La discendenza di Carlo Magno ebbe proporzioni quasi bibliche

 

Una fitta selva di diciannove figli, otto maschi e undici femmine. Biblico fu anche lo stuolo di donne che tenne nel suo letto: cinque mogli di cui la regina di Aquisgrana, Liutgarda, fu l’ultima; più quattro concubine egualmente ricordate, Maldegarda, Gervinda, Regina, Adalinda che riempirono un po’ disordinatamente la sua vecchiaia quando, dopo la morte di Liutgarda, «cominciò a corte il governo delle gonnelle». Gli esempi dell’amore patriarcale erano illustri. Per Salomone nel Cantico dei Cantici «son sessanta le regine, e ottanta le altre spose».

Non tutte gli diedero prole. Fu senza figli il breve matrimonio con Ermengarda, malmaritata. E non ne ebbe nemmeno da Liutgarda, forse la donna che più amò, lodata e rimpianta da tutti i poeti palatini per il contegno e la bellezza. Quando si sparge sul terreno un seme abbondante non tutto attecchisce. Così anche la copiosa progenitura di Carlo Magno incontrò i suoi stenti. Molti figli e molte figlie morirono infanti o ebbero gracile vita. Questo accadde più per i maschi che per le femmine, cresciute intorno a lui in più gran numero e più rigogliose dei fratelli. I figli, uno per l’altro, non gli diedero certo molte gioie né come padre né come re. Il primogenito, come s’è detto, era gobbo e traditore. Carlo detto il Giovane, che lo seguì nell’ordine genealogico, aveva una salute tanto cagionevole da essere ritenuto per molti anni inabile alle fatiche delle armi, rinunzia vergognosa per un figlio di sovrano. Viveva a corte in permanenza, viaggiava assai raramente e ancora meno per condurre spedizioni militari. Era sospettoso di natura, triste nel volto e nell’animo. Il fratello Pipino, quello incoronato Re d’Italia dal Papa Adriano, aveva carattere più forte ed ambizioso; ma proprio per questo sopportava di mal grado la rigidità del comando paterno, e fin da adolescente non fu mai in buoni termini con lui. Entrambi lasciarono la vita terrena quando Carlo Magno era ancora vivo, fragili ombre della sua forza, destinate a svanire come le stelle fredde del mattino.

Poi venivano due gemelli, Ludovico e Lotario. Il secondo nacque quasi morto; o meglio, come scrisse un cronista, «cominciò quasi a morire prima che avesse incominciato a vivere». Restò al mondo solo due anni lasciando praticamente a Ludovico tutta l’eredità del futuro, ma insieme ad essa anche la ferita della sua scomparsa che per chi era nato dalla medesima matrice rimaneva come un’amputazione impossibile da rimarginare. Ludovico divenne un uomo quieto, devotissimo alle pratiche religiose tanto da meritarsi il soprannome di Pio. Tutto il contrario della gioia di vivere del padre, dei suoi ardori, del suo fondo pagano. Carlo Magno era un monarca cristiano che governava da laico, attento a non lasciare mai intaccare l’indipendenza del proprio potere. Per Ludovico, che fu poi il suo successore, questo senso di autonomia verso l’autorità della Chiesa si illanguidì come una pianta che appassisce. L’orgoglio di Carlo Magno, una delle ragioni della sua grandezza, non passò nelle vene di Ludovico; e anche per questo l’immensa costruzione del padre, una costruzione politica ed umana, così rapidamente decadde.

Ludovico il Pio

Altri tre maschi furono generati dalle concubine del re, Dragone, Ugo e Teodorico. Non ebbero diritti di sangue perché la sippe germanica [“famiglia” in senso lato] traccia una linea netta tra bastardi e legittimi. Vissero tuttavia una vita onorata. Dragone riuscì a salire ad una delle più alte dignità del regno, diventando arcivescovo di Metz.

