il loro bestiame ben accudito di agnelli grassi, capre litigiose, buoi avvezzi al giogo e anche tori neri, che maneggiano non senza pericoli e allevano nei parchi. I pesanti stateri d’argento, moneta coniata nel 525 a.C., ritraggono gli uomini con la loro criniera di Icone. E poi i celebri cavalli, che permettono ai cavalieri di eseguire le figure più audaci durante le feste in onore di Era, in cui concorrono anche i musicisti.

Con la resina dei pini i Sibariti fabbricano la pece necessaria alla manutenzione delle navi, che smerciano assieme agli altri prodotti agricoli, visto che Sibari è per vocazione città di contadini e mercanti dediti anche agli scambi. Dalla Grecia e dall’Oriente arrivano vasi preziosi e stoffe che rivendono alle popolazioni italiote e in particolare agli Etruschi, la qual cosa vale loro l’odio dei Calcidici che verso il 750 a.C. hanno fondato Cuma (Kymé) in onore della Sibilla, poiché gli stessi Etruschi nel 524 a.C. erigono a poca distanza da Kymé la famosa città di Capua. Ebbene, Capua, grazie al suo smaccato culto del piacere, se non della dissolutezza, sarà per Cuma quel che Sibari rappresenterà agli occhi degli abitanti di Crotone e soprattutto dei pitagorici.

A Sibari il vino abbonda, e Dioniso non ha affatto bisogno di un santuario per essere invitato. L’acqua, invece, rende i cavalli ombrosi, e i Sibariti evitano che se ne abbeverino. L’acqua del Crati, poi, è molto apprezzata dalle giovani donne, che la impiegano per schiarirsi i capelli.

I rinomati medici di Crotone non vengono forse a Sibari per cogliere la cineraria marittima che cura le malattie degli occhi, o anche la malva, l’euforbia, la santolina delle spiagge, o ancora l’agnocasto, propizio alla virtù? Oppure il celebre dittamo cretese decantato da Omero, che guarisce ogni ferita?

Le paludi sono cariche di canne, fra le quali nidificano le folaghe e le cannaiole. Qui come altrove il mondo trabocca delle sue immense ricchezze, che troppi pochi uomini sono in grado di enumerare. Un elenco che è il più bell’omaggio da rendere agli dèi, come proclameranno nel corso dei secoli i discepoli di Pitagora.

Citare, senza temere la noia propria o altrui, i fiori, gli alberi che compongono il paesaggio, gli uccelli, i pesci nascosti nella rada! E tra i fiori i papaveri, le viole, i narcisi, i giacinti, gli anemoni, gli ellebori, i giusquiami. Tra gli alberi il platano, il salice, la quercia, il fico, il noce, il melograno, il mandorlo, il susino. E nei giardini l’aglio e il rosmarino, il prezzemolo, il timo, la salvia, i piselli, le fave, la portulaca, la lattuga, il cetriolo e il porro. Troppo breve la litania: una fertilità inimmaginabile che invita al lirismo, terricci che creano tutta questa varietà di piante sin dalla notte dei tempi. E per rendere grazie è buona norma intrecciare per Zeus corone di quercia, per Atena corone di ulivo, per Dioniso di edera e per Era di melograno.

I versi dei rondoni si srotolano sopra i portici dove sin dall’alba si tiene mercato. Subito prima dell’autunno avviene il passaggio dei cigni, delle gru e delle oche selvatiche che attraverseranno il mare, isola dopo isola oppure senza scalo, fin verso Cirene, sede dell’oracolo di Ammone.

Dal canto loro gli abitanti di Sibari, padroni di tutto, o perlomeno così fanno credere, capaci di massacrare indistintamente uomini e bestie, guardano affluire le navi verso la loro città che brilla al sole con le sue statue dagli elmi bronzei e gli scudi protesi in avanti. Depredati, livorosi, i nativi offrono le loro braccia agli invasori e complottano infaticabili. Sono briganti talvolta pericolosi, Iapigi o Messapi cacciati da Taranto e giunti in passato dall’Illiria, Caoni un tempo immigrati dall’Epiro e insidiatisi a Siri e nei dintorni.

E con tutta questa gente, questi miserabili che Sibari deve fare i conti. Ma niente è pari al terrore davanti alla stizza degli dèi quando la terra trema. A quel punto, bisogna sacrificare in tutta fretta a Poseidone, colui che scuote il sole. E poi ci sono le epidemie, la febbre e la peste sempre temute, portate da un prigioniero rinchiuso nella stiva di una nave proveniente dalla Colchide o dalle rive dell’Eufrate. Allora le incantazioni di rito, proclamate a voce spiegata o recitate in un sussurro, «nel chiuso dei denti», arrivano a turbare degli Invisibili la pace alta e altezzosa.

Di queste incantazioni Pitagora ha imparato a fare uso dal successore di Epimenide il cretese, il purificatore dalla voce profonda e melodiosa.

Sull’interminabile greto sinuoso sul quale avanzano i muli e i cavalli, il Maestro medita su quel che ragionevolmente può aspettarsi e realizzare riguardo al futuro insediamento.

