L’opera di oggi: IL PARTENONE

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Gli autori

L’architetto Kallicrates (seconda metà del V secolo a.C.) si era distinto già nella ricostruzione delle mura di Atene; è anche autore del tempietto di Athena Nike (424 a.C. ca.) e forse dell’Eretteo (421-405 a.C.), edificio per funzioni religiose, situati entrambi sull’acropoli di Atene.

Ictino (seconda metà del V secolo a.C.), l’architetto cui fu affidato il compito di risolvere i problemi tecnici nella costruzione del Partenone, organizzò con Kallicrates i cantieri sull’acropoli e l’officina che fino alla fine del secolo dominò la creazione architettonica in Grecia.

Fidia (500-431 a.C. ca.), prima pittore e in seguito scultore, ricevette da Pericle l’incarico di sovrintendere ai lavori per il Partenone, che diresse dal 447 a.C. Ideò i soggetti della decorazione – 92 metope, 159 metri di fregio, 40 statue per i frontoni  e ne eseguì i modelli; le sculture vennero poi scolpite principalmente dagli aiutanti, anche se spesso il maestro intervenne direttamente nell’esecuzione.

Per la cella del Partenone Fidia creò la statua crisoelefantina (in oro e avorio) di Athena Parthenos, alta 12 metri, di cui restano piccole copie e raffigurazioni su gemme.

L’opera

Tra i più famosi edifici dell’antichità, il Partenone potrebbe essere quasi considerato la costruzione-simbolo del periodo classico. Innalzato a partire dal 448 a.C., nella sua forma attuale coincide anche dal punto di vista della datazione con quella metà del V secolo a.C. che viene convenzionalmente indicata come inizio dell’arte greca classica.

Dedicato ad Athena Parthenos (vergine), il tempio veniva probabilmente a sostituirne uno più antico distrutto dai persiani durante il sacco dell’acropoli di quasi mezzo secolo prima, e celebrava la vittoria dell’unione delle città greche contro il tradizionale nemico orientale.

Il tempio fu voluto dal famoso statista Pericle, che nominò quale ergolabos (imprenditore, direttore dei lavori) lo scultore Fidia, suo seguace e amico.

Tuttavia non è chiaro, quando si parla della costruzione periclea, se i due architetti cui si deve il progetto del tempio, Kallicrates e Ictino, abbiano lavorato contemporaneamente al progetto, o se – come è stato avanzato – Kallicrates non fosse piuttosto autore di un precedente Partenone, eretto tra il 468 e il 465 a.C., sotto Cimone, in un tempo intermedio fra l’invasione persiana e la costruzione più recente. In questo caso sarebbe Ictino l’autore dell’attuale Partenone.

Esami sullo stilobate, cioè il basamento, del tempio hanno infatti rivelato le tracce di ampliamenti della base stessa e spostamenti di colonne. Evidentemente l’autore dell’attuale Partenone ha tenuto conto della precedente costruzione e ha utilizzato almeno in parte i materiali preesistenti.

Ricostruzione

Chiunque sia stato il vero progettista del tempio, è probabile che abbia dovuto tenere in gran conto i consigli di Fidia, non solo in quanto direttore dei lavori, ma anche perché la decorazione scultorea assumeva una particolare rilevanza, anche dal punto di vista dei costi, in una misura  che probabilmente non era mai stata toccata in passato. Sembra per esempio che la sola statua colossale dell’Athena crisoelefantina costasse quasi quanto l’intera costruzione.

Analisi

La sezione aurea

Nel passaggio dal Partenone di Cimone a quello pericleo, l’edificio, come si è detto, venne ampliato: le sei colonne  originarie della facciata divennero otto; le sedici sulla fiancata divennero diciassette. La cella, che venne mantenuta nell’originaria divisione in due spazi, venne pure ampliata, anche per far posto alla colossale statua di Fidia.

Questi lavori di ampliamento non sono tanto significativi di per sé, ma in quanto inaugurano un nuovo sistema di proporzioni, che conferisce al Partenone un aspetto non solo radicalmente diverso rispetto ai templi arcaici, ma anche una diversa maestà e dignità.

Tutte le misure su cui il progetto è stato eseguito sono impostate su calcoli raffinatissimi. Il rapporto di 9 a 4 regola le proporzioni dei lati maggiore e minore sul basamento, di altezza e larghezza fino al cornicione, di lunghezza e larghezza della cella: è un rapporto molto vicino alla cosiddetta sezione aurea che sarebbe appunto la relazione proporzionale ideale che regola le misure dell’altezza, della larghezza e della lunghezza.

Le correzioni ottiche

Ictino scrisse un trattato sul Partenone, in collaborazione con l’architetto Karpion, che testimonia l’attenzione dei progettisti per ogni aspetto dell’opera. Il capitolo forse più sorprendente di questo trattato riguarda le correzioni ottiche che furono apportate, durante la costruzione, alle varie membrature dell’edificio.

Dettaglio metope occidentali

Già le colonne del Partenone sono progettate in una maniera particolare: doriche, ma vicine per snellezza al tipo ionico, sono dotate a circa un terzo dell’altezza totale di un rigonfiamento impercettibile, chiamato éntasis, che serve appunto a correggere una delle cosiddette “aberrazioni marginali” dello sguardo. L’occhio tende infatti a leggere un’infilata di colonne perfettamente cilindriche come leggermente concave verso l’interno. L’éntasis impedisce questo errore automatico dell’occhio, e le colonne vengono lette come cilindri appena rastremati, cioè più sottili, come sono, nella parte alta.

Per un principio simile, Ictino corregge leggermente anche i fianchi e l‘architravatura del tempio, che, pur essendo visualizzata come perfettamente diritta, è in realtà leggermente bombata. Si tratta di differenze di pochi centimetri su molti metri di lunghezza (lo stilobate misura 30,88 x 69,60 m), e la cosa interessante è che la loro mancanza verrebbe forse avvertita, mentre la loro presenza è invece assolutamente impercettibile.

Il Partenone come “idea” del tempio

Mentre da un certo punto di vista Ictino si comporta come volesse semplicemente migliorare un prodotto che nelle sue linee generali non sembra discostarsi poi troppo dalla tradizione, in realtà lo trasforma radicalmente, inventando un prototipo potremmo dire eterno – al di là dei guasti e dei danneggiamenti che il monumento ha poi subito nel corso del tempo, diventando l’augusta rovina che conosciamo.

Come il Doriforo di Policleto, e le stesse sculture di Fidia  che lo adornavano, in parte ancora miracolosamente superstiti, benché disperse in vari luoghi, il Partenone vive una doppia vita: come presenza reale, nelle rovine che si visitano sull’acropoli, e come idea che si è incarnata in altri edifici e vive nel grande serbatoio della memoria dell’umanità.

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Da “STIRUA DELL’ARTE” – Electa – Bruno Mondadori

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