La malaria in Calabria

Curinga (CZ)- Ambulatorio per la cura della malaria

 

La popolazione italiana, all’indomani dell’Unità, ammontava a circa 22 milioni; verso il 1880 era di circa 30 milioni. Annualmente venivano colpiti da malaria circa 2 milioni di persone, con una mortalità che oscillava tra 15 e 20.000 persone per anno, la maggior parte delle quali erano bambini. Le regioni del Sud e le isole hanno pagato il prezzo più alto.

Questi dati, terribili, non si modificarono, nelle realtà meridionali, per decenni. Mentre, nel resto del Paese, le campagne di bonifica e di profilassi portarono a un progressivo decremento delle infezioni e, conseguentemente, della mortalità, nel Sud si continuò a pagare un tributo pesante anche nella prima metà del XX secolo. Le varie indagini – parlamentari e non – metteranno in evidenza tutta l’arretratezza dell’assistenza territoriale, da cui emergeranno situazioni incontrollabili nell’ambito di malattie infettive come malaria, tubercolosi, anchilostomiasi e altre infezioni, cui hanno concorso, come fattori predisponenti o scatenanti, la povertà e l’assoluta mancanza di strutture pedagogiche di base.

L’incremento demografico si bloccò sostanzialmente fino agli inizi del nuovo secolo, a causa dell’elevata mortalità per malattie infettive e dell’emigrazione forzata dal Meridione verso le Americhe.

Il nuovo Stato, non solo non mise in atto misure in grado di frenare l’emigrazione, ma, in molti casi, l’incentivò, nella convinzione che la riduzione della densità demografica avrebbe finito per rendere migliori le condizioni di vita di chi restava. Sua maestà benediva l’invio dei sudditi meridionali verso l’America, incoraggiandoli con la promessa di terra e benessere.  L’abolizione della schiavitù nel Sud degli Stati Uniti (Louisiana, Texas, Georgia e altri) rendeva necessarie nuove braccia per lavori come la raccolta della canna da zucchero e del cotone. I meridionali finiranno, in quel periodo, per divenire i nuovi schiavi, attirati in quella terra con false promesse. La «scienza» di allora si prestava a dipingere i calabresi, i siciliani, come geneticamente e irrimediabilmente votati alla trasgressione, al delitto. Cesare Lombroso veniva invitato in consessi nazionali e internazionali per esporre pseudo-teorie prive di alcun fondamento scientifico.

In un contesto siffatto, assecondare la richiesta di forza lavoro da parte di alcuni Stati americani fu vista come una ghiotta occasione per sbarazzarsi di una fetta di popolazione invisa e «problematica».

I primi studi seri sulle condizioni sanitarie del Regno d’Italia, relativi alla malaria, datano al 1879-1880, quando la Commissione d’inchiesta per l’esercizio ferroviario, presieduta dal senatore Luigi Torelli, aveva vagliato le condizioni igieniche direttamente lungo le linee ferroviarie. Il fine era quello d’intervenire, preventivamente, per assicurare la protezione dei dipendenti delle ferrovie. In questi rapporti epidemiologici si constatava che su 8.331 km di strade ferrate, al 1° gennaio 1879, ben 3.762 si trovavano in zone malariche e di questi 1.237 km in zone classificate di malaria grave. L’analisi epidemiologica del Torelli aveva chiarito che l’endemia presentava due tipi d’impatto. Il primo era in Settentrione, ove, a esclusione del litorale veneto, prevaleva la malaria lieve, il secondo era dominante nel Meridione, ove, includendo la Maremma e il litorale laziale, era endemica la malaria grave (1)

Il disboscamento forzato, legato alle necessità di traversine per i binari, oltre che all’esigenza di spazio per le nuove vie di comunicazione, portava con sé lo stravolgimento idrogeologico di alcune zone del Paese. Le acque, d’inverno, tracimavano dai fiumi e, non più frenate dai boschi, invadevano il territorio a valle, rendendolo paludoso, ossia idoneo alla crescita di zanzare anofele, vettori del plasmodio della malaria. Il disboscamento avrebbe finito per rendere, inoltre, più facile l’instabilità del territorio e particolarmente gli eventi franosi, che, a loro volta, favorivano la creazione d’invasi, laghi artificiali e calanchi, terreno naturale per la diffusione dei vettori della malaria. Se si va a confrontare la cartina delle aree a maggior rischio di frane con quella della diffusione della malaria, si può riscontrare una straordinaria sovrapposizione. Fattori sociali, ambientali, economici, concorsero a far sì che la malaria diventasse un male endemico con elevatissimi costi in termini umani e sociali.

