DELFI, religione e politica

 

Tempio di Atena Pronaia

 

Delfi era in origine un santuario di pastori sorto in un antico sito miceneo. Nel sec. Vlll Delfi si ingrandì intorno a una sorgente d’acqua sgorgata dalle falde del monte Parnaso. Mancano testimonianze circa la continuità del culto e la permanenza di abitanti nel luogo. La prima ceramica postmicenea di cui disponiamo è rappresentata da alcuni frammenti del sec. IX. Il  santuario sorge su una ripida pendenza, e lo stadio al cui interno si svolgevano i giochi pitici (una delle quattro grandi manifestazioni atletiche dei Greci) si trova un po’ più in alto. Il luogo nell’insieme è un teatro naturale (teatri fatti dall’uomo non ne esistono fino al sec. IV). Il tempio di Apollo è stato ricostruito più di una volta sullo stesso luogo, ma non ne abbiamo notizie anteriori alla fine del sec. VII o all’inizio del VI. Le rovine che possiamo oggi vedere datano all’incirca del sec. IV, e sotto di esse vi sono interessanti strutture del sec. VI. Le colonne che vediamo oggi, e che sono state ricostruite dagli archeologi francesi abbastanza recentemente, derivano dall’assemblaggio di frammenti di antiche colonne di epoche diverse. Delfi è il santuario greco più impressionante. Ancor oggi vi volteggiano al di sopra aquile e grandi avvoltoi, dalla sua sorgente l’acqua esce ancora in abbondanza, ed esso rimane sempre un luogo di pellegrinaggio. Nel secolo XIX, proprio a Delfi, i locali credevano che i primi turisti fossero una tribù pagana chiamata «Milordi», i discendenti appunto degli antichi Delfici tornati sul luogo a venerare le loro vecchie pietre.

Tempio di Apollo

Euripide, nella sua tragedia Ione, presenta un coro di pellegrini che arriva a Delfi e rimane incantato di fronte alla magnificenza dei suoi monumenti. Il dramma comincia con un lungo monologo in cui apprendiamo che Ione, figlio illegittimo di Apollo, nato in una caverna sotto l’Acropoli di Atene, è stato cresciuto nel santuario delfico come inserviente del tempio. Il dramma ha inizio all’alba, e in questa scena più che in qualsiasi altra della vasta letteratura greca abbiamo la precisa sensazione che a Delfi regnasse un’atmosfera tutta particolare.

Più tardi, quando ormai il santuario era in netto declino, Plutarco (ca. 50-120 d.C.) ne fa una descrizione completamente diversa. Ai suoi tempi, infatti, i sacerdoti sono personaggi eruditi e colti, pieni di rispetto per il loro tempio. Essi sono già degli storici, e la curiosità intellettuale e il piacere estetico appaiono predominanti in questo luogo.

II ruolo che Delfi ha svolto nella storia greca è di grande importanza, e ancor oggi vi possiamo vedere i resti di molti monumenti storici di rilievo. Delfi era il più ricco e il più importante oracolo di Apollo, quantomeno nella Grecia continentale. Solo in Asia e nell’isola di Delo vi erano oracoli che potessero competere con questo. E non è un caso che i Greci un tempo credessero che Delfi, e non Delo, fosse realmente il centro del mondo. Per pura curiosità possiamo cercare di immaginarci che aspetto avesse un altro tempio e oracolo di Apollo privo di un ruolo politico e della ricchezza di Delfi: è il caso del tempio di Ptoion, in Beozia, a nord della piana che un tempo era occupata dal lago Copaide. Addossato a una montagna, anche questo tempio possiede la sua sorgente, qualche edificio e delle terrazze su cui venivano deposte le offerte. Si tratta di un luogo stupendo che ha in più il pregio di non essere frequentato: vi si trovano i nidi dei falchi nella roccia e il bestiame che gira liberamente tra le rovine.

Teatro e Tempio di Apollo

 

Resta il fatto, comunque, che Delfi ci comunica sensazioni ineguagliabili. A Delfi i monumenti sono il risultato di una costante competizione. In occasione delle due grandi guerre del sec. V entrambe le parti in causa edificarono monumenti a ricordo delle loro vittorie. Durante le guerre persiane l’oracolo di Delfì svolse un ruolo ambiguo. Creso re di Lidia, ad esempio, aveva offerto dell’oro in più di un  tempio di Apollo, e Delfi non fu certo contraria a questa ingerenza di un re. Quando la grande famiglia ateniese degli Alcmeonidi fu esiliata da Atene, conservò la sua posizione di prestigio su un piano internazionale grazie al suo impegno nella ricostruzione del tempio di Apollo a Delfi e alla presenza dei suoi cavalli ai giochi olimpici.

Una delle accuse rivolte allo spartano Pausania quando cadde in disgrazia fu il fatto di essersi attribuito la vittoria di Platea sull’iscrizione che la celebrava, la quale venne in seguito modificata.