A Sibari gli dèi sono onorati da altari e templi, come si conviene? A Delfi i Sibariti hanno costruito un «tesoro» che racchiude, fra l’altro, quattro strigili d’oro. Certo, anche qui, come a Samo, Era ha il suo tempio; e, come a Samo, un bel lastricato di pietre conduce al fiume, alla qual cosa Pitagora non può rimanere indifferente. Ogni anno vengono tributati alla divinità tutelare sontuosi festeggiamenti con agoni musicali.

È a Crotone che Pitagora prevede di trovare i più ferventi adoratori di Eracle. È contento? Le gesta di un eroe, qualunque sia il suo ambito, sono sempre un salutare sprone a fare meglio(1).

Per concludere con Sibari, dopo la dettagliata valutazione che chiarisce gli errori da non commettere e le iniziative da prendere, Pitagora si ricorda della cupa vicenda appena ordita. Indignata per la concorrenza di Siri negli scambi commerciali a nord e a ovest, verso l’Etruria e il mar Tirreno, Sibari si risolve al peggio: è tempo di farla finita con la città rivale. La cosa strana è che in questo massacro tra coloni greci Metaponto e Crotone le danno manforte. Un precedente di cui la nemesis vendicativa potrà avvalersi una ventina d’anni dopo, quando i Sibariti a loro volta periranno sotto gli attacchi di Crotone.

Si profilano ora all’orizzonte i bastioni di Crotone(2). Davanti alle pendici delle colline si intravede l’agorà, vicinissima al mare.

A differenza di Sibari, le alte vette rimangono in lontananza, dove si estendono i fitti boschi della Sila. Ma Crotone sorge tra gli spruzzi, in piena luce marina. Il porto è senza alcun dubbio il migliore della costa. Non di traffici vicini o lontani vive Crotone, al contrario di Sibari. Gli abitanti di Crotone sono gente laboriosa: la pesca e l’allevamento sono sufficienti per questi coloni venuti dall’Acaia che hanno portato con sé, come a Sibari, il culto di Era detta Lacinia, qui simile alla Era di Argo.

L’antico santuario, che hanno ampliato e decorato, si trova un po’ distante dalla città, su un promontorio. Magari un luogo bizzarro per un tempio, esposto alla violenza delle tempeste? Crotone, infatti, diversamente da Sibari, si affaccia sul mare aperto. Ma la dea madre inizialmente onorata a Creta non ha forse il compito di proteggere?

Solitudine assoluta per gli officianti e i fedeli che vi si riuniscono. La terra sfuma nell’immensità del ciclo azzurro, davanti al frangersi delle onde.

Qui Pitagora trova il luogo ideale per il rifiuto della mediocrità e dei compromessi. Meglio di Sibari, vagliata con minuzia, che incita ai piaceri lascivi, alle chiassose processioni culminanti in grandi bevute, Crotone sarà un luogo sicuro per innovatori ferventi e severi, desiderosi di unirsi ad altra gente «appartata» e produttiva, come Democede di Crotone ha appena detto a proposito di Alcmeone.

A Crotone si commemorano indefessamente le favolose imprese dell’eroe caro ai Dori, Eracle. Già Taranto, fondata verso il 706 a.C. (quindi poco dopo Sibari e Crotone) dagli Spartani, celebrava colui che regalava ai suoi adoratori la necessaria intrepidezza per affrontare i guerrieri iapigi. Come Sibari, nell’angolo opposto del golfo, Taranto intrattiene rapporti commerciali con tutti i paesi del Mediterraneo, offrendo un artigianato di qualità che comprende del vasellame simile a quello di Sparta e Cirene. La porpora impiegata per tingere le lane regala alle opere di tessitura una fama di eccellenza.

Le monete di Crotone raffigurano Eracle nell’atto di accapigliarsi con qualche mostro. Nel tempio dall’austero frontone che i fondatori hanno costruito non appena si sono insediati, Pitagora sa che troverà l’arco e le frecce di Eracle deposti da Filottete a Petilia. Il tempio è consacrato ad Apollo.

Qui non si onora forse Demetra, la dea del Papavero, che presiede ai misteri di Eleusi? Bisognerà verificare.

[…]

Simonne Jacquemard

In “Pitagora e l’armonia delle sfere” – Donzelli

Foto: RETE

 

NOTE

1 Strabone, Geografia, vi, 1, 12: «Dopo che Apollo ebbe ordinato agli Achei di fondare Crotone, Miscello partì per andare a esplorare il luogo. Ma quando vide che lì già sorgeva la città di Sibari… trovò che in ogni aspetto offriva più vantaggi». Un secondo oracolo riguardante Crotone è riportato da Diodoro Siculo in Biblioteca storica, VIII, 17, 1.

2 Crotone è stata fondata da alcuni coloni dori provenienti dall’Acaia nel 710-709 a.C., poco dopo Sibari. L’ecista era Miscello, un gobbuto individuo originario dell’Acaia. La fondazione di Crotone fu consigliata dalla Pizia di Delfi. Cfr. Bosi, Le città greche d’Occidente cit.

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