Abitazioni malsane di pochi metri quadrati, prive di servizi igienici, di finestre, nelle quali dormivano, ammassate, fino a dieci e più persone e nelle quali dimoravano anche animali, come maiali e pollame, favorivano il persistere di condizioni igieniche scadenti e rendevano più agevole il contagio di malattie infettive, specie di quelle trasmissibili per via aerea e per contatto (tubercolosi, tifo).

A tal proposito, particolarmente incisiva appare la descrizione che Vincenzo Padula fa, nelle pagine de «II Bruzio», dello stato delle abitazioni e dei villaggi in Calabria: a eccezione di poche case impalazzate, appartenenti ai «galantuomini», il resto era costituito da abitazioni malsane di un solo vano e d’un solo piano, divise da intercapedini e chiassi; le gronde erano prive di docce. La mancanza di scarichi pubblici finiva per favorire la formazione di pozze, invasi e aree paludose.

A tutto questo, si aggiunse un atteggiamento strabico dei governi centrali, che misero in atto politiche francamente discriminatorie nella lotta contro le malattie infettive.

Nel 1920, Umberto Zanotti Bianco fece presente l’asimmetrica ripartizione del chinino tra le regioni del Nord e quelle del Sud, dimostrando come la quantità di farmaco elargita fosse inversamente proporzionale all’incidenza della malattia. In Lombardia, regione a bassa incidenza di malaria, veniva distribuita una quantità di farmaco nettamente superiore rispetto alla Calabria, regione a elevatissima incidenza della malattia.

Un altro esempio clamoroso di discriminazione è stato quello relativo all’istituzione del Centro invernale di Camigliatello Silano, a opera di Michele Bianchi (Belmonte Calabro 1882-Roma 1930), ministro dei Lavori pubblici durante il fascismo.

II Centro avrebbe dovuto ospitare, con i suoi 10.000 posti letto, i malati di tubercolosi provenienti da tutta Italia. La morte improvvisa e prematura di Bianchi interruppe il progetto, che venne realizzato nella Valle della Lomellina, in Lombardia.

Se queste furono le politiche adottate dai vari governi postunitari, bisogna dire che molto è stato fatto da singoli uomini, che hanno sopperito a un «vulnus», fornendo assistenza e promuovendo istruzione. […]

 

MASSIMO CONOCCHIA

In “La malaria in Calabria tra fine Ottocento e primo Novecento”.  Rubbettino

Foto: RETE

 

 

NOTE

  1. «L’etimologia del termine “malaria” è in parte suggeritrice delle passate concezioni sulla malattia e sulle sue cause; concezioni così a lungo radicate – non solo in un immaginario collettivo, ma anche in ambiente scientifico – da far rifiutare la sostituzione della parola con un termine più adeguato e conforme alle scoperte sulla reale eziologia, come proposto nel 1931. I dizionari etimologici della lingua italiana la fanno, infatti, risalire a un’espressione molto assonante, “mal’aria”, certamente in uso nel 1571 a Venezia. È invero così attestata in un trattato di agricoltura (Le cose meravigliose dell’inclita città di Venezia, riformate, accomodate, e grandemente ampliate da Leonico Goldioni, Domenico Imberti, Venezia 1603) di Giovanni Tatti, pseudonimo di Francesco Sansovino (1521-1583), nel 1560. Già nel 1440, il veneziano Marco Cornare utilizzava “mal aere” o “mal aire” per descrivere quell’aria cattiva, corrotta, della laguna, laddove l’immissione dei fiumi creava zone palustri, causa di “molta febre”. Era, infatti, convinzione veneziana che “mal aere” fosse strettamente legata ad acque “meschizze”, ossia salmastre. Proprio l’ambiente palustre ospitava i focolai dell’agente trasmettitore della malaria nel Veneto, l’Anopheles sacharovi, come si riconobbe poi nel Novecento. La locuzione “mal’aria” si attestò anche in altre regioni d’Italia. L’Agro romano, terra malsana ma di straordinario fascino per i viaggiatori del Settecento, lasciò in qualche modo il prestito linguistico alla letteratura inglese, per tramite dello scrittore neo-gotico Horace Walpole, che nel 1740 descriveva in un’epistola con questa espressione locale la terribile malattia, causa di morti ogni estate. Proprio in ragione di una maggior attinenza tra termine e causa della malattia, la letteratura medica anglosassone acquisì nel primo Ottocento il vocabolo “malaria” (con la caduta dell’apostrofo) in sostituzione del nome indigeno “ague”, attestato sin dal XIV secolo, con cui si descrivevano le febbri intermittenti. Di lì a poco, anche in Italia, la locuzione mal’aria lasciò il posto all’attuale malaria, in un trattato storico del 1838 sulle febbri intermittenti a Roma di Francesco Puccinotti. […] Il termine “malaria” divenne sinonimo della malattia solo nel tardo Ottocento. Il passaggio semantico è attestato nell’opera La malaria a Roma del 1878: autore ne è Guido Baccelli» […]

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