Al grigio paesaggio dei figli faceva riscontro l’esuberante, tumultuosa giovinezza delle figlie. L’esistenza di Carlo fu riempita dalle irruenze femminili, dalla gioia e dall’amicizia delle donne, mogli, figlie, amanti, che a capo della schiera avevano la figura protettrice della madre Berta e forse alla fine del lungo corteo l’immagine insistente di Irene, mai raggiunta e mai dimenticata. Nelle descrizioni dei pranzi di corte le tre più nominate erano Rotruda, Berta e Ghisela, tutte figlie di Ildegarda, la moglie sveva. Ghisela era la più bella, ma anche le altre splendevano per la loro avvenenza e la loro eleganza. Oltre a queste partecipavano ai banchetti anche Alpaide e Teodorada. Alpaide era la più vecchia delle figlie di Carlo Magno, nata di primo letto e sorella di Pipino il Gobbo. Teodorada invece rappresentava la novità, la freschezza dell’adolescente ancora in fiore. Era figlia di Fastrada e cominciava appena in quegli anni ad apparire in pubblico, non ancora completamente donna ma già riccamente ornata: «i piedi, le mani, l’orlo della veste, le tempie, il petto scintillano, mandano bagliori».

Anche gli occhi. Gli occhi delle figlie di Carlo Magno, ardenti, provocanti, pieni di sicurezza e di smania di vivere, d’affermare il loro diritto ai piaceri dell’esistenza indipendentemente dai poteri che il ramo maschile – il padre, i fratelli – teneva in pugno davanti ad esse.

Carlo Magno le adorava. Non sedeva mai a tavola se accanto a lui non stavano le «dolci figlie». Era un amore imperioso, esigente, egoista. Già conosciamo la storia di Rotruda, ma le altre sorelle non ebbero sorte diversa. Le chiesero in moglie sovrani, principi, duchi, tutti i potenti e i nobili della terra. La risposta di Carlo Magno era sempre no, sempre no. Non poteva sopportare che si allontanassero da lui e il solo pensiero che questo dovesse accadere gli dava un senso d’angoscia. Riversava sulle figlie l’affetto e la fedeltà che i figli gli avevano negato. In un destino di Re i maschi sono sempre dei competitori. Le femmine non pongono di questi problemi e la loro bellezza è un diletto senza rischi anche per lo sguardo di un padre potente.

In cambio della loro obbedienza Carlo Magno concedeva alle figlie tutte le altre libertà. I costumi di corte erano molto arditi, portati ad ogni naturale espansione dei sensi secondo abitudini e tolleranze che facevano parte della semplicità barbarica e sulle quali i fulmini morali della nuova dottrina cristiana non erano riusciti a fare breccia. Sant’Agostino, maestro di tutti, si rassegnava a considerare il peccato della carne come una fatalità della condizione umana. Uomini e donne del tempo di Carlo erano così immersi nella vita, nella sua durezza materiale e quotidiana, che là dove Agostino santamente si arrendeva trovavano inevitabile la tentazione. Non ne prendevano né vanto né lacrime, voglio dire che non se ne facevano tormento e nemmeno esaltazione. La loro sensualità non era corrotta e sarebbe difficile definirli personaggi licenziosi. Nei loro amori vi erano insieme rudezza e libertà, assai poco sentimento e sempre un fondo di purezza, l’umana onestà che i semplici conservano anche nei propri peccati.

Carlo dava l’esempio. «Aveva bisogno di donne come di cibo e di vino.» Ma senza complicazioni, senza frenesie libertine. Alle figlie concedeva la medesima condotta; con l’unico veto del matrimonio, che considerava una espropriazione. Per questo Rotruda non divenne Imperatrice, ma finì amante di un nobile di corte, il duca Rorgone: e il loro figlio che nacque e crebbe ad Aquisgrana sotto l’amorosa protezione del Re fu il futuro abate di San Dionigi, mondo d’ogni colpa e ancor meno di contestazione. Berta, la bellissima Berta, che veniva ai pranzi in tenuta leggera, «vestita come una ninfa antica, le spalle cariche di perle», era l’amante del poeta Angilberto, avviato alle lettere proprio dal severo Alcuino, censore inascoltato di quelle sregolatezze. Anche Berta ed Angilberto ebbero un figlio, nato a corte tra i sussurri e le compiacenze di tutti poiché Berta era tra le predilette del Re. Angilberto, nonostante il suo stato fosse di laico, fu nominato abate di Centula, dove fece costruire un convento a pianta triangolare in onore della santissima Trinità, vicino ad Abbeville, sulle rive della Somme: e resse quel grande monastero con impegno rigoroso, facendone uno dei centri più importanti della cultura franca. Nitardo, il figlio suo e di Berta, allevato in ambiente di dottrina, divenne uno degli storici più autorevoli dell’alto Medio Evo; egli stesso abate di Centula dopo il padre, di cui continuò a tenere alto il nome e la fama.

