Pittura pompeiana: LA TECNICA

 

Dal punto di vista della tecnica le decorazioni parietali sono eseguite “a fresco” sull’intonaco ancora umido. Esso veniva applicato in tre o più strati ed era composto di calce e sabbia, spesso mescolate con pozzolana, con cocci di terracotta (nel primo strato aderente alla parete) e con calcite (nell’ultimo strato, in superficie, consistente in una pellicola di spessore non superiore ad 1 mm, lisciata successivamente fino a farla diventare lucida). L’intonaco veniva applicato in tre fasce orizzontali dall’alto in basso: sistema che avrà contribuito a mantenere in vigore la ripartizione tradizionale della parete in tre zone: superiore, mediana e zoccolo.

Per esigenze inerenti alla tecnica, il lavoro si divideva in “giornate“, ciascuna corrispondente alla quantità di superficie da dipingere in una sola volta, prima che l’intonaco si asciugasse. Le giunture tra il lavoro delle singole giornate venivano abilmente nascoste dipingendovi sopra dei listelli. Bisognava far coincidere la divisione in giornate con certe ripartizioni essenziali del disegno da realizzare. Era un calcolo per il quale ci si aiutava, presumibilmente, con uno schema già predisposto, tramite l’accostamento di più cartoni adattati alle esigenze particolari. Questi cartoni erano modelli preesistenti, derivati, per quello che riguarda i quadri, da opere d’arte greche, sia dalla pittura da cavalletto, che noi conosciamo solo attraverso le descrizioni che ne hanno fatto gli stessi antichi e da quello che traspare da queste repliche, sia da gruppi scolpiti che allora erano molto in voga.

I colori usati erano prevalentemente d’origine minerale o vegetale e venivano importati anche da lontano, e il trasporto incideva sul prezzo. Era questo il caso del ceruleo o fritta egiziana. Fabbricato in Egitto con sabbia triturata e fior di nitro mescolati con rame di Cipro, cotto ed esportato in forma di palline. Poi lo si produsse anche a Pozzuoli per conto dell’amico di Cicerone, il banchiere Vestorius, che se ne arricchì di certo, ma ne fece anche calare il prezzo. Il ceruleo da allora prese nome da lui (vestorianum), e resti di pigmento si sono trovati nella Regio vici Vestoriani, il quartiere in cui era situata la sua officina nell’antica zona portuale di Puteoli.

Villa dei Misteri

Particolarmente pregiato era il cinabro, un rosso molto intenso, ricavato dal solfuro di mercurio, estratto dalle miniere presso Efeso in Asia Minore e da quelle spagnole, gestite, queste ultime, da un consorzio sotto il controllo diretto di Roma. Il cinabro genuino si anneriva presto e pertanto era adatto solo per ambienti poco illuminati. Per farlo durare più a lungo lo si trattava con cera. Tutto sommato costituiva un lusso per decorazioni d’eccezione in case ricche, come la nota pittura nella Sala dei Misteri. Nella stessa villa, nell’atrio illuminato a giorno dalla luce che pioveva dal compluvio il cinabro si è infatti rovinato. Un rosso meno costoso veniva preparato a base di ocra, la cosiddetta “terra”, che costituisce la base di gran parte dei rossi e dei gialli usati a Pompei.

Il nero era, in ultima analisi, carbone, nerofumo di resina. Il bianco normalmente usato si ricavava dalla calce spenta diluita in acqua. Il verde si otteneva con terra verde o argilla magnesiaca, ma anche col rame o con la più costosa malachite o chrysocolla. L’oro, se non si ricorreva al metallo stesso ridotto in polvere, veniva imitato col giallo; l’argento invece con colori biancastri.

Di Mariette e Arnold de Vos

Da “Pittura Pompeiana”

Foto: Rete

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