Il Settecento e la pittura del paesaggio: CANALETTO

Canaletto – Il bacino di San Marco c.1738 – Boston, Museum of Fine Art –

 

 

II Settecento è il secolo che diffonde capillarmente, in tutta Europa, la pittura di paesaggio.

È secolo doppio e perciò affascinante, il Settecento. Doppio perché diviso a metà. Nei primi cinquant’anni, è dominato dalla tradizione barocca che diventa rococò. Ma se si presta attenzione alle date che fanno la storia, si scopre che il 1° luglio 1751 viene pubblicato, con enorme clamore, il primo volume dell’Encydopédie di Diderot e D’Alembert, che apre l’epoca dei lumi, e nell’arte spinge in direzione di un ormai imminente neoclassicismo. E si scopre – cosa ancor più sorprendente – che, solo cinque anni dopo, il Burke (Ricerca filosofica sull’origine delle nostre idee del sublime e del bello, 1756) distingue l’idea del bello (piacevole, garbato, gentile) da quella del sublime (che può radicarsi in sentimenti di paura, di infinito, di pericolo, di pena): ciò che è una perfetta preconizzazione del romanticismo.

Nel suo stesso cuore, alla sua esatta metà, mentre la superficie si increspa deliziosamente per le ultime marezzature del rococò, negli abissi sono già nati i traumi giganteschi e contrapposti dell’ordine e del disordine, di Apollo e di Dioniso, del neoclassicismo e del romanticismo.

Di più. È secolo doppio, il Settecento, anche nella sua seconda parte, perché l’attenzione esclusiva per la natura si traduce in idee completamente opposte fra di loro, sulla base dei pensieri filosofici rispettivamente di Voltaire (secondo cui la natura è beffardamente avversa agli umani) e di Jean-Jacques Rousseau (per il quale la natura è una forza materna cui l’uomo deve abbandonarsi, ritornando bambino). […]

Va detto, invece, che, molto prima della fatidica metà del secolo, l’illuminismo in pittura ha già cominciato ad esistere. Chi porta a maturità il vedutismo veneziano settecentesco è Giovanni Antonio Canal, detto il Canaletto (1697-1768), che fa tesoro delle aperture paesaggistiche di pittori già eccelsi come Marco Ricci, Luca Carlevarijs e Gaspard Van Wittel, ma aggiunge in più un’ampiezza di sguardo, una totalità di visione, e un governo così assoluto dello spazio da diventare il padre di una scienza della visione che getta i fondamenti – non bisogna avere timidezze nel dirlo – della scienza ottica a noi contemporanea. Questa, esattamente questa, è l’eredità della precisione «galileiana» che abbiamo visto nascere con Adam Elsheimer. Il fiume carsico è tornato alla superficie della storia…

Questione di tecnica, inizialmente. Canaletto fa un uso metodico e non complessato della camera ottica, che gli permette di verificare sulla realtà il suo originario schema prospettico. Ma da questo momento in poi l’arte e la tecnica fanno un corpo unico, che ha un fine intuito e lontanissimo, vale a dire la totalità lucida e assoluta del visibile.

Operativamente, con la camera ottica, Antonio ruota l’obiettivo per cogliere, uno dopo l’altro, i vari segmenti della veduta reale, talché, unendo fra di loro tanti singoli appunti disegnativi in sequenza, arriva a definire le linee prospettiche generali, risultato che l’ottica odierna rende immediatamente possibile con l’uso di un grandangolo. Formidabile intuizione di ciò che porterà il futuro.

Ma il risultato poetico è ancor più rivoluzionario, e per rendersene conto basta guardare Il bacino di San Marco del Museum of Fine Arts di Boston, archetipo di un enorme numero di altri capolavori. L’immensità dello spazio è segnata e scandita, in alto, dal corpo sulfureo di una nuvola che definisce, centra, per così dire, il campo visivo. E in  basso l’incanto di Venezia è percepito come da un occhio ad alta definizione, ma emozionato, che veda a 180 gradi.

È emozionato, quell’occhio, perché non gli sfugge una sola delle meraviglie del mondo: il verde della laguna che si riflette sul ciclo, e contemporaneamente si imbeve del suo biancore azzurrato; la montagna chiara dell’isola di San Giorgio, distanziata nello spazio, rispetto al barcone nero in primo piano, dal chiacchiericcio di tutte le altre imbarcazioni intermedie; il blocco inondato dal sole di Palazzo Ducale, che riceve luce plumbea dai riflessi dell’acqua.

Quanto di più oggettivo e, nello stesso tempo, quanto di più inventato la pittura abbia concepito nella sua storia.

 

FLAVIO CAROLI

In “Il volto e l’anima della natura” – Mondadori

Foto: RETE

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