Certo quei banchetti, senza perdere le grossolanità dell’origine, prendevano sempre più l’impronta del lusso. Le donne non avevano mai abbastanza trine e gioielli, le storie volgari piacevano di più dei brevi intervalli di musica, di danza o di poesia. Era un’accolta di soldati divenuti potenti e ricchi con le loro vittorie. Solo la naturalezza di Carlo Magno poteva governarne le ambizioni ed evitare che si sfrenassero. Alcuino, imperterrito, continuava a seminare i suoi rimproveri in mezzo all’allegria. «Guardatevi dalle colombe coronate che volano nelle camere del palazzo», ammoniva i giovani discepoli; e ai monaci consigliava di non far visite a corte poiché avrebbero rischiato di perdere la salute dell’anima.

Faceva richiamo anche alla sobrietà, di cui davvero si stava perdendo la tradizione. Nemmeno Carlo Magno, che nel bere era molto parco ed aveva orrore dell’ubriachezza, riuscì ad impedire che si facesse un uso smodato del vino nei pranzi di palazzo. Ne erano tutti trascinati, laici ed ecclesiastici, poeti e guerrieri. Un grammatico ritirato in convento per condurre certi studi esclama: «Ho perduto ogni speranza di vivere, perché il vino mi manca!». Dopo questa nota drammatica il suo diario continua in chiave comica: egli aveva proposto di cedere in cambio di un fusto di vino uno dei suoi libri più preziosi, «ma nessuno ha voluto comprarlo, non me l’hanno nemmeno guardato».

Quanto agli ecclesiastici, per molti di loro la regola di vita non era affatto diversa da quella dei laici. Erano vestiti di sete preziose, stavano adagiati su molli cuscini di piuma, cambiavano d’amante ad ogni stagione, commerciavano benefici e ricchezze, pronti egualmente all’adulterio e all’arroganza.

Così trascorrevano i giorni a corte nella nuova Roma di Carlo Magno, tra piaceri ed invidie, ambizioni e delusioni. La medesima storia d’oggi. E se l’elenco di tanti nomi, spesso apparsi appena di scorcio per quel poco che di essi ancora si ricorda, vi sarà sembrato come un’arida lista, pensate che ciascuno di loro non era affatto irrigidito nelle immobilità del tempo, come adesso lo vediamo. Era gente viva come lo siamo noi, con pensieri, affetti, astuzie, sentimenti, amori, odi, ipocrisie, debolezze e generosità. Il calore della vita circolava tra le pietre ed i marmi del palazzo, spandeva il suo fiato nel cielo della città, nei boschi e nei prati tanto ameni, dentro le case, i borghi. Oggi quell’esistenza ci sembra oscura, diversa dalla nostra, quasi inafferrabile. Ma nel momento in cui percorreva i suoi anni era un’esistenza piena, riempiva i giorni e le notti con le luci dell’animo, il palpito del sangue e tutte le gioie e gli sconforti che fanno della vita il tenero fiume di sempre: anche allora che transitava per quegli uomini e donne accanto a Carlo Magno e per lui come per gli altri, sospingendoli nella breve corsa verso il futuro che subito diventa passato e va a seppellirsi nei millenni.

 

GIANNI GRANZOTTO

Da “Carlo Magno” –  Mondadori

Foto: RETE

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