Come nasce il celibato per i preti?

Augias e Cacitti discutono in questo brano del celibato dei preti nella Chiesa cattolica

  

Com”erano organizzate, quale struttura avevano [le] primitive comunità [cristiane]?

 In genere venivano rette in maniera assembleare, con un organo direttivo che oggi chiameremmo forse «consiglio di amministrazione». All’interno di questi consigli, però, emerge sempre più la figura dell’episcopos, che è il sorvegliante, il tesoriere, insomma colui che tiene i cordoni della borsa. La figura del vescovo, come poi la conoscerà la grande stagione conciliare, si viene affermando lentamente anche a Roma.

Se capisco bene, il vescovo è, potremmo dire, un funzionario, un addetto alla gestione economica della comunità. È sposato, ha famiglia, è un uomo di una certa età con compiti dottrinali ma anche eminentemente pratici.

Certamente. Si preferivano uomini sposati, con moglie e figli, perché davano maggiori garanzie di stabilità, di una vita ordinata, priva di eccessi. Il celibato non è contemplato per l’esercizio del ministero, come ancora oggi non è previsto né fra gli ortodossi né fra i protestanti. Questo status resta un tratto peculiare della Chiesa cattolica, il portato di una tradizione senza fondamento biblico né dottrinale.

Sappiamo, immagino, com’è nata la tradizione del celibato, e per  quali ragioni

In un concilio di difficile datazione, fra il III e il IV secolo, in Spagna, a Elvira, i padri conciliari imposero il celibato ai preti. Il modello venne preso per imitazione da quello ebraico che imponeva ai sacerdoti di astenersi dai rapporti sessuali con la moglie, ma solo per il periodo in cui entravano, a rotazione, in servizio nel Tempio. Siccome il sacerdozio cristiano – argomenta il concilio – non è temporaneo ma permanente, ergo anche l’astensione dai rapporti coniugali dev’essere permanente. Miseranda logica, disattesa infatti per molti secoli, fino a quando la clericalizzazione dei monaci, che erano laici votati alla castità, non si applicò per estensione a tutti i sacerdoti.

Francamente, mi sembra una motivazione un po’ pretestuosa. In una visione pratica, accanto a queste motivazioni ce ne saranno state sicuramente delle altre di maggior consistenza.

Più che altro è una motivazione assai fragile. Tanto è vero che al concilio di Nicea (325), considerato il primo concilio ecumenico, il problema venne nuovamente affrontato: fu un santo vescovo di nome Pafnuzio, che pure era un vergine, un asceta intransigente, ad alzarsi per sostenere che non si doveva adottare una norma che rendesse obbligatorio il celibato. Resta comunque che il celibato, immutato ancora oggi nella Chiesa di Roma, è un portato del Medioevo più che dell’antichità. Si spiega, soprattutto, con ciò che accadde al tempo della lotta per le investiture.

La lotta per le investiture, ricordo, vide contrapposti papa e imperatore e, più in generale, le autorità secolari, per stabilire chi dovesse conferire le cariche ecclesiastiche. Siamo poco dopo l’anno Mille. Il contrasto andò avanti a lungo e conobbe momenti di massimo attrito con le due forti personalità di Gregario VII ed Enrico IV, attrito concluso, almeno in parte, con il famoso episodio di Canossa (28 gennaio 1077).

L’oggetto del contendere era chi, fra papa e imperatore, avesse il potere di nominare i vescovi. Questione importante poiché ai vescovi di sua nomina l’imperatore assegnava in feudo territori strategicamente rilevanti per l’impero. Nella civitas medioevalis un figlio illegittimo aveva scarse possibilità di succedere al padre naturale, per cui, anche se un vescovo aveva dei figli, questi non avevano titolo alla successione. Per conseguenza, alla morte di ogni vescovo-feudatario, il territorio tornava all’imperatore che poteva nuovamente disporne. La norma sul celibato nasce insomma in ordine a problemi eminentemente politici. Il celibato fu allora il sigillo dell’esercizio del potere feudale.

Ma i sacerdoti cattolici non sono tenuti a fare voto di povertà, castità e obbedienza?

No, quelli sono i monaci. I tre voti solenni, che si possono ricavare dal Vangelo di Matteo, si identificano con i tre requisiti che Gesù chiede per seguirlo: povertà, castità e obbedienza, essere come fanciulli. Un normale prete non è però tenuto a questi tre voti. Ha solo l’obbligo del celibato, il che vuoi dire che il suo matrimonio non sarebbe legittimo ed è inconciliabile con la sua condizione. Per quanto concerne la sessualità, la norma cui deve attenersi è quella prescritta per tutti i credenti, riassumibile nella formula scolastica sexus semper gravis, i peccati sessuali costituiscono sempre materia di gravita.

Scusi la rozzezza, ma vorrei capire bene: un prete cattolico può avere una relazione amorosa e sessuale con una donna o no?

Anche con gli uomini, volendo. Infatti succede. Certo, in tal modo il prete commette peccato, e peccato grave, ma questo non è causa d’impedimento all’esercizio del suo ministero, da cui può eventualmente essere sospeso per motivi di opportunità o di scandalo. Del resto, com’è noto, il sacramento dell’ordine è l’unico, insieme al battesimo, ad avere carattere permanente: Tu es sacerdos in aeternum si canta ancora nel giorno della consacrazione di un prete.

Sì, ma la scoperta di questi rapporti viene comunque vissuta come uno scandalo dall’opinione comune.

Fino al concilio di Trento nessuno li vedeva come scandalo, anzi, i preti uxorati, cioè sposati, erano la norma. Tanto è vero che il decreto tridentino che istituiva il celibato fu tra quelli che più stentò ad affermarsi, insieme all’altro che dava carattere sacramentale al matrimonio. La norma del celibato si diffonde solo nel Novecento, quando lo stipendio, e quindi il controllo economico sui preti, passa dai benefici, spesso erogati dalle comunità parrocchiali, direttamente nelle mani delle curie. I preti cattolici di rito orientale, del resto, possono benissimo prendere moglie, anche se un vincolo canonico impedisce loro di diventare vescovi.

 

CORRADO AUGIAS- REMO CACITTI

Da “Inchiesta sul cristianesimo” –  Mondadori

Foto: Rete

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