La pittura pompeiana

 

È bene precisare che il termine di “pittura pompeiana” non intende designare né una pittura che riflette situazioni tipicamente pompeiane né che essa sia attribuibile a pittori di scuola pompeiana, ma semplicemente la pittura eseguita a Pompei e dintorni.

Sebbene Pompei si presenti al visitatore odierno degli scavi come un grande museo all’aperto e una parte cospicua delle pitture superstiti dislocate sia esposta al Museo Nazionale di Napoli, la pittura pompeiana per sé non è da museo. È una pittura artigianale che, al limite, si prefigge di imitare opere d’arte, in particolare i prototipi classici greci ed ellenistici importati in Italia come bottino sulla scia dei conquistatori romani: prototipi che venivano copiati, modificati e inseriti nel contesto della parete dipinta.

È, quella pompeiana, una pittura d’arredo, da paragonare pressappoco alla nostra carta da parati. Come questa, andava rinnovata di tanto in tanto, anche per il cambiare del gusto; anche se quella antica era senz’altro più costosa (benché il costo, in una società che pratica lo schiavismo, sia sempre relativo) e più duratura.

I decoratori-copisti pompeiani, come nel caso della nostra carta da parati per la quale solo raramente si chiede chi abbia firmato il disegno, mantenevano l’anonimato. Dipendenti di una bottega che li inviava a domicilio, avevano provenienze varie. Solitamente erano schiavi o liberti figli di schiavi. Per questo difficilmente si tratta di una pittura che esprima caratteristiche locali, se prescindiamo dal fatto che si ispira, come s’è detto, a modelli greci o alessandrini. Il che del resto vale anche per la produzione pittorica di Roma o di altri centri lontani dalla capitale e dagli ambienti di corte.

Concludendo, la pittura pompeiana è così detta per il semplice fatto, che i committenti erano di Pompei.

MARIETTE E ARNOLD DE VOS

Da “Pittura pompeiana” – B.P.V.

Foto: Rete

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