Il Papa e la penitenza per il villano

 

C’ era una volta un villano; e codesto villano aveva commesso uno scelerato delitto, tal chè non c’era confessore che volesse o potesse assolverlo. Va a piedi dal parroco. Nulla. Va a piedi dal Vescovo. Nulla. Va a Roma dal papa e il papa lo assolve, perchè il papa è Dio in terra; ma gli dà la penitenza di percorrere il mondo finchè trovi un ricco, che, senza secondo fine, sia veramente caritatevole coi poverelli di Dio. Al villano parve quella penitenza una leggerissima cosa, e si diede a picchiar all’uscio dei ricchi: ma, i ricchi! Chi gli diceva di non poter nulla per lui, chè il faceva discacciare dai servi, chi gli lanciava il mastino, chi il rimbrottava di quella vita di vagabondo; e se qualcuno gli buttava una monetuola, non gliela buttava per compassione, ma per fastidio o per fasto. Vivendo in tal modo, i giorni di magro eran più dei giorni di grasso, e si ridusse a tale che cadea dalla fame. Un giorno pensò: -Oh lo bestia che sono! Perchè non vo da quei frati che son tanti ricchi, e che ogni mezzogiorno distribuiscono ai poveri la minestra? E va al convento, e dice al guardiano: -Muoio dalla fame! Datemi una boccata di pane. -Torna a mezzogiorno, che avrai la minestra, gli risponde il guardiano. -Ma da qui a mezzogiorno avran l’agio di sotterrarmi. -Mi dispiace, ma non ho da farti. Il nostro Instituto vuol che l’elemosina sia pubblica, e si distribuisca a mezzogiorno preciso. -Questa non è carità sincera, prorompe indignato il villano, è carità di apparenza. Il papa avea pur troppo ragione! E picchiò al portone di un grandioso palazzo, tutto oro e marmi preziosi. Or una figlioletta di quel Signore, essendo testè uscita in compagnia della cameriera, stava per essere calpestata da un mulo che correva a rotta di collo. Il villano la prende in braccio e la salva. Allora Sua Eccellenza il padrone lo prende ai suoi servizi, e gli dà un largo salario e lo tratta più da amico che da servitore; ma un giorno il villano casca da una scala, e si rompe una gamba; e Sua Eccellenza il padrone lo manda a spasso. -Questa non è carità, è ingratitudine marcia, disse il povero sciancato, e quasi quasi disperò di trovar un sol ricco sinceramente caritatevole. Ma… chi cerca trova, dice il proverbio, e la speranza è l’ultima che si perde. Il villano, non ve l’ho detto?… il villano avea moglie, ed era bella come una Fata. Ei le manda dunque una bella lettera perchè venga ad assisterlo nella malattia; e la moglie venne, e parve a tutti una faccia di sole. Uscito che il villano fu dall’ospedale ebbe visite, e contrassegni di amicizia e questo e quell’altro regaletto perfino da sconosciuti. Un signore dei più ricchi di quel paese lo volle ai servizi insieme alla moglie, e li trattava da padre, non da padrone; ma un giorno la moglie disse al marito: -Usciamo da questa, casa, perchè il padrone ha mala intenzione su di me, nè io voglio offendere Dio. — Questa è carità pelosa, disse il villano; non è la carità sincera che avrei dovuto trovare. E tornò nuovamente dal papa, e gli s’inginocchiò dinnanzi, pregandolo di commutargli la penitenza, dacchè trovare un ricco che aiuti sinceramente il povero, varrebbe lo stesso, che cercare un asino che volasse.

 

1 È modo proverbiale di tutta Sicilia. Un maltese avendo inteso che in Sicilia ci era un gioco (il lotto), il quale con soli sette grani (15 Centesimi di lira) potea dare un guadagno di sessant’onze (lire 765), sclamò: Sette grana sessant’onze? C’è imbroglio. 2 In Modica la plebe crede fermamente che gli avvelenatori (mezza Sicilia crede tuttora al veleno) non possano esercitare la loro esecrabile arte, quando le vie son coperte di immondezze; ma perchè il Colera appigli è uopo della nettezza delle strade.

 

SERAFINO AMABILE GUASTELLA

Da “Le parità e le storie morali dei nostri villani”, di S.A. Guastella –  Rizzoli

Foto: Rete

 

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