La lezione del virus e l’ignoranza che confonde scienza e religione

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Le infinite discussioni sul virus che da due anni si è intrufolato nelle nostre vite cambiandole, stravolgendole e talora, purtroppo, anche distruggendole, potrebbero indicarci quanto poco sia rimasto nella società attuale dei princìpi emersi con il pensiero razionalista nel Seicento e con quello illuminista nel secolo successivo. In realtà dimentichiamo spesso che l’istruzione di massa è una conquista piuttosto recente. Descartes, Montesquieu, Galileo, Newton erano, invero, perfettamente sconosciuti alla stragrande maggioranza delle popolazioni del pianeta già all’epoca in cui vivevano. Chi lamenta oggi le contraddizioni dei virologi e le loro serrate (certo a volte anche stucchevoli) dispute o deplora l’assenza di una parola definitiva sul virus e sui vaccini pensa che la scienza sia la somma di verità conquistate e immutabili, non un insieme di conoscenze incomplete e imperfette da rimettere continuamente in discussione.

Chi punta l’indice sull’insufficienza delle risposte alla pandemia ritiene che il sapere scientifico sia illimitato e incontrovertibile. Scambia cioè la scienza con il suo opposto, la religione, questa sì dispensatrice di verità assolute e inconfutabili. Quanti si stupirebbero nell’apprendere che persino la più “esatta” delle scienze, la matematica, porta in dote la più perfida delle conseguenze sulle nostre stesse possibilità di indagare e di conoscere la natura. Nel 1931 l’austriaco Kurt Gödel ha formulato due teoremi, detti di incompletezza, i quali non solo fissano un limite alle possibilità di indagine dell’aritmetica, la più antica delle branche della matematica, dimostrano pure l’esistenza di proposizioni che non possono essere dimostrate né come vere né come false. Ci si può trovare, cioè, di fronte a problemi che sono per loro natura indecidibili. Non abbiamo forse compreso ancora bene la portata di questo risultato che dovrebbe indurci a maggiore cautela almeno nel chiedere alla scienza quel che non sempre può immediatamente darci.

La scarsa diffusione del pensiero e del metodo scientifico si somma oggi all’opportunità che ci offrono i “social media” di esprimere opinioni su ogni cosa di fronte a un pubblico potenzialmente illimitato. I “social” distribuiscono capillarmente dati e informazioni e a chiunque è consentito di intervenire, commentare, prendere posizione. Un fatto inedito nella storia dell’umanità, e poiché corrisponde a un ampliamento dei diritti e delle libertà è un fatto che non possiamo che salutare con favore.

Questa straordinaria possibilità deve, tuttavia, essere accompagnata da un parallelo sviluppo delle nostre capacità di leggere e di valutare criticamente l’immensa massa di informazioni disponibili. Il rischio di cadere nelle mille trappole della semplificazione eccessiva, della spiegazione globale, del falso costruito ad arte è molto elevato.

L’Illuminismo di cui abbiamo bisogno, il “trionfo della ragione contro le tenebre del fanatismo e della superstizione”, deve essere globale, deve divenire patrimonio universale dell’umanità. Il ruolo della scuola pubblica, obbligatoria ed estesa sino al compimento dell’istruzione secondaria di secondo grado, è qui essenziale mentre la storia del pensiero filosofico e scientifico non può più essere confinata nei licei. Appare sempre più necessario compiere un passo in avanti verso quel Socialismo delle conoscenze che è l’imprescindibile requisito per una società realmente più giusta oltre che meno ignara del progresso scientifico e dei suoi, talora anche insuperabili, limiti.

Di Pino Ippolito Arminio

Fonte: https://ilmanifesto.it/lignoranza-che-confonde-scienza-e-religione/?utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR1_bZ7r0PH3aq-u_71Mi4osh1UQoILvu9oEadS-dwMK3TGXIzFJY71Dlig#Echobox=1642585314

Foto: Rete

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