Le prime testimonianze di vita in Calabria

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Le prime testimonianze di vita in Calabria si trovano nella Piana lametina in località Caselle, nel territorio comunale di Maida. La tipologia dei reperti, tipicamente indicanti l’industria su ciottolo ottenuta scheggiando rozzamente le pietre mediante percussione con altra pietra, la geologia e la geomorfologia del sito indicano chiaramente l’età: un periodo di tempo compreso fa i 500mila e i 700mila anni fa; tracce di questo stanziamento umano si hanno anche in Sila. Dopo questo momento non si hanno altre tracce di stanziamento.

Il successivo insediamento di un nuovo gruppo umano si trova a Rosaneto di Tortora, sulla costa settentrionale della Calabria, circa 200mila anni fa. In questo sito sono stati rinvenuti strumenti su ciottolo e su scheggia con industria ad amigdala, raschiatoi, punteruoli e utensili dentellati (hachereaux).

 I due depositi indubbiamente non sono coevi, ma entrambi presuppongono una scelta dell’insediamento ben precisa, ubicato su un’altura prossima al mare ed in vicinanza di possibili e facili approvvigionamenti di acqua. L’assoluta mancanza di fossili rende impossibile qualsiasi deduzione riguardo all’ambiente di vita in cui si muovevano queste popolazioni. La tipologia dei manufatti, invece, è indicativa di due distinti momenti nel processo di evoluzione tecnologica che corrispondono a due diversi gruppi di popolazioni in movimento. L’età di entrambi (attribuita alla glaciazione denominata Mindel, con caratteri culturali tipici della cosiddetta “cultura del ciottolo” – pebble culture), la prima e più antica, alla glaciazione del Riss, la seconda, pone interrogativo riguardo al primo popolamento della regione. Se, cioè, si tratti di una migrazione in senso nord-sud attraverso un istmo nord-africano, la cui esistenza è stata comunque smentita di più parti, oppure soltanto di gruppi nomadi diversi, separati tra loro, oltre che da una distanza superiore ai 100 km, anche da un arco temporale piuttosto lungo, certamente dell’ordine delle centinaia di migliaia di anni, senza alcun rapporto di discendenza uno dall’altro.

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Poco è rimasto della cultura materiale di queste popolazioni e meno ancora degli elementi che possono consentire oggi una qualunque definizione del loro ambiente di vita e della loro alimentazione. Possiamo comunque affermare che le culture del Paleolitico inferiore ebbero la loro evoluzione in un paesaggio non del tutto dissimile da quello attuale, il quale, però, diversamente dal momento odierno, era caratterizzato da fitte foreste, estese in un manto ininterrotto dalla riva del mare alle cime più elevate.

 È chiaro comunque che in quell’alternarsi di periodi freddi, glaciali, e di periodi caldi, interglaciali, le essenze del bosco erano costituite da associazioni di pino silvestre, abete e faggio (analogamente a quanto avviene negli attuali boschi montani) diffusi nelle aree altimetricamente meno elevate (a volte anche presso la riva del mare, come ci viene testimoniato da un giacimento fossile presso Scalea), sostituite, procedendo via via verso l’alto, da una rada vegetazione arborea (notevole in questo senso la presenza del pino loricato) e, ancora più in alto in prossimità dei ghiacciai (c’erano anche questi sulla Catena del Pollino, sulla Catena dell’Orsomarso, in Sila, perfino sull’Aspromonte), dalle praterie alpine.

Nelle fasi calde, vi si sostituivano varie specie di querce, ontani e le belle associazioni vegetali tipiche della macchia mediterranea. L’industria di Caselle di Maida potrebbe essere attribuita a gruppi stanziatisi nella Piana lametina dopo essere discesi attraverso l’Appennino forse legati ai gruppi della Pineta di Isernia; quella di Rosaneto di Tortora rivela stretti contatti con altri gruppi culturalmente evoluti e potrebbe rappresentare modalità di una migrazione diverse anche se a noi sconosciute.

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Da VIAGGIO GEOARCHEOLOGICO ATTRAVERSO LA CALABRIA, DI Gioacchino Lena – Rubbettino

Un libro interessante

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FOTO: Rete

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