Il giovedì santo e la messa del crisma

 

Nell’antica liturgia romana, a partire dal VII secolo, il giovedì santo era l’ultimo giorno della Quaresima fino a notte, e comprendeva tre messe: la prima al mattino per la riconciliazione dei pubblici penitenti, celebrata come evento ecclesiale dalla comunità riunita sotto il suo vescovo allo scopo di aprire l’accesso alla comunione pasquale anche ai cristiani più deboli ma pentiti; la seconda a mezzogiorno per la consacrazione degli oli santi e del crisma, che sarebbero serviti per la celebrazione dell’iniziazione dei catecumeni durante la grande veglia pasquale; la terza alla sera, per lo più senza la liturgia della Parola, per commemorare l’Ultima Cena.

Scomparsa la tradizione della penitenza pubblica e caduta di conseguenza in desuetudine anche la messa corrispondente, il giovedì santo è oggi diviso in due parti distinte: la prima, con la benedizione degli oli e la messa del crisma, durante la quale i sacerdoti rinnovano le loro promesse con il vescovo, termina prima dei vespri, concludendo anche la Quaresima. Si inizia allora il triduo pasquale con la messa in Coena Domini, che comprende anche il rito della lavanda dei piedi.

La benedizione degli oli e del crisma (dal greco khrìsma, unguento profumato, perché è olio misto a balsamo e aromi) è di ambiente romano, ma la sua origine è probabilmente gallicana. Dal VII secolo venne fissata al giovedì per poter disporre, come s’è detto, degli oli santi e del sacro crisma necessari alla celebrazione dei sacramenti della iniziazione cristiana ai catecumeni durante la veglia pasquale e poi alle unzioni degli altri sacramenti, quello dell’ordine e quello per gli infermi.

Il rito dell’unzione è antichissimo, risale all’Antico Testamento. Quando l’angelo appare a Samuele ordinandogli di recarsi nella casa di Jesse per consacrare il futuro re di Israele, gli dice: «Allora io ti indicherò quello che dovrai fare, e tu ungerai colui che ti dirò». Così avviene: quando compare Davide, il Signore ordina a Samuele: «Alzati e ungilo: è lui». E Samuele, come narra la Scrittura, prese il corno dell’olio e consacrò Davide in mezzo ai suoi fratelli «e lo Spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi».

L’unzione simboleggiava la luce divina, la presenza di Dio. Giacobbe, al quale il Signore è apparso durante il sonno, spande l’olio sulla pietra che gli è servita come guanciale per testimoniare la presenza divina. «Allora Giacobbe» narra la Genesi «si svegliò dal sonno e disse: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo” […] Alla mattina presto si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità. E chiamò quel luogo Betel, mentre prima di allora la città si chiamava Luz.»

L’effusione dell’olio santo sul capo figurava, come quella sulla pietra, diffusa in tutto l’Oriente, la discesa della luce divina: con l’unzione una persona veniva «messa a parte» e introdotta nella sfera del divino per un servizio straordinario e sacro. Per questo motivo venivano unti profeti, sacerdoti e re.

Ma l’unto per eccellenza era l’atteso Mashìah, il messia, che in ebraico significava «unto» e che i Greci tradussero in Khristós. «Dio, il tuo Dio» cantava il Salmo 44(45) «ti ha consacrato con olio di letizia, a preferenza dei tuoi eguali.» Sicché Gesù viene chiamato da Pietro Mashìah, ovvero Cristo, secondo il Vangelo di Matteo: «Essendo Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Voi chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”‘». Il Cristo: l’Unto per eccellenza nel mistero dell’Incarnazione.

Luca a sua volta narra che un giorno Gesù, recatosi a Nazareth, entrò di sabato nella sinagoga, com’era solito fare, e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia di cui lesse questi versetti: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore». Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e si sedette. Gli occhi di tutti i presenti erano fissi su di lui. Allora Gesù soggiunse: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che avete udito con i vostri orecchi».

Il battesimo di Gesù nel Giordano con la discesa dello Spirito Santo è l’equivalente di questa unzione: e, analogamente, nel battesimo il cristiano riceve il sigillo – l’unzione dello Spirito – mediante l’incorporazione al Cristo.

Nel battesimo, dopo la preghiera dell’esorcismo, il sacerdote unge il battezzando con l’olio dei catecumeni per sottolineare la liberazione dal peccato originale; e dopo la celebrazione del sacramento lo unge con il crisma, segno del sacerdozio regale del battezzato e della sua aggregazione alla Chiesa. Con lo stesso crisma il vescovo unge il cresimando nel sacramento della confermazione dicendo: «Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono».

Anche nel sacramento dell’ordine si ungono con il crisma il capo del vescovo e le mani del presbitero. Infine, nell’unzione degli infermi l’olio viene dato ai malati a sostegno e conforto spirituale.

 

ALFREDO CATTABIANI

In “Calendario” – Mondadori

Foto: RETE

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