PASCAL – Guerra intestina nell’uomo tra la ragione e le passioni

 

Anche in Pascal le fluttuazioni dell’animo lacerano infatti gli individui, ma significativamente non sono più le duae voluntates che si affrontano, ma di nuovo — alla maniera stoica dell’amato Epitteto — la ragione e le passioni come potenze contrapposte: “Guerra intestina nell’uomo tra la ragione e le passioni. Se avesse soltanto la ragione senza le passioni… Se avesse soltanto le passioni senza la ragione… Ma, poiché ha l’una e le altre, non può stare senza guerra, non potendo aver pace con l’una se non è in guerra con le altre; e così è sempre diviso e in conflitto con se medesimo”. Tale guerra non consente soluzioni definitive, ma solo brevi e precarie tregue, in quanto non si può rinunciare alle passioni e diventare dèi o alla ragione e diventare bruti: “La ragione sussiste pur sempre, e denuncia la bassezza e l’ingiustizia delle passioni, turbando il sonno di coloro che ci si abbandonano; e le passioni son sempre vive in coloro che vogliono rinunciarvi”.

Sbagliano perciò gli stoici a credere che si può far sempre quel che si può fare qualche volta, che quei grandi sforzi spirituali, di cui l’animo talvolta si dimostra capace, possano diventare routine attraverso gli esercizi di disciplina e di autocontrollo: “Quel che propongono gli Stoici è così difficile e vano” […] Ed errano a sognare un dominio della volontà senza passioni, senza movimento, perché il controllo totale e il riposo equivarrebbero alla morte. In questo senso Pascal è vicino all’Augustinus di Giansenio, il cui rigorismo è nettamente antistoico. […]

Così mentre da Lipsio a Grozio il dominio della volontà si estende allo Stato e al diritto internazionale, sul solco dell’etica universalistica e del modello giusnaturalistico stoico, o mentre in Hobbes l’esprit de geometrie cerca di dare artificialmente forma, ordine e sanzione razionale alla forza del diritto e della politica, in Pascal, invece, il conflitto tra ragione e passione, ordine razionale e ordine dell’immaginazione, resta affidato a equilibri locali e temporali estremamente instabili, che esigono di venir rafforzati: non dal potere della ragione, ma da quello dell’immaginazione, ossia dagli effetti di autolegittimazione che ciascun potere specifico riesce a produrre. E poiché, come è noto, all’interno della “singolare giustizia” umana, “tre gradi di latitudine sovvertono tutta la giurisprudenza” e “nel giro di pochi anni le leggi fondamentali cambiano”, si rendono indispensabili continue parate di potenza e di prestigio, di per sé ridicole. Si vedono così giudici avvolti in toghe rosse ed ermellini “come tanti gatti impellicciati”, esibirsi impettiti davanti al pubblico dei tribunali o medici (sempre pronti a “gabbare la gente, incapace di resistere a questa pompa così autentica”) cercare di impressionare i clienti indossando “berrette a quattro spicchi e vesti quattro volte più larghe del bisogno”.