La base di questo memoriale esiste ancora nei pressi del tempio di Apollo. Un tempo era una grande colonna di bronzo costituita da re serpenti attorcigliati, le cui tre teste, sulla cima, guardavano verso l’esterno e sorreggevano un tripode d’oro. Questa colonna fu prelevata da Delfi per essere posta nell’ippodromo di Bisanzio. Nel tardo Medioevo essa fu trasformata in una fontana, ricavando delle condutture all’interno di ognuno dei rettili, in modo che da ognuna delle bocche uscisse l’acqua. La colonna fu distrutta nel sec. XVIII, e tutto ciò che rimane è un unico frammento conservato nel museo di Istanbul.

Cleobi e Bitone

 

Il primo a saccheggiare Delfi fu Nerone ma Roma già in precedenza aveva preso l’abitudine di impadronirsi di tesori greci.

Nei primi due secoli della nostra era furono costruiti gli ultimi edifici di una certa importanza in tutti i grandi complessi panellenici, ma parallelamente scomparvero le grandi opere d’arte. A Delfi fu un romano, Erode Attico, grande protettore delle arti, a far ricostruire nel sec. II d.C. la facciata in marmo dello stadio, mentre il teatro era stato restaurato da un re straniero (un fatto tipico nella storia greca) e ulteriori lavori furono poi eseguiti su di esso inepoca romana.

Risulta assai difficile di fronte a tutte queste costruzioni isolare quelle più antiche. Nessun complesso archeologico ci consente di stabilire con precisione l’epoca della sua costruzione. Questo fatto è tanto più vero per Delfi, soggetta com’è a slittamenti di terreno, terremoti e caduta di rocce. I suoi monumenti sono spesso stati spostati e comunque più volte ricostruiti: quest’ultimo fatto è attestato chiaramente dai segni lasciati sulle pietre dai ramponi che servivano per spostarle, segni che possiamo datare osservando le costruzioni successive.

Della Delfi arcaica ci rimangono alcuni bronzi e alcune fondamenta, oltre alle due grandi e affascinanti statue di Cleobi e Bitone. La spontaneità e il fascino un po’ pesanti di queste due opere rivelano una tecnica senz’altro anteriore al 600. L’auriga di Delfi, di cui si è spesso detto che ha l’espressione un po’ spenta tipica dei conduttori di carro, perde molto per essere stato isolato dal suo contesto primitivo. Egli faceva parte di un gruppo monumentale straordinariamente grande, e la nettezza delle linee verticali della sua veste e la nobiltà della sua positura sono solo un elemento di quella che fu una composizione gigantesca di cui possiamo ormai ammirare solo dei particolari: le lunghe zampe dei cavalli, le loro teste fiere e le grandi ruote del carro. L’auriga comunque promana un senso di forza e di conoscenza del suo mestiere, oltre a una certa aria di vittoria.

Auriga

 

Ci troviamo intorno alla metà del sec. V: l’auriga si situa in effetti a cavallo tra un’era di grande splendore e una di disastri. Ma le sculture di Delfi più vive sono quelle più antiche: esse appartengono a un periodo di transizione, presentano motivi nuovi pur senza perdere nulla della dignità dell’arte arcaica e possiedono una mobilità che non ne diminuisce il senso di forza. Esse sono, insomma, vivaci e intelligenti e risultano veramente attraenti: si tratta del fregio in pietra del tesoro dei Sifni. Storicamente l’isola di Sifno svolse un ruolo secondario, nonostante le sue miniere di oro e di argento. Erodoto la definisce l’isola più ricca tra quelle conosciute e ci parla delle riunioni del suo senato e di una piazza in cui si teneva il mercato del marmo; quanto invece alle sue riserve di metallo prezioso, esse purtroppo si esaurirono, e per di più il mare inghiottì a poco a poco la terra tanto che i suoi meravigliosi edifici non furono mai più ritrovati. Eppure il tesoro di Sifno a Delfi regge assai bene il confronto con quelli delle più grandi città-stato greche.

Vi erano sedici di questi edifici a Delfi, ognuno dei quali rappresentava una città-stato e il suo prestigio nazionale, costruiti per raccogliere e conservare le preziose offerte rese al dio da parte di centri potenti. Il tempio naturalmente non poteva contenere tutte le offerte, per cui le città-stato accumulavano i loro tesori in un luogo prescelto al di fuori di esso. Questa gara per il prestigio aveva le sue radici nella cultura dell’onore e della vergogna tipica degli eroi omerici e dei popoli sottosviluppati. Alcune di queste città erano rette da re o da tiranni. La ricchezza non aveva un valore d’uso in senso stretto, anche se il fatto di esibirla era già un suo valore d’uso: essa serviva a procurarsi il favore degli dèi e degli oracoli, esaltava la coscienza nazionale e consentiva ad Atene, Sifno o agli altri donatori di provare agli occhi del mondo intero la loro potenza. Il fregio del tesoro di Sifno data al 525 a.C., momento in cui si compie una svolta nella tecnica della scultura. E non è certo fuori luogo affermare che sia un’eloquente testimonianza di queste mutazioni in corso.

 

Da “LA STORIA”, la Biblioteca di Repubblica

Foto: Rete

 

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