A differenza di Spinoza, Pascal non offre alcuna garanzia di risolvere il conflitto di ragione e passioni attraverso la linea ascendente delle transitiones; e, in netto contrasto con Descartes, non ammette l’eventualità che l’uomo sia in grado di generare sequenze di certezze incrollabili fondandosi sull’ego. A nessuno è dato di costruire, con le sue sole forze, un sapere coerente, che possa valere anche nei “giorni dell’afflizione”. Su queste basi ognuno rimarrebbe infatti prigioniero dello “spazio orizzontale” intramondano, bloccato nella morsa di una meschina saggezza priva di trascendenza. Ma anche l’antica contrapposizione di “fede e sapere” è divenuta, a sua volta, impraticabile, da quando la ‘ragione moderna’ ha eroso in molti dei contemporanei di Pascal i tradizionali supporti offerti all’autorità della Chiesa cattolica. Una volta incrinata la relativa indiscutibilità dei suoi dogmi e una volta frenata o altrimenti disciplinata la potenza dell’immaginazione, la fede deve mettersi in condizione di metabolizzare l’incertezza e caricarsi anche di questa croce. Il fasto del rituale e delle cerimonie, lo splendore di ori, argenti, broccati o mosaici, gli inebrianti effluvi dell’incenso, la natura struggente della musica (strumenti, tutti, che dovevano innalzare l’anima a Dio attraverso i sensi, suggerendo alla fantasia il presentimento dell’impensabile, l’anticipo dell’immortalità) sono stati aboliti, ridotti o hanno cambiato volto per effetto della Riforma protestante. Questa non solo ha spezzato l’unità dei credenti, lacerandone le coscienze tra opposti dogmi e fedi, ma ha anche reso i luoghi di culto generalmente disadorni, penalizzando profumi e colori, lasciando all’immaginazione solo i più spiritualizzati appigli di uno spazio scandito da austere architetture. Sui muri vuoti delle chiese spicca la sobria indicazione dei versetti della Bibbia da commentare o da cantare; sotto le volte rimbomba il flusso, interiorizzato, della musica. In essa la varietà dei ritmi, l’intensità e la qualità del suono e la struttura medesima mimano e modulano in maniera diversa l’impeto, la dolcezza o la malinconia delle passioni e degli affetti nelle diverse fasi del calendario liturgico, sottolineando il tempo dell’attesa e quello della realizzazione, il tempo della speranza e quello della gioia e dell’esultanza, nella lucida consapevolezza della intollerabile sofferenza per un Dio che muore e risorge. Al tormentato Pascal e ai suoi amici della spoglia e severa abbazia di Port-Royal, il revanchismo gesuitico dell’immaginazione non può certo piacere (se infatti Dio si rivelasse immediatamente ai sensi e alla fantasia attraverso immagini, ricordi, voci e segni, i superstiziosi sarebbero la maggioranza), così come non piace il loro quietismo, il loro probabilismo morale e la loro astuta commistione con le autorità del “secolo”.

Il cristianesimo, proprio perché basato sui presupposti invisibili e indimostrabili della fede e della speranza, resta dunque per lui drammaticamente privo di credenziali assolute, tanto di quelle presentate dalla ragione, quanto di quelle suggerite dall’immaginazione. Anche per questo non è in grado di promettere alcuna assicurazione contro i rischi della morte e dell’aldilà: “Tutte le condizioni, e persino i martiri, hanno ragione di temere, secondo la Scrittura. Nel Purgatorio la pena più grande è l’incertezza del giudizio. Deus absconditus […] La speranza dei cristiani di possedere un giorno un bene infinito è commista di gioia effettiva e di timore.” Proprio perché il “vantaggio” è infinito, vale la pena scommettere per una posta tanto alta, perché la speranza di conseguire un bene infinito implica anche una gioia infinita. Con toni poi ripresi dalla moderna “teologia della speranza” di un Moltmann, vale per Pascal, in assoluto, solo il detto Ave crux, unica spesi Le braccia della croce appaiono, tuttavia, nella loro divergenza centrifuga: a partire da un punto in cui la luce, prima di ritornare, si oscura come al momento della morte del Salvatore. Un grumo di sangue e di dolore, se accettato, può trasfigurarsi per ciascuno in una sorgente di gioia. Più che nelle vesti di mediatore e conciliatore, Cristo gli si presenta quale linea di strappo che lacera il mondo e gli animi degli uomini come accadde al velo del Tempio nel momento della morte sul Golgotha. Ma la speranza induce ugualmente a credere che “Dio non abbandona mai i suoi neppure nel sepolcro dove i loro corpi, per quanto morti agli occhi degli uomini, son più vivi davanti a Dio”.

Nel distruggere la boria dei potenti e dei dotti, nel predicare quell’umiltà nemica dell’orgoglio e dell’interesse (che rendono l’io haissable, un cieco, tirannico e inaffidabile strumento di disordine, che vorrebbe porsi al centro di tutto e di tutti), nel trasformare l’odio verso se stessi in unica e vera virtù, il cristianesimo rende tuttavia necessario il pomposo intervento negli affari del mondo dei presunti grandi della terra, pur così ridicoli nell’affermare il loro potere.

Proprio perché l’abisso del cuore umano è agostinianamente insondabile e incommensurabile, l’autorità terrena diventa necessaria per l’osservanza dell’ordine al suo livello. Quando la legge umana perde il suo legame con la sola ragione e con la sola immaginazione, quando resta sospesa tra i dubbi del pensiero e il sentimento di caducità e di vanità di tutte le cose avvertito dall’immaginazione, allora non vi è che Dio che possa tagliare questo nodo e trasformare uomini da poco in guide per la vita nel mondo.

 

REMO BODEI

In “Geometria delle passioni” – Feltrinelli

Foto: RETE

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